fbpx

Tabacco o stricnina. L’avvelenatrice di caltanissetta

Cronaca

“Finiamola con questa commedia, se tu che l’hai ucciso!”

Sulla base di queste parole, gridate tra la gente di un funerale, all’indirizzo di una vedova in gramaglie, prendono il via le prime indagini attorno a quello che fu uno dei gialli più appassionanti della Sicilia del dopo guerra. Dove? Nell’’entroterra siciliano, Caltanissetta. Quando? Il 28 agosto del 1948, 72 anni fa. Chi? Assunta Vassallo. Come? Veleno. Perché? Delitto passionale. Ora che è stata data risposta alle cinque ortodosse domande del buon cronista, cominciamo.

La sera prima della morte, Rosario Raimondi, notaio con prestigioso studio in via Vittorio Emanuele di Caltanissetta, si era sentito male al bar di cui era frequentatore. In città molti erano a conoscenza che la salute del professionista era malferma a causa, soprattutto, delle innumerevoli sigarette fumate ogni giorno, tanto da condurlo a crisi di tabagismo. Fu portato a casa di peso, parve riprendersi al pari di tante altre volte, ma a differenza delle precedenti l’uomo non si riebbe completamente, stette sempre peggio tra dolori e vomito sino alla morte che sopraggiunse l’indomani, 28 agosto, dopo essere entrato in coma, a seguito di un attacco di angina pectoris causata da intossicazione da fumo, come scrisse il medico di famiglia dott. Rosciglione. Diagnosi più che plausibile in quanto tale patologia consiste in un difetto di ossigenazione del muscolo cardiaco causato, in questo caso dalle 80 e oltre sigarette che, come si è detto, il Rosario era solito fumare quotidianamente.  I funerali ebbero luogo due giorni dopo presso il cimitero di San Cataldo, centro agricolo in provincia di Caltanissetta di dove i coniugi erano originari. E fu in quell’occasione, nei pressi del lungo il viale alberato che la Vassallo gettandosi sulla bara del marito, disperata chiese: “Perché mi hai lasciato?”. La risposta non venne dal feretro ma da un uomo tra la folla, il fratello del defunto: “Finiamola con questa commedia, sei tu che l’hai ucciso!”, rivolgendosi alla vedova.

Il giorno stesso la Vassallo si presenterà presso la locale caserma dei carabinieri e al maresciallo chiederà di verbalizzare: “E’ tutto vero, ho ucciso mio marito col veleno dei topi”. Quale la causa scatenante? La gelosia. Aveva scoperto una tresca con una certa Carlotta di Roma.

Da questo istante inizia un’intrigata indagine di polizia giudiziaria che sfocerà in un’altrettanto complicata azione dibattimentale dove perizie e contro perizie si fronteggeranno su posizioni diametralmente opposte.

L’ambiente nel quale era maturato e poi si era concretato il delitto (sempre stando alle risultanze processuali e alla verità emersa nelle aule giudiziarie), era quello bene della provincia siciliana. Lei appartenente a una delle famiglie più prestigiose della provincia, infatti, un cugino era nunzio apostolico, uno zio sottosegretario agli esteri ai tempi di Mussolini e poi podestà di Caltanissetta e senatore. Per questo, da bambina, Assunta aveva frequentato il “Sacro Cuore” di Palermo, uno dei collegi più esclusivi della Sicilia. Lui Rosario Raimondi, non vantava quarti di nobiltà ma era tanto ricco, sveglio e col proposito di fare il notaio. Cosa che realizzerà rendendolo viepiù agiato. Si sposano, ma come per tantissime coppie anche la loro diuturna vita nuziale significa spingere le giornate stancamente. Lei trascorrendole come le donne dabbene di un tempo, ricamando, leggendo, frequentando nobildonne della Caltanissetta “in”, facendosi notare per gli abiti costosissimi tra un’organizzazione e l’altra d’incontri mondani e di beneficenza. Purtroppo, però, si fa anche “sussurrare” per una lunga relazione extra coniugale con tale Raimondo Gangitano. Una passione travolgente, come si definivano queste storie nei racconti d’appendice, fatta di attaccamento morboso da parte della donna, in misura tale che la vicenda non giocò a suo favore. I pregiudizi della vita provinciale hanno il loro peso anche nelle aule di giustizia.

