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Albugnano – Vezzolano

Ambiente & Territorio

Se percorri la strada collinare che conduce ad Asti, nei pressi di Castelnuovo Don Bosco basta alzare lo sguardo verso le alture che lo vedi. Allbugnano, in provincia di Asti, è appollaiato sulla collina più alta del circondario, non per caso è conosciuto anche come “il balcone” sul Monferrato in considerazione della magnifica vista sulle Alpi, buona parte del Piemonte e la Pianura Padana, determinata dall’assenza, attorno, d’impedimenti allo spaziare della visuale. Il punto più alto del paese trovasi a 553 m. sul l.m. su uno spiazzo conosciuto come “Il Belvedere Motta”, ove un tempo sorgeva un castello espugnato dai francesi nel XV secolo ed in seguito smantellato. Rimaneva una torre demolita intorno al 1861 che dava il nome allo spiazzo prima che assumesse la denominazione attuale.

All’ingresso del Parco si trova una targa con la seguente scritta: “Ingresso al Piazzale della Torre sito dell’antico castello. Parco della Rimembranza per concessione della contessa Lia Curbis a imperituro ricordo degli albugnanesi caduti per la Patria.

 Attorno al paese il territorio è in parte boscoso e in parte coltivato a vigneti che producono vino eccellente grazie al terreno tufaceo e ferroso. Non va, a tal proposito, taciuta la preziosa produzione DOC ottenuta da uve Nebbiolo conosciuta per l’appunto come vino “Albugnano” ininterrottamente curata sin dal 1148 tempo cui risalgono alcuni documenti che la riguardano. Per gli intenditori qualche notizia in più. Colore: rosso rubino più o meno intenso, talvolta con riflessi granati; Odore: profumo delicato caratteristico, talvolta vinoso; Sapore: dal secco all’abboccato, di discreto corpo, più o meno tannico, di buona persistenza, talvolta vivace. Chi scrive è astemio, peccato.

Ad Albugnano anche la tradizionale “bagna cauda” è particolare, infatti, si dissocia dall’uso dell’aglio nella preparazione preferendo il peperoncino piccante selvatico. Pare che con tali caratteristiche sia stata servita nientepopodimeno che al re Carlo VIII di Francia, intorno al 1495, diventando “la bagna cauda di Albugnano”. Si sussurra che questo tipo di preparazione sia stata voluta dai canonici di Vezzolano al tempo in cui l’aglio, ritenuto afrodisiaco, era stato bandito dai conventi e monasteri di tutta Italia.

Notizie di prima mano relative ad alcuni aspetti dell’Albugnano storica, le dobbiamo alla cortese disponibilità della signora Marina Sarbonaria, che ci ha permesso di attingere preziosi documenti attraverso l’introvabile libro “Albugnano e Vezzolano” di Ermanno Marchisio pubblicato a cura della Pro Loco del luogo e con il patrocinio del Comune. Leggiamo: “Nell’autunno del 1857 Don Bosco nelle passeggiate con i suoi ragazzi viene in gita a Vezzolano e quindi ad Albugnano e don Francesia presente alla gita ricorderà, «Degne di nota due cose. La prima è la battaglia di Novara. Il Parroco dal punto più alto del paese, quello dal quale si domina la pianura piemontese-lombarda, narra ai giovani di Don Bosco che nel 1849 durante la battaglia di Novara, da quel luogo si sentivano distintamente i colpi di cannone, tanto che si potevano contare……La seconda cosa degna di nota è l’olmo del ciabattino, una rarità diceva il Parroco. Si trattava di un olmo gigantesco, quattro o cinque di noi a catena, messi attorno, non potevamo abbracciarlo interamente. Quell’olmo aveva un tronco vuoto e aperto da una parte tanto che un ciabattino vi aveva impiantata la sua bottega estiva autunnale» (da Passeggiate autunnali di Don Bosco per i colli monferrini di L. Deambrogio). La leggenda del ciabattino dentro l’olmo faceva parte della ormai scomparsa tradizione nata dal fatto che il ciabattino albugnanese Giovanni Gamba nelle giornate estive andava a lavorare all’ombra del gigantesco olmo, sistemando la «tabia» nello spazio tra questo e il ciglio del piazzale”.

Per quanti amano il romanico, la prima pregevole sorpresa si trova all’ingresso del paese, dove nel recinto cimiteriale si erge un “cammeo” che meriterebbe maggior notorietà. Trattasi dalla chiesa intitolata a San Pietro di finestrella, nome che può derivare dalla presenza nell’abside di tre piccole finestre. Se ne hanno notizie sin dal 1235 (ma certamente l’edificazione è di molto precedente) quando il vescovo di Vercelli concesse il luogo sacro al prevosto di santa Maria di Vezzolano con l’obbligo di farla officiare da un canonico. E’ la più antica chiesa dell’abitato, tutta in arenaria, fu parrocchia sino al XVI secolo.

