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Una lettera per il mondo

Cronaca

Ida Colucci

Quello che stiamo vivendo è senz’altro il periodo più strano e lento che potessimo mai immaginare. Che la mia generazione, come forse anche quelle precedenti, potesse mai ricordare.

Tutto questo è visto un po’ come una guerra, molti ne hanno solo letto ma pochi sanno cos’è veramente. Ed è proprio quello che sta accadendo.                                                                                                          

Io non lo avrei mai detto che abbracciare qualcuno potesse mai essere così complicato.                                                                                                                      

Che viaggiare per il mondo sarebbe stato difficile e a tratti pericoloso, io non lo avrei mai detto.                               

E non avrei neanche mai detto che tutto ciò in realtà sarebbe stata la primavera, quella che in teoria siamo sempre abituati a vedere con fiori sbocciati, del nostro animo, del nostro futuro, di chi quello stesso futuro lo ha perso e quello di chi lotta al loro fianco per non farglielo perdere.             

E sapete perché? Perché sono sicura che quel “ti voglio bene”, da oggi in poi non te lo farai più scappare. Come non ti farai più scappare quell’abbraccio di chi vuole solo starti vicino o di chi semplicemente vuole abbracciarti, anche senza un motivo, senza dire nulla perché il gesto parla da sé.

Che quel bacio  sotto la pioggia eccome se lo darai, che quei rimorsi non li avrai più come prima e quei rimpianti cercherai di colmarli.

Perché la vita è così, può essere lunga ma anche molto, troppo corta. Da un giorno all’altro può travolgerti in una tempesta più grande di te, a volte controllabile e bellissima come quei momenti che tanto desideravi, ma altre volte incontrollabile e terribile come questi di moment

Questi momenti in cui ci sentiamo rinchiusi in noi stessi tra le mura di un edificio che quasi non riconoscevamo più, dall’essere abituati alla vita fuori da esso.                                                                                                                             

E invece ora riscopriamo noi stessi, quelle emozioni che tanto erano archiviate e sepolte dentro l’anima buia di molti. Emozioni come la mancanza, il dispiacere, ma anche l’amore, la voglia di rivedere qualcuno così tanto, la voglia di solcare la porta di casa anche solo per prendere il pane o andare a trovare quel nonno che tanto ti vuole bene.                                                                                                      

Sono questi i veri segni di umanità, quelli che dimostriamo in questi momenti di sofferenza, rendendoci più forti, invece che nella vita di tutti i giorni dove molti si pongono una maschera solo per paura della diversità del resto del mondo.

Perché si, una maschera almeno una volta nella nostra imprevedibile vita ce la siamo posti tutti. Un po’ per terrore, un po’ per ansia, o anche solo per la poca autostima che abbiamo in noi stessi.

Chi di noi davanti a quello specchio non si è sentito brutto anche per un istante? Chi di noi davanti al proprio riflesso nelle parole della gente non si è mai sentito brutto agli occhi degli altri? Nessuno.

E a volte si associa questo aggettivo ad una questione fisica dispregiativa. Ma io a questo significato aggiungo anche un senso morale.

Alcune volte la gente ti fa sentire brutto dentro. Brutto di carattere o atteggiamenti solo perché ti poni verso di loro ed il mondo in un modo diverso.

Loro penseranno che sei sbagliato, che sei differente e quindi brutto. Ma tu, si proprio tu, non dovrai ascoltarli.

Tutti quanti si lamentano, tutti trovano difetti in se stessi e nelle persone che hanno accanto ma tu continua con i tuoi atteggiamenti scontrosi o quel tuo carattere forte e fagli vedere chi sei e che non ti importa se a qualcuno non piaci. Quello che conta è amare se stessi anche se è difficile. È cercare la luce pur se nel frattempo arrediamo il buio. Un controsenso, un vero senso, un solo senso. È questa la vera umanità.

Fermiamoci, approfittiamo di questi giorni di pace con le nostre paure per riscoprirle, per riscoprirci, perché abbiamo già perso fin troppo tempo. Parliamoci, ascoltiamoci, dedicate quello che ormai non dedichiamo più davvero a niente. Usiamo questi giorni per cercare il bene, per conoscere il bene.

Ed io, come spero tutti, sto realizzando quei buoni propositi mai realizzati di vedere film che non avevo visto, leggere quei libri gialli che tanto aspettavano di essere letti, ma anche riviste e articoli online per vedere con i miei stessi occhi ciò che la gente veramente pensa di tutto questo. E non ciò che vedo per la televisione in tutti i canali e programmi che raramente “entrano” nelle case dei cittadini e scoprono con quale umore affrontano le giornate. Un umore sconosciuto a molti ma provato da tutti.                                                                                                                                                                        Per citare ad esempio ciò dice Riccardo Luna: ‹Come se avessimo paura di restare da soli con noi stessi. Come se avessimo paura di scoprire che in fondo abbiamo paura›.

