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In parlamento l’ondeggiar non paga. Da uomo della strada, posso dire la mia?

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Chissà se il Movimento Cinque Stelle si è mai posto la domanda: “Perché non piaccio più agli italiani come una volta?” Escluso che possa trattarsi del “destino cinico e baro” che ci rimanda al 1953 quando Giuseppe Saragat (Partito Socialista Democratico Italiano – PSDI) subì una cocente sconfitta elettorale, allora la domanda va posta diversamente. Vale a dire: “ in cosa siamo dispiaciuti?” Risposta, in tutto? No, non esageriamo anche un gatto che passeggia sui tasti del pianoforte finisce per suonare qualche brano di Mozart. Diciamo onestamente in molto; in troppo per alcuni.

Rammentate le solatie origini del movimento? Il profumo della nuova politica, che richiamava la purezza del “bianco che più bianco non si può”? Il movimento promuoveva se stesso non come partito, bensì come una libera “associazione di cittadini”, non di destra e non di sinistra. Via i vecchi orpelli della politica e dei politici di professione, i cui stipendi erano da considerare troppo alti; la cui permanenza nell’emiciclo troppo lunga abituava al potere con la conseguenza di assuefarsi alla droga dei privilegi, e i cui riti andavano, pertanto, spazzati per un contesto più moderno di eguaglianza, a cominciare dai titoli. Ma quale “Onorevole”, “Cittadino”. Aveva ragione la rivoluzione francese.

E fu così che parafrasando De André “Al tepor dell’attesa primavera/risplese la figura/dello stellato vincitor”.

Entrarono in parlamento da trionfatori, la face di Radames impallidì paragonando il suo ingresso a Menfi.

Occuparono la parte alta dell’emiciclo, perché da lì si controllava, si dominava, si condannava. In uno streaming, unico nella storia, misero in imbarazzo Bersani, uomo dabbene ed esperto più di loro e, in quanto tale meritevole di più rispetto nell’approccio, quando inutilmente offrì d’appoggiare un governo da Lui presieduto. Governo a trazione 5s o niente, affermarono. Guardate com’è finita. Con la Lega prima e  il Pd poi, sempre in lotta e col terrore di elezioni anticipate, l’orrore della diminuzione dei parlamentari da una parte e le orrende previsioni di voto dall’altra. Un tormento. Un quotidiano agitato, pesante incubo. Tutto questo per qual ragione? Semplice, perché il corpo elettorale di oggi non è più quello degli anni ’50-’60, quando bastava accennare ad una croce su di un contrassegno di partito per ricevere voti su voti in considerazione che non si poteva non votare per “u Signuruzzu”. Adesso le cose stanno diversamente, i politici hanno di continuo il fiato sul collo degli elettori. E’ passato il tempo di quelli carismatici dai quali si pendeva dalle labbra tanto da accettare pure un non seno geometrico, un insulto a Euclide, quale la teoria delle “Convergenze parallele”. Ma a dirlo fu Aldo Moro, un politico di alta scuola che aveva amici ed avversari coevi altrettanto di alto bordo. Giocatori di serie “A” della politica. Oggi le partite si svolgono su un terreno di alte tradizioni (il parlamento) ma tra squadre (politiche) di semi-professionisti, non si va oltre la serie D. A parte qualche eccezione individuale che si perde tra la folla.

Ciò di cui va dato atto è lo restituire parte dei loro proventi da parlamentari, pur con alterne fortune riguardo a singoli casi. Ma ciò non è sufficiente a che l’elettorato scordi il peggiore dei mali dei parlamentari, il cambio di casacca o di alleanza contro natura pur di formare un governo qualsiasi. Le giustificazioni di riferimento che si rifanno sempre e comunque al “bene del Paese” hanno, presso milioni di cittadini, un’eco di ritorno che suona: “Per non perdere la poltrona”. E questo è un messaggio dirompente e squalificante per chi un giorno occupò la parte dominante dell’emiciclo per controllare. Il controllore non può pascersi degli stessi vizi del controllato. Dai “cittadini” penta stellati ci si aspettava altro. La politica, quella di sempre, vi ha fagocitato e vi ha trasformato; non sentiamo più richiamare l’interlocutore: “Non onorevole ma cittadino, prego”.

Per fare operazioni politiche come quella del dopo Salvini, occorreva essere molto, ma molto illustri da accattivarsi in ogni caso ammirazione, ovvero molto ma molto piccoli da compatimento; voi navigate a mezza costa. Piccolo cabotaggio, facili al naufragio.

Il mio insegnante di ginnasio spiegava che i veri protagonisti del romanzo “I Promessi sposi” vanno ricercati in due personaggi, Fra Cristoforo e l’Innominato. Il primo per la sua mitezza raggiunta attraverso il saio ed il secondo per la cattiveria che lo aveva da sempre distinto prima di incontrare il cardinale Borromeo. Tutti gli altri sono dei comprimari. Renzo e Lucia dei poverelli, Don Abbondio un pusillanime, Don Rodrigo un piccolo ras di paese.

In definitiva se si vuole perdere il consenso del Paese reale, nulla di più facile, basta ondeggiare tra un partito e l’altro, tra una maggioranza e l’altra, mostrare la mano tremante su una barra di timone malferma. E il gioco è fatto.

Peccato però, la politica aveva bisogno di idee nuove, di nuovi progetti elaborati, nel rispetto del linguaggio e dei modi, da giovani per un’Italia giovane; gente non affabulata dal potere, non affascinata dalle sirene della convenienza personale, non lusingata dal picchetto d’onore e dai colpi di tacco.

Forse bastava ricordarsi di essere più cittadini e un po’ meno onorevoli. Peccato.

Una cosa è certo al giorno d’oggi l’ondeggiare nell’emiciclo non paga.

Tutto questo, in ogni caso, senza offesa, è solo il parere dell’uomo della strada. 

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it


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