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2 settembre 1943. Salvatore Giuliano diventa un bandito

Cronaca

Non tutti la raccontano allo stesso modo, ma di certo c’è una cosa sola: con l’uccisione del carabiniere Antonio Mancino la vita di un buon ragazzo di campagna, si trasforma radicalmente, mutando Salvatore Giuliano, “u figghiu du ‘mericanu” (il padre era stato in America) in “Turiddu” il bandito, re di Montelepre (PA).

Qualcuno vede in questa storia la prova dell’”Effetto Farfalla”. Si dice, infatti, che il battere delle ali di una farfalla in Brasile possa provocare un tornado in Texas. Questo perché? Perché secondo la teoria del “caos” il movimento delle ali dell’insetto rappresenterebbe, di per sé, un piccolo cambiamento nella condizione iniziale del sistema, capace però di provocare una catena di eventi che portano a fenomeni sempre più consistenti. In parole povere, un po’ come l’effetto domino. Se cade la prima tessera tutte le altre la seguono. Nel caso che ci interessa se a comprare i due sacchi di grano al mercato nero, anziché Salvatore fosse stato, com’era previsto in precedenza, il di lui fratello Giuseppe, gli accadimenti successivi a quell’acquisto non si sarebbero probabilmente verificati nella tragica interezza. Pura teoria, per carità.

Su quanto accaduto quel 2 settembre 1943, la sorella Marianna, nel suo libro scritto a quattro mani con il proprio figlio, intitolato, “Mio Fratello Salvatore Giuliano” compila un racconto dettagliato che noi qui riassumiamo senza sconvolgerne il senso.

Il grano che il fratello Peppino aveva procurato al “mercato nero” stava finendo, di conseguenza questi si preparava per tornare a San Giuseppe Jato (PA) allo scopo di procurarne almeno altri due sacchi per complessivi 80 chili. Ma il dolore causato dalla recente ferita di guerra glielo impedì. Pertanto, si decise che quel viaggio lo dovrà fare l’altro fratello, Salvatore (ecco l’effetto farfalla, per chi ci crede).

Sulla via del ritorno Turiddu camminava di buon passo tirandosi dietro il cavallo carico dei due sacchi di frumento appena comprati, quando a pochi chilometri da Partinico, mentre attraversava un torrente in località Quarto Molino, il giovane fu fermato da una pattuglia composta di due carabinieri e due guardie campestri. Gli intimarono di fermarsi e accortisi che trasportava grano di contrabbando perché acquistato alla borsa nera, manifestarono l’intenzione di requisirlo. Inutilmente Giuliano pregò che desistessero perché il frumento era stato acquisito solo ed esclusivamente per bisogni famigliari e non per ulteriore speculazione. La cosa non meritava un arresto con conseguente processo. Non ci fu nulla da fare. I quattro uomini erano sul punto di arrestare Salvatore che aveva frattanto anche dato i suoi documenti, quando nei pressi altre quattro persone con altrettanti muli spuntarono in fondo alla strada. Secondo il racconto della signora Marianna, le forze dell’ordine trattarono con cordialità i nuovi arrivati, al che vistosi non più al centro dell’attenzione Turiddu tentò la fuga. Ne seguì uno scontro a fuoco, i militi spararono sei colpi di moschetto, due raggiunsero al fianco il giovane che frattanto rispose al fuoco con la sua pistola. Colpì un carabiniere, tale Antonio Mancino che morirà il giorno dopo. Nel trambusto Giuliano riuscì ad eclissarsi e non farsi più trovare. Da quel momento diventa un “latitante”, un brigante inseguito dalla Legge per sette lunghi anni.

