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Castelnuovo don Bosco Nella terra dei Santi

Cronaca

Castelnuovo d’Asti un tempo, Castelnuovo Don Bosco oggi, è un cammeo incastonato fra i dolci declivi dell’alto astigiano. Al centro di quei luoghi ove ogni zolla su cui posi il piede è terra di santi. Giuseppe Cafasso, Domenico Savio, Giuseppe Allamano e soprattutto Giovanni Bosco. Ma è anche terra di malvasia spumante e del ricercato Albugnano figlio di ricchi vitigni e uve nebbiolo, ma anche di grano e lavanda. A vederle così queste contrade non penseresti che un tempo fossero parte del mare Padano, che cinque milioni di anni fa sommergeva non solo tutto l’astigiano ma oltre, sino alle basse propaggini alpine. Lo ricorda una palina posta nella frazione Savi del vicino comune di Villanova d’Asti, ove si legge: “Possiamo immaginare che sino a due milioni di anni fa questo paesaggio fosse totalmente diverso; davanti a noi nella vallata il mare (Padano) era in continuità con il Mediterraneo che occupava l’intera pianura padana. … Da quelli che erano i fondali marini, affiorano una quantità di fossili di molluschi e conchiglie, nonché di cetacei fossili, sino ad arrivare allo scheletro di una foca e di una balenottera”.

Tutto ciò accadeva nel Pliocene, con inizio intorno a cinque milioni di anni addietro. Se oggi il paesaggio marino ha lasciato il posto a quello che vediamo, si deve alla spinta tettonica che l’Africa esercita nei confronti dell’Europa causando il sollevamento della crosta terrestre. Pertanto, le acque ritirandosi verso l’attuale mare Adriatico lasciarono loro dietro tutta quella che oggi è la pianura padana.

Castelnuovo don Bosco ha una storia medioevale contrastata. Oggetto di contese tra potentati piemontesi per vantarne il possesso, si legò soprattutto alla famiglia nobile dei “Rivalba”, meno potenti dei vicini signori di Torino e del Monferrato ma, in ogni caso, di buon casato, discendendo dai più altolocati conti di Biandrate a loro volta ramo dei conti di Pombia generatisi nella prima metà dell’anno 1000 dal nobile Guido.

Furono i Rivalba a fortificare con mura l’intero concentrico dell’abitato, che a quel tempo si sviluppava nella parte più alta del sito, in considerazione degli incombenti pericoli provenienti dalla nobiltà vicina nel corso delle lotte medioevali cui le prossime Asti e Chieri non erano estranee. Ecco, pertanto, il rafforzamento della torre quadrata usata, peraltro, come punto di avvistamento. Chi scrive non ha diretta cognizione dell’edificio, in origine, sotto il profilo strutturale, ma poiché il periodo è l’alto medioevo, si può fare riferimento a manufatti similari.

La costruzione detta anche “casa forte” per la sua completa autosufficienza è un po’ l’emblema di quel periodo. Caratteristica dei piani più alti di queste costruzioni erano le strutture aggettanti, vale a dire aperture che si sporgevano al di là dal filo del muro (i moderni balconi con ringhiera sono tutti manufatti aggettanti), utili a essere adattate come piombatoi. Armi di difesa di grande efficacia in quanto adatte al lancio sugli assedianti di pietre, pece e liquidi bollenti. Lungo tutto il perimetro della costruzione era d’uso aprire feritoie e balestriere, nonché porte e finestre strombate per migliorare l’ingresso della luce negli ambienti più bassi (dove per “strombatura”, come dice il vocabolario Treccani, deve intendersi la conformazione svasata verso l’esterno o verso l’interno di porte e finestre).

Pur non escludendo la funzione residenziale, la torre quadrata è stata maggiormente usata per scopi bellici, anche se nel tempo il suo uso al pari di quello della torre rettangolare è stato via via destinato solo agli avamposti militari. Infatti, gli ingegneri del settore ne hanno sempre sostenuta la ridotta potenzialità bellica se inserita in un castello, ciò in considerazione degli angoli morti, in fatto di visuale, che determina la sua configurazione. Dal che la preferenza si è progressivamente spostata verso le torri di forma rotonda.

 Accanto alla fortificazione v’è la cappella dell’Assunta, conosciuta anche come Madonna della cintura. Lo storico luogo di culto è stato poi rielaborato nel Settecento e quindi nell’Ottocento. Fu voluta  dalla popolazione e  dalle famiglie patrizie del posto, ed edificata sopratutto grazie al sostegno finanziario della Contessa di Mansfeld che, sorella naturale di Ernesto di Mansfeld, moglie del duca Carlo di Simiana e figlia del duca Emanuele Filiberto I di Savoia, fu posta a capo del feudo di Castelnuovo nella prima metà del 1600.

Motivo dell’erezione la grazia ricevuta in occasione dell’epidemia di peste che nel 1631 aveva colpito il centro abitato e le zone limitrofe.

Risale quindi a quel tempo la devozione per il santuario che divenne un punto di riferimento per la gente del luogo, unitamente ai suoi santi e religiosi: Don Bosco, San Giuseppe Cafasso, San Domenico Savio, Beato Allamano, Cardinal Cagliero.

Per moltissimo tempo Castelnuovo ebbe il suo centro nevralgico e commerciale nella parte alta della collina ove si era sviluppato in origine. Poi, il suo incremento ebbe a spostarsi nella parte pianeggiante, dov’è ora, ciò in quanto la principale arteria che unisce tutti questi paesi collinari con Asti e Torino passa a valle della parte Storica caratterizzata, questa, da un pendio spesso importante per un agglomerato urbano. Ciò ha significato per i “vecchi” castelnovesi attrezzarsi per vivere in perenne pendenza. A casa, a scuola, nel mercato.

