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“Quel capitello greco è troppo brutto: è una bufala”

Arte, Cultura & Società

 
 
 

Capitello greco o bufala? Italia Nostra e diversi archeologi contestano “l’eccezionale ritrovamento” di un “capitello ionico di grandi dimensioni all’interno di un pozzo circolare nell’area urbana di Gela”, annunciata dall’assessore siciliano ai Beni culturali, Alberto Samonà. “Il capitello – spiega Samonà in un post su Facebook e in un comunicato –  realizzato in pietra arenaria, è stato rinvenuto in via Sabello durante i lavori di scavo per la posa di cavi elettrici condotto sotto la sorveglianza archeologica della Soprintendenza dei Beni Culturali di Caltanissetta”.

Ad aprire le danze della perplessità è Leandro Janni, storico dell’arte e da 15 anni presidente di Italia Nostra in Sicilia. “La prima cosa che salta agli occhi è che è brutto, e non possiede la bellezza dei capitelli ionici, che risalta in ogni particolare a prescindere dal manufatto a cui appartengono”, spiega Janni all’AGI. “Mi fido della mia capacità di analisi”, aggiunge Janni, aggiungendo di aver visto il capitello solo in foto.

Si tratta, prosegue, “di un mediocre manufatto, risalente probabilmente al secolo scorso: il modulo e la plastica si discostano nettamente dai modelli greci. E inoltre, non si tratta di un capitello ma un semicapitello. Dunque, si è presa una cantonata? Molto probabilmente. E d’altronde, non è la prima volta che ciò accade. Vedi la recente vicenda del gruppo bronzeo della Biga di Morgantina o quella, meno recente, delle false teste di Modigliani“.

Tra gli archeologici è Flavia Zisa, docente di Archeologia all’università Kore di Enna, a guidare la schiera dei dubbiosi “Nè il modulo nè la plastica sono greci e tantomeno arcaici”, spiega all’AGI. “Mi sembra una mensola del primo ‘900. Ne ho visto la foto: non può essere greco”, aggiunge, dando un contributo al dibattito che alimenta i blog di archeologia.

la “scoperta” non convince neanche Dario Palermo, docente di Archeologia all’università di Catania, il primo a parlare di un “semicapitello”. “Io penso solo – afferma in un commento a un dibattito tra esperti su Facebook – che prima di fare entusiastici comunicati stampa, specialmente quando non balza immediatamente agli occhi il significato di un rinvenimento, bisognerebbe ponderare bene le cose e consultarsi con chi ha più esperienza”. L’attribuzione, aggiunge, “è il risultato della (forzata) trasformazione di quei pochi tecnici che rimangono nelle soprintendenze in burocrati”.

Meno tranchant, sulla pagina Facebook di Zisa, Paolo Giansiracusa, critico dell’arte reduce dal braccio di ferro sul prestito del Caravaggio al Mart: “Si tratta del capitello di una parasta. Si vede in modo chiaro la parte che andava incastrata all’interno della muratura. Dallo spessore si evince che non era solo un rivestimento decorativo ma faceva parte di un elemento strutturale portante. Per la datazione si dovrebbe analizzare il pezzo dal vivo. Intanto pulirlo dalla fanghiglia per capire il tipo di intaglio scultoreo. Dagli aspetti materici si evince con chiarezza quale sia stata la strumentazione utilizzata. Se è un elemento classico gli archeologi mi insegnano che si deve analizzare il sito. Se è un elemento neoclassico si fa prima a capirlo guardando ciò che resta dell’architettura dell’Ottocento nell’abitato. In ogni caso occorre visionarlo di presenza e non dalle foto“. 


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