Ed è vero, è cambiato tutto. Quel passato che non tornerà come era prima e quel futuro di ognuno di noi sparito dai nostri pensieri.                                                                     

Non facevamo altro che lamentarci, ogni giorno, ogni secondo di quello che avevamo, eppure non era male quella vita, anzi era bellissima.                        Si dice che si capisce la vera importanza di qualcosa solo quando la si perde, ma noi questa vita mica l’abbiamo persa ancora, e non perderemo mai neanche quell’importanza che solo ora sappiamo di essa. Perché la vita al tempo del Covid come si chiama? Rispondo io, si chiama “cosa”.

In questa cosa però il mondo cade a pezzi, le persone urlano, molti muoiono, alcuni piangono e qualcuno pensa solo a se stesso.

Siamo lontani, troppo lontani. Così lontani che vorremmo solo scappare, così lontani che ci manchiamo da morire. Si, siamo lontani, ma il nostro cuore non lo è, non lo è mai stato.

Non ci basta una chiamata o un bacio soffiato da una mano, si sa. Siamo lontani e ci dicono che lo saremo ancora per molto, e quindi nasce in noi l’odio verso il mondo. Odiamo restare a casa e non poter vivere, averci lontano e non poterci sorridere.                                                                                  E forse durerà troppo, ma sono sicura che torneremo a rincorrerci molto di più, ad abbracciarci un po’ di più dopotutto.                                                            Però vi prego, non dimenticatevi quelle canzoni cantate dal balcone, le ore con i vostri amici passate su Skype e soprattutto, durante la vostra quotidianità, durante la frenesia dei vostri giorni che verranno, non dimenticatevi di far caso a cosa mangerete per cena.

Non dimenticatevi poi di quei lenzuoli appesi ai balconi con l’arcobaleno e quei disegni dei bambini che noi alla loro domanda “Quanto durerà questa cosa?” risponderemo “Tanto” e loro alla nostra domanda “E come andrà a finire?” risponderanno “Andrà tutto bene”.

Sembra tutto molto bello e patriottico, ma poi si fa strada la tristezza.

Certo, è bello restare in casa quando vivi in 300 metri quadri con piscina, terrazzo e giardino, un po’ meno in 60 metri quadri e con altre 3 persone.                                                                                                                      

E certo, quelli dei 300 mq vorranno dire anche che è bello il lavoro a distanza, il cosiddetto smart working, tanto il loro conto in banca non vede il colore rosso comunque; un po’ meno lo dicono però quei lavoratori che danno tutti loro stessi per 40 euro al giorno, o quei lavoratori che vedono sfumare via il loro progetto, il loro sogno che li avrebbe fatti diventare qualcuno, i soldi per mangiare non li hanno comunque. Come non li hanno quei padri che non lavorano ormai da qualche settimana, che non hanno soldi sotto il materasso o un conto pieno di zeri.

Tolto il balcone cosa gli resta? Gli restano i propri figli a cui dà lo stesso amore di sempre. Che non serve averti messo al mondo per chiamare quell’uomo padre. Esistono padri che farebbero di tutto per i propri figli. Ma cosa diranno?

Nessuno parla di lavoro, nessun padre parla delle attese. Perché in questa attesa come si vive? Come lavora un idraulico da casa? E un falegname? E i ristoranti?

E una madre? Perché ovviamente il lavoro nobilita l’uomo ma anche la donna.

E ne avrei tanti di esempi da mostrare, ma non è questo il punto. Vorrei dire che le persone cercano di rimanere a casa a fissare il cielo di un nuovo colore con la speranza ad un passo dal cuore.                                           

Non dimentichiamoci di tutto questo. Ricordiamo tutto questo. Che magari tra qualche anno lo racconteremo ai nostri nipoti con il sorriso di quegli arcobaleni, fieri di aver affrontato tutto, di aver combattuto per loro.

Ma soprattutto continuiamo ad essere così gentili, così uniti, anche dopo tutto questo, perché ciò che abbiamo imparato è che l’amore, proprio nelle difficoltà, è l’arma più potente al mondo. Ed io anche da qui sto amando tantissimo.

E come me tutte quelle persone che sono lontane dai propri cari, dai propri amici e dal proprio fidanzato, ma col cuore, proprio con quel cuore, sono lì. Sono lì ad aspettare nonostante tutto, con le stesse braccia aperte di prima, con lo stesso sorriso, anzi con un sorriso più grande, quando la distanza di un metro sarà ridotta a 50cm, poi a 10 e poi a nulla.

Ci saranno parole ad un millimetro, non ad un chilometro. Non manderemo più baci al vento ma ce li daremo. Ci ameremo presto.

E ho scritto questa lettera per il mondo, per chi ci vive dentro e per chi, anche dinanzi a tutto questo, non smette di farlo.

Infondo quando qualcosa di così bello come la libertà ti viene tolto, anche se può sembrare strano pensarla così, è solo per fartene apprezzare il valore. Ed io il valore di un abbraccio non lo sottovaluterò mai più.                                                                                                      

Noi tutti torneremo ad abbracciarci, lo so, magari con quel bel sole di luglio e con il mondo nelle nostre mani, ma torneremo più forti di ieri e meno forti di domani.                                                                                                                                                                                                 

 

 


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