Il primo processo si svolge a Enna. La difesa è affidata ad un grande nome del foro romano, Bruno Cassinelli, aiutato dai nisseni Vincenzo Vizzini e Michelangelo Salerno. I parenti del notaio non si costituiscono parte civile, dichiarando per mezzo dei propri legali, Alfredo De Marsico, Giuseppe Alessi e Filippo Siciliano, che la loro decisione nasceva unicamente dal desiderio di assecondare quello dei due figli del Raimondi a non infierire sulla loro madre.

Il procedimento inizia il 10 maggio 1955 dopo circa sette anni d’istruttoria dai tragici accadimenti. In questa sede la Vassallo, così come aveva già fatto in fase d’istruzione ritratterà la versione dei fatti verbalizzata in origine, affermando che il movente dell’avvelenamento non era stato la gelosia bensì la pietà, poiché non c’era più speranza per il marito morente. A confodere le idee si aggiunge un altro elemento, vale a dire, l’esito degli esami in corso a Palermo sui reperti cadaverici e su alcuni oggetti del notaio. I risultati sono tutti negativi, non c’è traccia di stricnina, dunque la morte del Raimondi è da addebitare al tabacco. La moglie è innocente, ma allora, per quale ragione si era accusata di veneficio? La corte ritiene necessaria un’ulteriore perizia, si rivolge a Firenze sede della clinica tossicologica più famosa d’Italia. Di conseguenza, le lenzuola intrise di vomito, il bicchiere dal quale il morto ha preso le medicine partono alla volta della Toscana. Ma, come ci ricorda La Repubblica, “il pacco sigillato giunge manomesso e viene inspiegabilmente ritrovato dopo alcune settimane in un vecchio armadio dell’ufficio corpi di reato. La cosa non finisce qui, perché quando finalmente arriva il responso fiorentino, ecco l’ennesimo colpo di scena: la stricnina c’è. E pure abbondante. Col risultato che fra i periti palermitani e quelli fiorentini scoppia una violentissima polemica. Che diventa addirittura pedante in sede processuale, in cui non si parla d’ altro che di solventi e soluzioni, etere e cloroformio, accertamenti chimici e tecniche di avvelenamento. Mentre intanto si consuma lento il dramma di una donna sola”. Assunta Vassallo – internata nel manicomio di Aversa e rinviata a giudizio nel 1954 – verrà condannata in primo grado, a venti anni di reclusione poi ridotti a sedici, confermati il 23 marzo 1958 dalla Cassazione.

In totale, beneficiando di alcuni condoni la vedova rimase ristretta per undici anni. Quando tornò in libertà a Caltanissetta trovò occupazione come infermiera e per dieci anni svolse il suo mandato. Si ritirò con il plauso e i complimenti di quanti l’avevano incontrata negli ultimi tempi. Ha vissuto gli ultimi anni della sua travagliata vita in un modesto appartamento, certo lontana dagli agi e dai fasti che aveva conosciuto prima della morte del marito. Come andarono veramente le cose non si è mai saputo, anche se in dibattimanto il suo legale Cassinelli invitò la corte a non credere all’auto accusa della donna; lo aveva fatto in preda al panico e alla confusione, a ridosso della morte del notaio, a causa della paura di una vendetta da parte dei parenti di lui. In quei momenti vide nella fuga verso la caserma dei carabiniere l’ancora della sua incolumità. L’avvocato Salerno di Caltanissetta, difensore e amico dei Vassallo non fece mistero di una possibile manomissione dei reperti nello spostamento dei medesime tra Palermo e Firenze. Per il professionista Assunta è sempre stata innocente.

Giuseppe Rinaldi

girinaldi@libero.it


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE