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Barry cane Sanbernardo

Cronaca

Questa è una storia semplice da narrare con parole povere ma efficaci come si usa nei dialetti che si stendono sui due versanti del Gran San Bernardo. Il “patois”, erede del parlare francoprovenzale ha unito, da sempre, queste terre di confine offrendosi all’incontro con gli idiomi dei pellegrini percorrenti la via francigena. Quassù, tra la gente di paesi adagiati sui fianchi e i displuvi del Gran San Berardo è facile capirsi e rammentare che la comune origine è lontana nel tempo. Più vecchia di quando i Salassi sconfiggessero i soldati romani inviati da Cesare e, forse, più vicina addirittura all’età del bronzo. Era ed è terra dagli ampi spazi questa, ma anche terra difficile per il suo clima ed insicura, un tempo, per le scorrerie di malviventi. Fu questo a muovere la volontà di San Bernardo di Mentone, arcidiacono di Aosta, di aiutare i viaggiatori terrorizzati e derubati, mettendo in relativa sicurezza questi luoghi. Lo fece, intorno al 1050, fondando, in cima al colle a 2473 m. l’ospizio che porterà più tardi il suo nome. La chiesa dell’ospizio è dedicata a San Nicola di Bari. Occorre però precisare che è soltanto in un documento del 1125 che si trova la prima menzione della chiesa.

    Fu lì che, attraverso incroci tra cani del luogo di origine molossoide e quindi provenienti dalle zone himalayane, nacque la razza canina che dall’Ospizio prende il nome.

Non è improbabile, che i primi esemplari furono donati ai canonici verso il 1660, dalle famiglie nobili, per la protezione dei monaci stessi dai non infrequenti malintenzionati. Non solo, ma anche per essere impiegati come forza motrice per carichi non troppo pesanti compreso un mulino utilizzato dai per ragioni culinarie. Ma ciò che li ha distinti nel mondo è stata la loro attitudine a tracciare piste nella neve fresca e ritrovare viaggiatori dispersi.

E’ relativamente recente – in ogni caso precedente al momento i cui si è deciso di fare svernare a valle i cani – il racconto che vuole alcuni escursionisti, sperduti tra neve e nebbia, trovare ristoro e cure tra le mura dell’Ospizio, affidandosi ad uno di essi. Come si erano salvati? Grazie ad un grosso animale che fissandoli, nella tormenta, mostrava volerli invitare a seguirlo. Così fecero, sino a trovare mura confortevoli. L’animale sparì poco prima che fossero accolti dai monaci. A costoro descrissero l’accaduto tratteggiando la figura di quello che a loro era parso un cane, e si sentirono rispondere che non erano i primi al centro di fatti analoghi. Probabilmente, dalla descrizione, doveva trattarsi del cane Barry, sempre presente quando occorre. Si scusarono se non potevano mostrarlo agli assistiti ma Barry era deceduto molti anni prima.

 

Tra queste cime Lassie, Rin Tin Tin, Zanna Bianca, cani eroi di Hollyvood, non reggono il confronto con Barry, prode angelo delle nevi eterne, dei crepacci alpini, dei boschi valdostani.  Al suo attivo ci sono 40 vite umane tratte in salvo, tra cui un bambino che avrebbe raccolto nella neve e trasportato sulla schiena fino all’ospizio. Barry lo si vuole ucciso con un colpo di baionetta da un soldato di Napoleone, che lo avrebbe scambiato per un lupo, ma non è vero. Barry è morto nella sua cuccia dopo essere andato in pensione. Era nato nel 1800 quando Napoleone transitava da queste parti ed è morto nel 1914. Imbalsamato, è esposto al museo di Storia Naturale di Berna. Marc Nussbaumer, archeozoologo e consulente scientifico del museo ci tiene a precisare che non vi sono prove che dimostrino la dotazione, per ogni animale, della botticella piena di cordiale. «Barry, fa parte di una mostra permanente nel Museo di storia naturale inaugurata nel giugno del 2013, esattamente due secoli dopo la sua morte. L’esposizione, multimediale e interattiva, non racconta solo la storia di Barry, ma si occupa anche di quella dell’ospizio del Gran San Bernardo e dei monaci che ci hanno vissuto, oltre che del soccorso alpino. «La sua storia rimane grandiosa: correre in giro per le montagne per salvare delle persone. Dà un messaggio di speranza e credo che questa combinazione ne faccia anche oggi un buon ambasciatore per la Svizzera», dice Michael Keller, vicedirettore di Berna Turismo”. Dal canto suo nel 1816 Friedrich Meisner, un professore di storia naturale di Berna, scrisse: «Mi pare bello e anche confortante pensare che questo cane fedele, salvatore di molte persone, non sarà dimenticato in fretta dopo la sua morte».

Avvicinato da Jenner Meletti, per Repubblica, un monaco dell’Ospizio, tale Francis Darbellay racconta: «Quando sono diventato novizio con me c’erano altri cinque ragazzi che si erano innamorati di Cristo e della montagna. Fra novizi e canonici al San Bernardo eravamo una trentina. Due anni di noviziato senza mai scendere a valle. Era bellissimo.

Sveglia alla 5,30, preghiere, colazione… Si faceva anche sport, ovviamente lo sci. Ho vissuto gli ultimi anni in cui l’Hospice era ancora quello voluto da San Bernardo. ” Hic Christus adoratur et pascitur” (Qui Cristo è adorato e nutrito), questo il motto inciso sulle nostre pietre. Si imparava a sciare per poter soccorrere i pellegrini nella tormenta, portarli al convento e rifocillarli. Lo sci non era quello di adesso. Per farci le ossa, si saliva per un’ora e mezza con le pelli di foca e poi in dieci minuti si tornava alla base. Sempre sulla neve fresca, mai su una pista. Dopo ogni bufera, si scendeva sia verso l’Italia che verso la Svizzera per trovare pellegrini o viaggiatori dispersi nella tormenta. C’erano anche i contrabbandieri, e in gran parte erano brave persone. Dalla Svizzera portavano scarpe, caffè, zucchero, sigarette e cioccolato. Erano padri di famiglia che con quel lavoro hanno allevato figli e costruito case. Questo fino alla metà degli anni settanta, poi tutto è cambiato. Sono arrivati i nuovi contrabbandieri che non pensavano a tirare su una famiglia ma soltanto a fare soldi in fretta».

Al tempo di questo racconto Barry non c’era già più, ma stando al mito e alle narrazioni di alcuni valligiani, uditi qua e là lungo i versanti di questo monte, tra una polenta e un grappino, quando occorre il cane spunta tra le brume e la neve. E’ come dire “torna a casa Barry”.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it


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