L’edificio, lungo una quindicina di metri, è di forma rettangolare con abside semicircolare. La facciata a capanna, con muratura a fasce alterne di pietra e cotto.

Molto più imponente e più conosciuta è la Canonica Santa Maria di Vezzolano, spesso erroneamente chiamata abbazia. Non lo è mai stata. Molto apprezzata per la rara struttura che attraversa la chiesa all’altezza della prima campata conosciuta come “pontile” (o jubé, francesismo desunto dall’invito “jubé Domine benedicere”). In Italia questo elemento architettonico fu propriamente realizzato solo in chiese nell’area di confine con la Francia come l’Abbazia di Vezzolano e la cattedrale di Aosta in cui il pontile fu demolito solo nel 1838.[5] Un altro esempio è a Savona nell’ex chiesa e convento di San Giacomo.

Per raccontare la chiesa di Vezzolano si possono seguire due vie, la prima leggendo pubblicazioni recenti quali l’ottimo “Vezzolano” di Maurizio Pistone, la seconda riprendere il discorso del volume più sopra citato curato da Marchisio. E così vogliamo fare.

Don Bosco parla ai suoi ragazzi: “Ecco in breve quanto si dice di questo antichissimo monumento. Cominciamo dal senso della parola. Si dice che il Vezzolano, quasi Vexatio, tribolazione, si debba attribuire a Carlo Magno, che visse tra il settecento e l’ottocento dell’era volgare. […]. Ora la leggenda, e non la storia vera, dice appunto che questo grande imperatore, in uno dei suoi viaggi, forse essendosi spinto troppo avanti ad inseguire i nemici, siasi smarrito fra queste colline, che allora dovevano essere tutte boscaglie e selve. Dopo essere andato errante per questi siti, sfinito poi di forze, fu trovato da un pio solitario, che non conoscendolo, lo ritirò nella sua piccola capanna, ove gli diede qualche conforto, per richiamarlo ai sensi. Quando egli venne a sapere chi era, lo portò ai piedi di un’immagine della Vergine, dipinta sopra un muriccio, e gli fece promettere che in ringraziamento del benefizio ricevuto, avrebbe fatto edificare colà un santuario al suo bel titolo… Tutti sono d’accordo nel dire, che il disegno di questa chiesa è di buona scuola, e di stile assolutamente corretto e tutto gotico (e romanico, N.d.A.). V’è il posto per i catecumeni, cioè per coloro che non avevano ricevuto il Battesimo, e che dovendo uscire di chiesa al principio del divino uffizio, occupavano la parte ultima vicino alla porta. Al di sopra voi avete veduta una specie di tribuna, che corrisponde alle moderne nostre orchestre. Ve ne ricordate, neh vero? Era quello il posto riservato per il rifugio di coloro, che, cercati dalla giustizia, o perché avessero veramente commessi delitti, od erano considerati come colpevoli, per evitare la prigionia od anche la morte, riparavano al tempio. Qui essi trovavano uno scampo sicuro, e qui potevano con l’esempio della vita religiosa dei santi abitatori del convento, ed anche guadagnati dalle loro esortazioni, convertirsi e ritornare utili alla società e di gloria alla misericordia di Dio. In quei tempi miserabili, in cui sovente la volontà dei principi era legge e norma della giustizia, non tutti coloro che parevano colpevoli erano tali. Molte volte l’innocente era vittima della più nera persecuzione e non trovava riparo che in seno alla chiesa od in luoghi consacrati a Dio, vale a dire nei conventi. Questo Santuario è dunque anche un documento storico e parlante delle usanze di quell’età famosa. Come si vede, conchiudeva don Bosco, ora è bello, e si può visitare con profitto; ma è l’opera di pochi anni fa. Mentre intanto ci siamo trattenuti insieme delle memorie antiche, abbiamo potuto riposarci, ora è tempo che ce ne andiamo a casa, ché ne siamo molto lontani”.  

E seguiamo anche noi il consiglio del santo, rammentando che quanto scritto ha il solo fine di far conoscere dei luoghi la cui scoperta più intima, con riferimento a stili architettonici, va lasciata al visitatore che sceglierà su cosa appuntare la sua attenzione.

E il ciabattino nell’olmo? E’ sempre là, sotto l’albero che per lui non invecchia, a battere e masticare il cuoio per farne una suola, al ritmo delle ore dell’eternità. Lavora sempre, perché, si sussurra, tra pochi intimi, che se Don Bosco non porta scarpe sue non si muove per le vie del cielo.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it


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