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Movimento 5 stelle e la nave di Teseo. Ovvero: dell’identita’

Politica italiana e internazionale

La piattaforma Rousseau ha parlato: sì all’essere eletti più di due volte e sì alla libertà di alleanze. 

Partiamo da un pensiero di Plutarco. Questi ci narra della nave sulla quale Teseo aveva compiuto la traversata per uccidere il Minotauro ed era tornato indietro con i giovani sani e salvi. Era una bella imbarcazione di trenta remi che valeva la pena di conservare anche solo per il significato che aveva in se stessa. Gli Ateniesi ne ebbero cura sino fino ai tempi di Demetrio Falereo, quindi per un lungo periodo, preoccupandosi di sostituire le vecchie assi di legno quando le originali marcivano, e così pure per il sartiame, le vele e quant’altro. La domanda che sorge spontanea è: la nave così rifatta è ancora la “nave di Teseo”?

Ma non basta.

Il paradosso, già complesso di suo, è reso più tortuoso dal filosofo Thomas Hobbes (Westport, 5 aprile 1588 – Hardwick Hall, 4 dicembre 1679). Riprendendo l’antica narrazione questi la amplia sino a chiedersi: se qualcuno avesse conservato le vecchie tavole, e aggiungiamo noi, il vecchio sartiame, le vecchie vele ecc., nell’ordine in cui erano tolte usandole in un secondo momento per rimetterle insieme, la nave risultante sarebbe l’originale o la copia dell’altra?

Chissenefrega! Con questo caldo che mi cale di Teseo e della sua nave. Ne facciano quello che vogliono, problema degli ateniesi.

E no! Qui sta la chiave giusta per affermare come la filosofia aiuti a comprendere certa politica. A capire oggi viepiù di ieri, il Movimento 5 Stelle con tutte le mutazioni, le sostituzioni di idee, i volteggi che l’hanno animato in questi ultimi tempi.

 Qualcuno rammenta quel lontano 27 marzo del 2013, quando i capigruppo del Movimento 5 Stelle, Crimi e la Lombardi, con fare poco rispettoso, invero, all’indirizzo di un politico dabbene qual è Bersani, gli negarono l’appoggio ai fini della formazione di un governo? Si era all’indomani della tornata elettorale che li vide stella nascente del nuovo parlamento uscito dalle urne. Dissero: No! Lo dissero con la spocchia del neofita baciato dalla fortuna, nel corso di una ripresa televisiva che rimarrà nella storia della televisione. Le stanze del Palazzo che si aprivano al mondo esterno, fatto più unico che raro. La televisione non colse l’importanza di quella ripresa storica cui altre non seguirono; un documentato cammeo di vita parlamentare, che solo una testimonianza visiva dell’incontro fra Dio e Mose sul Sinai, avrebbe potuto superare.

Erano i tempi in cui la parola d’ordine era: “Alleanze con nessuno, o governiamo da soli o ciccia”. Chi rammenta le solatie origini del movimento? Il profumo della nuova politica, che richiamava la purezza del “bianco che più bianco non si può”? Il movimento promuoveva se stesso non come partito, bensì come una libera “associazione di cittadini”, non di destra e non di sinistra. Via i vecchi orpelli della politica e dei politici di professione, i cui stipendi erano da considerare troppo alti; la cui permanenza nell’emiciclo troppo lunga; i cui vantaggi erano da considerarsi troppo oltraggiosi. Taluni riti andavano spazzati per un contesto più moderno di eguaglianza, a cominciare dai titoli. Ma quale “Onorevoli”, “Cittadini” noi siamo; dissero così a Bersani. Aveva ragione la rivoluzione francese.

E fu così che parafrasando De André: “Al tepor dell’attesa primavera/risplese la figura/dello stellato vincitor”.

Entrarono in parlamento da trionfatori, la face di Radames impallidì paragonando il suo ingresso a Menfi.

Di quella filosofia Beppe Grillo ne aveva fatto il motivo fondante del movimento. Sul palco il comico ricordava ai “meno agé” un altro artista che aveva intrapreso la via della politica: Giancarlo Giannini. Fondatore dell’Uomo Qualunque. Nel 1946 fece il pieno di voti, tanto che le blandizie degli avversari si alternavano alle minacce. Persino Togliatti, ebbe parole di comprensione per attirare a sé la protesta qualunquista. Non durò a lungo questa esperienza, visto che nelle elezioni decisive del ’48, la gran massa dei voti qualunquisti confluì nel serbatoio democristiano, per paura del comunismo.

Fu un giorno solatio per il parlamento, quando si fecero largo con fresco serto e puro  laticlavio tra le vecchie cariatidi del potere. E la gente applaudì. Ma il tempo passa, sfiora gli uomini e le cose e fa i suoi danni. Per carità, nessuna critica va mossa ad un partito se esso si evolve nel tempo, sapendo cogliere le mutazioni sociali e di costume, ma le linee guida, quelle poste alla base della sua fondazione e utilizzate per il consenso ottenuto no, non è ammesso mutarle. Il movimento 5 Stelle o è quello delle piazze del 2013 o non è. Sostiene oggi Di Maio, allo scopo di attutire l’impatto sgradevole ai suoi dei ribaltamenti di posizione operati in questi anni, che “evolversi” è d’obbligo. Più che giusto, non per niente Eraclito diceva che, nulla è permanente tranne il cambiamento. Ci dovrebbe solo spiegare sino dove vorrebbe spingersi nel tempo e se a forza di evolversi il suo movimento non rischi di trasformarsi ove già non sia avvenuto. Trasformazione ed evoluzione non sono sinonimi. La prima pone al centro il cambiamento cancellando in toto ogni traccia di ciò che si era prima. L’evoluzione è al contrario il più tipico processo naturale. Rappresenta il progresso di un essere vivente nel suo crescere verso uno stadio successivo.

Proviamo a fare un riassunto.

In origine: alleanze mai. Poi: si alleanza con la Lega. In origine: mai assieme al PD; Poi: per amor di Patria alleanza con PD va bene. In origine: vincolo dei due mandati, dopo a casa a riaprire bottega. Poi: non bastano cinque anni per completare un programma, cancelliamo il vincolo. In origine: nessun accordo con altri partiti nelle amministrative. Poi: sì agli accordi, occorre uniformarsi allo status del governo centrale.

Non v’è dubbio che tutti questi scostamenti abbiano minato nel profondo le regole di base del movimento. Tutto ciò rappresenta un “imborghesimento” del movimento stesso la cui deriva l’avvicina sempre più all’idea di un partito tradizionale, allontanandolo dallo stereotipo del Movimento “di lotta”, la cui vocazione primigenia era l’attitudine a correggere le storture del Palazzo. Ora nel Palazzo il Movimento 5 Stelle alligna da anni e di questo ha assunto tutto il peggio.

Qualcuno sin da quel lontano 2013 l’aveva capito e già diceva, guardandosi intorno: “A tutti i costi, «hic manebimus optime» (qui staremo benissimo)”.

Ma soprattutto, a forza di togliere, di sostituire, di surrogare le assi portanti di quella nave  che era, oggi il movimento 5 Stelle è ancora la “Nave di Teseo”?

Giuseppe Rinaldi


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