fbpx

Studenti del Sud, tornate al Sud.

Arte, Cultura & Società

Ogni anno fitte schiere di giovani escono dalle scuole superiori del Mezzogiorno e si iscrivono ad università del Centro-Nord. È uno stillicidio che contribuisce allo spopolamento delle terre natie. Ora alcuni atenei del Sud, dalla Sicilia alla Puglia alla Basilicata, provano a riconquistare gli studenti fuggiti con una serie di agevolazioni. La riduzione delle tasse universitarie potrebbe essere una proposta di buon senso che permetterebbe a migliaia di studenti di ritornare a casa. Siamo in una fase sociale ed economica catastrofica, con i risparmi delle famiglie e gli stipendi dei genitori che si stanno sempre più contraendo. Se a questo aggiungiamo la Cassa integrazione, i licenziamenti pronti per l’autunno, le attività commerciali che non riaprono nemmeno in questi mesi estivi, non si capisce per quale motivo non si possa utilizzare un tale strumento. Il ministro dell’Università, Gaetano Manfredi, si è però detto contrario, evocando il «principio di diseguaglianza».

Non entro nelle sofisticherie e nei cavilli burocratici che possono anche venire in suo soccorso. Ma qui siamo in una situazione d’emergenza, al limite del tracollo ed escludere da queste agevolazioni solo il comparto universitario è una cosa avvilente. E infatti, ho come l’impressione che qui, i temi di carattere giuridico, abbiano poco a che fare con l’intera questione. Il ministro, probabilmente, sta subendo le pressioni di molti Rettori del Nord e di tanti sindaci dal momento che, avere una sede universitaria nella propria città, è una risorsa e una fonte economica rilevante a cui nessuno vuole rinunciare .

Quanto perda il Sud dall’emorragia di giovani è ampiamente discusso. Ma quanto perdono i giovani allontanandosi dalla propria terra? L’identità è un patrimonio che garantisce, di generazione in generazione, un senso di continuità. Roger Scruton diceva che, in quanto umani, siamo naturalmente concepiti come relazione permanente tra morti, vivi e non-nati. Non possiamo escludere nessuna dimensione temporale. E ciò che ci lasciamo alle spalle non deve essere una frattura mai rimarginabile.

Molti sostengono che il Covid abbia messo in discussione il paradigma della globalizzazione. Questo redivivo localismo spero incoraggi i giovani del Sud a costruire il proprio futuro a casa.

Chi ritorna a Sud lo fa per questioni, purtroppo, meramente economiche. Le famiglie non possono mantenere spese così esorbitanti e, dunque, si riflette magari a malincuore sulla necessità di una inversione di tendenza, su un cambio di strategia. Credo, tuttavia, che la globalizzazione sia un processo irreversibile. Su questo sono sempre pessimista. Sono troppi gli elementi che concorrono in suo favore. Non ne sono entusiasta, ma è così!

Il periodo storico è intenso. Da un lato la riscoperta dell’identità, dall’altra il rinnegamento della storia plasticamente rappresentato dagli assalti alle statue.

Purtroppo non ci attende un futuro diverso dal presente. Siamo sotto attacco del “politicamente corretto”, che non è una moda o una tendenza del momento, ma una ideologia ben strutturata. Un modello che obbliga al consenso verso idee propagandate come moderne e liberali e lo fa senza l’uso della forza. Almeno all’apparenza. Perché poi, è un modello che si propone di far rispettare le diversità contro ogni intolleranza o razzismo, combatte con violenza e brutalità ogni pensiero non allineato e perciò ogni diversità che non sia omologabile. La furia iconoclasta di queste settimane con la quale si vuole rivoluzionare la toponomastica, distruggere quadri e sculture, imbrattare e decapitare statue, dimostra in maniera plastica quanto siano intolleranti i difensori della tolleranza e illiberali i difensori della libertà. Un tempo, tutto ciò, si chiamava dittatura. Oggi lo chiamano progresso.

Evelyn Zappimbulso


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE