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Mondi paralleli e leggerezze calviniane. Il viaggio musicale di Daniela Mastrandrea

Eventi

a cura di Livio Costarella 

«La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caos». Così, nella prima delle sue «Lezioni americane», Italo Calvino spiegava e suggeriva la “leggerezza” come valore pregnante della vita e della società umana. Forse anche per tentare di dare una soluzione alla crisi del nuovo millennio, che già intravedeva. Dopo di lui, l’elogio della leggerezza diventerà un “must” comunicativo, in vari ambiti: dalla filosofia alla sociologia, per arrivare al mondo artistico. La musica non ne è esente. Anzi: le correnti del minimalismo che stanno dominando da molti anni il pensiero musicale nel genere “colto”, sono un chiaro esempio di quanto certi compositori siano alla ricerca della «stimata virtù», per dirla con un noto proverbio.

Se dunque la leggerezza è da intendersi come un valore fondante, la musica di una compositrice attenta alle sfumature e alla timbrica di ogni singola nota come Daniela Mastrandrea appare una conduzione “naturale” al pensiero di Calvino.

Anzi: se le sei parole fondanti del ventunesimo secolo, per il celebre scrittore, erano leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e consistenza, ci sembra di ritrovarle tutte, pian piano, nell’ascolto di un disco come «Mondi Paralleli».

E non sarà un caso anche che i temi del viaggio e della scoperta, così cari alla compositrice pugliese (e al nostro Italo Calvino), si riflettano nei 14 brani contraddistinti da un pianismo suadente, atmosferico, dolce, delicato ed espressivo. A quali mondi paralleli può condurci la musica? Infiniti, a seconda della sensibilità precipua di chi ascolta. Ma c’è qualcosa di più sottile, che attiene alla percezione dell’ascolto, quando ci si avvicina a composizioni come quelle che la musicista ci offre in questo disco: perle sonore incantevoli che rimandano a un universo privato e intimo, ma che diventano un nuovo cosmo in cui approdare per l’ascoltatore.

Diverso ad ogni tappa, differente in ogni libera concatenazione armonica, o nell’avvicendarsi di una linea melodica che accarezza e seduce, che conquista e libera pensieri nella mente.

Vogliamo trarne un esempio? Un gioco letterario e musicale? Proviamo a leggere i titoli di ogni brano in maniera conseguenziale: sembra di ritrovarsi in una sorta di percorso cognitivo, tra anelli di una catena impossibile da spezzare. Le molteplici vie dei «Sentieri» sono istanti sonori, attraversati «Tra le foglie», il cui movimento ondeggia su e giù in nostalgici arabeschi, tra note e differenti figurazioni ritmiche; non può che seguire una «Danza lenta» (brano ispirato all’omonima poesia di David L. Weatherford), che si riflette «Nel mio sentire», in cui ogni cellula melodica sembra avere magicamente la forma di un punto interrogativo.

Ma ogni percorso è un andirivieni dell’anima. «Sulla via del ritorno» ci riporta su quella strada iniziale, consapevoli e maturi, per quello che già abbiamo provato. Dove? «Qui ed ovunque», in cui il suono si fa «hic et nunc» di un sentire ancora più intimo, con echi del John Williams più malinconico. Ma la musica è anche sofferenza, nel senso più artistico del termine. Così, «Il mio tormento» svela che il rigirarsi su se stesse di alcune note è l’emblema di un lamento sottile, ma presente; condizione necessaria per ascendere (o discendere) nei «Mondi paralleli» dell’autrice, alla ricerca di una profondità rivelatrice.

La sensazione di dolcezza che pervade l’ascolto trova poi anche le sue compensazioni: come quelle di un «Amaro indelebile», con un colore notturno,

«Al calar della sera», in cui varie linee melodiche riflettono un’armonia ondeggiante, come stelle che luccicano in cielo, solo per un occhio attento. Il viaggio prosegue, sembra suggerirci la musica di Mastrandrea: c’è il mistero de

«L’ignoto», ma anche la tenerezza «In tutte le cose», l’ennesima carezza di un ascolto che culla ad ogni battuta. Non si può che volgere il proprio sguardo anche al passato: è «La stanza dei ricordi» che alberga in ognuno di noi; il pianoforte torna a farsi interrogativo e sognatore, allo stesso tempo. Prima che la brezza sonora del brano più dolce del disco – «Jèlena» – si accomodi accanto a noi. E ci permetta di addormentarci e sognare, con una ninna nanna struggente e commovente.

Il viaggio termina, ma riparte ogni volta e ad ogni ascolto. E dischi come questo permettono di farlo, guardandoli da ogni angolazione. O iniziando da ogni brano. Come i viaggi nell’infinito dei quadri di Escher. Ci sono in questa musica molti rimandi, sensazioni e “citazioni”, consce e inconsce: c’è la malinconia di Rota e il pianismo sopraffino dello Chopin più intimo; ma c’è anche Satie, che – ricordava John Cage – «ci è indispensabile». C’è la memoria di certe colonne sonore cinematografiche, per una musica che potrebbe meravigliosamente rifinire qualsiasi sequenza, dal dramma alla commedia. C’è un gusto mediterraneo e un sapore tutto “francese”, tra le pieghe delle note, una sorta di “Belle Èpoque” del nuovo millennio. E c’è naturalmente Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e consistenza si inseguono in ogni brano, divenendo tesi e antitesi di una musica che si fa “scoprire” nuovamente ad ogni ascolto. All’interno di una musica tonalissima e per nulla aspra. «La buona musica – sostiene il musicologo e teorico Fred Lerdahl – deve essere fondata sull’umana “facoltà musicale”, ossia sulla natura

della mente e della cognizione musicale». Da questo punto di vista la grammatica musicale della compositrice ci permette di entrare nel suo “mondo parallelo”, per poi ritrovarci nel nostro. Con leggerezza e profondità.


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