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La giusta idea di ridurre il numero dei parlamentari

Politica italiana

“Riduzione dei parlamentari? Idea giusta, problemi aperti”, così è stato titolato un intervento del direttore, Luciano Fontana, in dialogo con i lettori del Corriere della Sera (numero del 24 agosto 2020, p. 29).

PALERMO  – Quanto ai “problemi aperti” dovrebbe essere evidente a tutti che le riforme di cui si discute, della legge elettorale, dei Regolamenti parlamentari, eventualmente di alcune disposizioni della stessa Costituzione, sarebbero la conseguenza logica dell’approvazione definitiva della riforma costituzionale. Il Corpo elettorale, tuttavia, nel Referendum dei prossimi 20 e 21 settembre 2020 potrebbe anche votare in maggioranza “No”. In tal caso, tutte le riforme oggi descritte come indispensabili per riequilibrare la mutata quantificazione numerica dei parlamentari, automaticamente finirebbero nel dimenticatoio.

Il metodo giusto è: prima si approva la riforma costituzionale, grazie al “Si” maggioritario dei cittadini elettori. Subito dopo che questa è diventata vigente, ossia è entrata a far parte dell’ordinamento giuridico, si approvano la nuova legge elettorale, le modifiche dei Regolamenti parlamentari, eventuali ulteriori modifiche costituzionali.

Senza alcun fondamento logico, né giuridico, alcuni esponenti politici sostengono, invece, che saranno costretti a votare “No” al Referendum proprio perché non è stato approvato prima quanto dovrebbe essere “conseguente”, ossia venire dopo.

Le forze politiche – stimando che la proposta della riduzione dei parlamentari avrebbe avuto la prevalenza nel voto referendario – avrebbero potuto stabilire per tempo cosa fare dopo. In questo senso c’è stato anche una sorta di accordo fra le forze politiche che sostengono l’attuale governo Conte.

Tuttavia, le eventuali ulteriori modifiche della Costituzione, delle quali si è parlato, sono un rimedio peggiore del male che si vorrebbe curare. Si tratterebbe di eliminare tutte le disposizioni costituzionali che oggi rendono il Senato diverso dalla Camera dei deputati (elezione su base regionale, elettorato passivo, elettorato attivo). A quel punto il Senato diverrebbe un perfetto doppione della Camera, ma con una composizione ridotta. Non sembra una soluzione brillante per chi, in passato, ha sostenuto l’esigenza di un bicameralismo differenziato.

Altrettanto discutibile la proposta di ridurre il numero dei delegati delle Regioni che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica. Bisognerebbe fare esattamente l’inverso: aumentare la platea di coloro che sono chiamati ad eleggere il Capo dello Stato, in modo che si rafforzi il suo ruolo di rappresentante della “unità nazionale”, come recita l’articolo 87 della Costituzione.

Quanto alla nuova legge elettorale, non si è trovato di meglio che proporre l’eliminazione dei collegi uninominali (appena reintrodotti dalla legge 3 novembre 2017, n. 165) e di arrivare ad un sistema proporzionale puro, ma con una rilevante soglia di sbarramento, nel senso di escludere dalla rappresentanza le liste che non raggiungano il cinque per cento del totale dei voti validi in ambito nazionale. La volontà pervicace di favorire le formazioni maggiori si è spinta fino alla possibilità di contemperare un’alta soglia di sbarramento nazionale e circoscrizioni elettorali più piccole che sia possibile (modello simil-spagnolo). Più piccole sono le circoscrizioni, minore è il numero delle liste che ottengono rappresentanza; di conseguenza, sono favorite le liste con più suffragi. La matematica non è un’opinione.

Questo “schifo” di nuova, eventuale, legge elettorale non servirebbe a garantire la governabilità. Condannerebbe, anzi, il Parlamento ad una prevedibile paralisi politica, aprendo uno scenario in cui sarebbero all’ordine del giorno i ricatti, i veti reciproci, la logica dello scambio di piccoli favori, che è cosa assai diversa dai compromessi per nobili motivi fra le forze politiche.

Dopo aver dato l’esatta misura della propria “pochezza” intellettuale e politica, per aver concepito un così bislacco insieme di proposte conseguenti alla riforma costituzionale, i medesimi esponenti politici dichiarano che voteranno “No” alla riforma, perché sembra venir meno la complessiva volontà politica di tener fede all’accordo inizialmente trovato fra le forze della maggioranza.

Per fortuna il 20 ed il 21 settembre si voterà ed il tatticismo esasperato sarà spazzato via. Il Referendum è stato già ritardato di circa un anno, a causa dell’emergenza Covid-19. Visto cosa il ceto politico è riuscito a fare, anzi a non fare, nel frattempo, la consultazione referendaria (senza quorum di validità) è davvero un toccasana.

Veniamo ora alla “idea giusta”. Per quanto mi riguarda, voterò “Si” perché:

1) va ridotto all’essenziale il numero delle persone che hanno l’opportunità di fare della politica il proprio mestiere e che percepiscono un trattamento economico privilegiato, più benefits di varia natura, a spese del pubblico erario, cioè della collettività;

2) la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe dovuto essere la naturale conseguenza dell’elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario nel 1970. Siamo, cioè, in ritardo di cinquant’anni;

3) i peggiori politicanti si riconoscono perché vogliono moltiplicare il numero delle cariche elettive, ossia dei “posti” da occupare, anche se spacciano la loro vocazione parassitaria per esigenza di promuovere la “partecipazione”. Nelle quantificazioni non tengono mai conto del fatto che, in ogni territorio, vengono in considerazione tot deputati al Parlamento europeo, tot deputati, tot senatori, tot consiglieri regionali. Più la rappresentanza degli Enti locali; è vero che il gettone di presenza dei consiglieri comunali non è lontanamente paragonabile all’indennità dei parlamentari europei e nazionali e all’indennità dei consiglieri regionali, ma il trattamento economico dei Sindaci e degli Assessori nei Comuni più grandi non è proprio da buttare via. Fermo restando che si tratta di persone che gestiscono potere “reale”;

4) così come l’inflazione monetaria riduce il valore unitario della moneta, l’inflazione del numero delle persone investite del potere di rappresentanza riduce il “peso” parlamentare e politico del singolo deputato, o senatore. In luogo degli attuali, infelici “peones”, meglio dei deputati e dei senatori che contino davvero, perché hanno dovuto sottoporsi ad una selezione molto più dura e difficile prima di essere eletti;

5) quella che le piccole Regioni si troverebbero senza rappresentanza parlamentare è un’indegna bugia. Ai sensi della nuova formulazione dell’articolo 57 della Costituzione, nessuna Regione, o Provincia autonoma (le Province autonome sono soltanto due: Trento e Bolzano), può avere un numero di senatori inferiore a tre. Restano invariate le specifiche previsioni per il Molise (due senatori) e per la Valle d’Aosta (uno); bisogna ricondurre la “lamentazione” al suo reale significato: nelle Regioni piccole soltanto i partiti maggiori avrebbero rappresentanza. E gli altri? Gli altri “vadano a zappare”, si sarebbe risposto un tempo;

6) conclusivamente, è nell’interesse dell’etica pubblica, così come è nell’interesse del risparmio economico, che i rappresentanti del popolo, democraticamente eletti, siano effettivamente “a servizio” della Nazione. Quelli in soprannumero diminuiscono l’efficienza complessiva delle Istituzioni e costituiscono un peso economico aggiuntivo per il Paese.

Livio Ghersi


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