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Elogio della semplicità

Interviste & Opinioni

Non è semplice essere semplici. Come scriveva Giacomo Leopardi, che scavava senza paraocchi nella profondità dell’animo umano, l’uomo è portato per sua natura «all’artifizio e all’affettazione» e in generale «i mezzi più semplici, veri e sicuri, sono gli ultimi che troviamo». Non è, come potrebbe sembrare, un modo per complicarsi la vita. Ma è solo un’idea banalizzata, riduttiva, schematica, della semplicità. Più che una virtù, la consideriamo un cedimento, una resa. Specie nell’era della competizione, del merito, delle competenze, del superare l’altro altrimenti non sei nessuno. E invece la semplicità ha un enorme valore, estetico ed etico.

Avete mai ascoltato la musica di Ludovico Einaudi, straordinario musicista piemontese e di nipote di Luigi, il secondo presidente della Repubblica Italia nonché fondatore della più prestigiosa casa editrice italiana? Fatelo. Non solo perché parliamo di un artista molto amato dal grande pubblico, capace di vendere oltre 1 milioni di dischi, con tournée mondiali che fanno puntualmente il “tutto esaurito”, ma per il fatto che tutta la musica di Einaudi, secondo la sua definizione, è «un elogio alla semplicità». Un elogio che mette insieme Mozart e i testi minimalisti, la musica etnica con quella classico-romantica, il rock con il jazz, l’elettronica con la tradizione. E consente al musicista di attraversare tutti i generi, senza convenzioni, senza luoghi comuni, senza barriere. Ma con enorme creatività, da qui il suo successo internazionale.

Per tutti, la strada della bellezza pura e disarmante, ha le strisce bianche della semplicità.

Non consideratela una resa. Ci porta dritti all’essenza delle cose.

Evelyn Zappimbulso 


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