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Quei raspi gonfi tra le vite

Puglia

Quando alle scuole media ci facevano studiare i grandi della poesia italiana come il Carducci, il Leopardi, il Monti, il poeta che più ci affascinava era proprio Giosuè Carducci con quella sua bellissima poesia, tra l’atro nemmeno troppo lunga, di San Martino, che imparandola a memoria e recitandola con piacere, ci conduceva con la fantasia al gusto dell’uva, alla bellezza della vendemmia, all’intenso profumo del mosto che avvertivamo frequentando le nostre campagne, le nostre cantine belle ed indimenticabili giornate di sole autunnali. Ci dicevano che se non sentivamo ancora i primi tiepidi freddi, lo era perché stavamo vivendo l’estate di San Martino. Già recitando il primo verso, “la nebbia a gl’irti colli”, ti ritrovi a volare con la fantasia dove il poeta ti conduce. Non c’è fanciullezza senza la poesia di San Martino, quella canzoncina “Fra Martino Campanaro” che si rifaceva proprio a San Martino del Carducci, almeno così volevamo credere. Quei versi ripetuti allo sfinimento, inculcati nella memoria dei ragazzi delle medie di generazione in generazione, possono essere paragonati, parafrasando, a un battesimo didattico. Dolce e ritmato, quasi una coccola. Il testo di Giosuè Carducci è uno dei primi che, solitamente, oggi viene fatto imparare anche alle scuole elementari. E che resiste alle sacrosante rivoluzioni della didattica, al trionfo dell’apprendimento emotivo sulla meccanica immaganizzazione di concetti. Giosuè Carducci, toscano di nascita ma bolognese d’adozione, verga la poesia l’8 dicembre 1883, “Finito ore 3 pomeridiane”, firma nel testo autografo con titolo ‘Autunno’ e la inserisce nella raccolta di liriche ‘Rime Nuove’. Simbolo della nostra terra che dona a chi di lei si prende cura, grappoli gonfi e fitti, l’uva dipinge filari infiniti di vite. Da bambina mi incantavo nel perdere lo sguardo nelle pergole dei vigneti, incrocio perfetto tra le mani dell’uomo e la traboccante natura. È come se Lei sapesse che ci sono colori e sapori che curano l’attesa dell’autunno. In fondo sta tutto lì il saper stare: lasciare che sia mamma Natura a spingere l’uomo figlio sull’altalena delle stagioni nel ritmo lento del vivere semplice.

Evelyn Zappimbulso


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