Ma per capire appieno questo paese e i suoi abitanti bisogna avere la fortuna che ha avuto chi scrive, vale a dire vedersi regalare da Mario Molino, già raffinatissimo sarto, recentemente scomparso, l’introvabile libro “Storie d’me nona” (traduzione per i non padani “Storie di mia nonna”) di Giuseppe Gianasso, insegnante. Dal volume, edito per i tipi della Scuola grafica del Colle Don Bosco nel 2007, traiamo alcune pagine, doverosamente virgolettate, qual piccole perle di un mondo che anche qui non c’è più.

L’Acqua Solforosa

 “Quando il calore e l’afa estiva sono insopportabili, i Castelnovesi per lontanissima tradizione, fanno una corsa a Bardella per dissetarsi colla fresca acqua solforosa. Ci venivano anche dai paesi vicini e vi si fermavano quelli che passavano in quei paraggi. Era persino esportata e si vendeva qui in paese in bottiglie. Sotto quel porticato c’era sempre chi aspettava il suo turno per accedere alla fresca fonte. Ora, si sa, non si bada alla spesa; è più comodo comperarsi la Coca Cola o il Bitter. E poi tutti hanno un frigorifero fornito di dissetanti. Ma chi è andato quest’anno all’acqua solforosa, ahimè, ha provato una amara delusione ha visto il cancelletto chiuso con una catena ed un cartello che vietava l’ingresso. Chi proprio non si arrendeva, passava furtivamente da un buco con suo rischio e pericolo, come chi va a rubare. Ci sarà certamente un motivo per tenere l’acqua solforosa in quella desolante condizione di abbandono, ma è penoso vedere un altro pezzo della vecchia Castelnuovo che se ne va. Con vivo disappunto dei borghigiani, che non possono più portare alla bocca il refrigerante bottiglione durante la mietitura o la fienagione”.

Il Treno…

“In Italia il treno divenne subito un mezzo di trasporto popolarissimo; strade ferrate sfioravano le nostre colline, a Villanova, a Chivasso. Ma a Castelnuovo il treno non passava e lo si desiderava ardentemente: era l’argomento di tutti i discorsi, l’oggetto di tutti i sogni. La (vicina N.d.A.) cittadina di Chieri era riuscita costruire un braccio di ferrovia che la collegava a Trofarello e Torino……In paese si continuava a sognare un treno che trasportasse persone e prodotti verso la città e viceversa ….. I pessimisti dicevano: come si può fare una strada ferrata con queste colline? Gli ottimisti vedevano il collegamento con Chieri e il passaggio per Riva e Buttigliera con stazione nei paraggi della Valmartina. …..I canditati alle elezioni politiche nei loro discorsi promettevano il loro interessamento con frasi lusinghiere: «Castelnovesi, mi pare già di vedere il fumo della locomotiva avanzare verso il paese. Votate per me (i tempi cambiano ma i politici no N.d.A.)». Ma intanto c’erano le colline e i soldi non cerano. E si sognava e ci si illudeva”.

Le Masche

Nelle credenze e nel folclore piemontese, le Masche occupano un posto preminente. Il nome ha un’etimologia incerta e in ogni caso trae origini dal longobardo “masca” che spesso reca il significato di “strega”. Da queste parti il significato è più “soft” e ci si limita a immaginarle alla stregua di esseri misteriosi ed invisibili la cui maggior occupazione consiste nel fare dispetti. Un po’ come i folletti delle leggende nordiche.

“ Una di queste vecchie credenze sosteneva che a Morialdo (fraz. di Castelnuovo), in regione Scaiota c’erano le Masche; avevano esse segnalato la loro presenza con strani fatti. Ma il dott. Dino Cavallo, nativo di quella frazione e già proprietario di terreni in quella zona, da uomo colto, concreto e moderno, sorride e dà la spiegazione di quella leggenda. «Tutto incominciò tanti anni fa, dice il dott. Dino, quando un carrettiere, passando per quella salita, vide sprizzare scintille dagli zoccoli dei cavalli. Per lui la cosa era inspiegabile, quindi in quei tempi non c’era altro da fare che attribuire il fatto alle famigerate Masche. La notizia si diffuse per la borgata, tanto che finì per crederci perfino lui, l’inventore della voce. E così ogni volta che doveva passare di lì, prima fermava i cavalli, poi li faceva partire di scatto con due imprecazioni e quattro frustate…… Ma ecco le solite scintille. Ora invece si è scoperto che in quel punto c’era un deposito di scorie di carbone, buttate là come rifiuto da tanto tempo, e gli zoccoli dei cavalli, colpendo quel minerale, provocavano scintille» ”.

Abbiamo scelto queste storie di paese e le parole dell’insegnante Gianasso per concludere. Oggi Castelnuovo è un centro evoluto, commerciale ed economicamente stimolante tanto da suscitare l’interesse di quattro banche.

Qui nel piccolo si trova un po’ di tutto. Istituti di credito, supermercati, negozi e opifici. Resistono anche le buone tredizioni, quelle che non meritano di morire né di ingiallire tra la polvere del tempo. Quelle che se si perdono in nessun caso le ritroverai. Come le rondini sotto il tetto, quando volano attorno e partono: non le rivedrai mai più.

Giuseppe Rinaldi

Foto a cura di Adele Pozzo


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