Una diversa versione dei fatti non in antitesi ma percepita da altro punto di vista è quella tratta da www.ancispettoratosicilia.it, Associazione Nazionale Carabinieri: “Il 2 settembre 1943 un giovanotto proveniente da San Giuseppe Jato e diretto a sud della natia Montelepre stava trasportando un paio di sacchi di grano. Non era un semplice contadino, ma uno dei tanti corrieri del mercato nero del grano che prosperava sotto l’occhio vigile della mafia e grazie alla compiacenza di troppe autorità. Giunto alla località Quattro Molini fu bloccato da due carabinieri e due guardie campestri. Gli andò male: venne fermato e il carico gli fu confiscato. Ma a quel punto sopraggiunse un altro contrabbandiere e tre dei tutori dell’ordine si mossero per bloccarlo. Uno soltanto era rimasto a sorvegliare il giovanotto che, con una ginocchiata si sbarazzò dello scomodo custode, tentando di nascondersi in un boschetto inseguito dagli altri tutori dell’ordine. Rispose al fuoco uccidendo l’inseguitore più vicino. Il carabiniere Antonio Mancino fu la prima vittima del bandito Salvatore Giuliano. L’Arma si mobilitò per catturare Giuliano: il 25 dicembre 1943 fu organizzata una gigantesca retata nei dintorni di Montelepre. Un centinaio di compaesani di Giuliano (inclusi il padre, lo zio e un cugino), sospettati di complicità, vennero arrestati. Giuliano venne alla fine scovato, ma riuscì a sfuggire alla cattura uccidendo un milite e ferendone un altro. Ebbe così inizio una latitanza tristemente leggendaria che si protrasse fino al 1950…”

 Attorno al bandito Giuliano nel tempo si sono intrecciate tante storie e leggende, sino a quella che lo vuole non ucciso in quel luglio del 1950 (il cadavere nel cortile dell’avv. De Maria in Castelvetrano, sarebbe stato quello di un sosia), che non stupisce immaginarlo quale uomo addestrato alla guerriglia e libero, durante la latitanza, di viaggiare liberamente per l’Italia. Grazie, infatti, alle ricerche condotte su Giuliano da Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino, collaboratori dello storico Nicola Tranfaglia, è possibile vedere un profilo diverso del Giuliano, meno Robin Hood siciliano e più capo di squadre armate collegato ai servizi segreti americani e italiani. Dice Casarrubea: «La sedentarietà presunta di Giuliano, il fatto che non si sia mai mosso da Montelepre e dalle sue montagne, è una leggenda. È anzi ampiamente dimostrato il contrario. Giuliano fu un criminale, legato ai movimenti neofascisti nati a cavallo della Repubblica Sociale. E girò parecchio per l’Italia». E’ parere dello scrittore che dopo l’uccisione del carabiniere Mancino, abbia trovato, con ogni probabilità, rifugio non nella sua Montelepre e sulle montagne circostanti, ma addirittura oltre lo Stretto, tra la Calabria e La Puglia.  E non solo. Il Corriere di Como in un suo articolo del 6 dicembre 2013, facendo sempre riferimento agli studi di Casarrubea e Cerenghino sostiene che “è proprio il Secret Intelligence Service britannico a confermare in documenti e relazioni dei suoi agenti che Giuliano, insieme con il vice Salvatore Ferreri, frequenta assiduamente Lombardia e Veneto anche nell’estate del 1946. Il fatto che il bandito monteleprino sia transitato da Como è, per Casarrubea, un’ipotesi più che probabile. Suffragata da un’altra considerazione, questa invece fondata su relazioni particolareggiate: la banda di Giuliano fu costruita anche con elementi addestrati a Montorfano e provenienti dal Battaglione Vega. «Nell’aprile 1945, 120 militi della brigata “Raffaele Manganiello”, di stanza a Montorfano raggiungono la Sicilia per continuare la “resistenza fascista” al Sud. Fanno parte del Battaglione “Vega”, un corpo di élite di 350 uomini voluto dal principe Borghese nell’estate del 1944 e addestrato dal tenente di vascello Mario Rossi. Gli uomini del “Vega” provengono in gran parte dalle fila dei Nuotatori-paracadutisti Np del colonnello Nino Buttazzoni. Negli elenchi stilati dal controspionaggio Usa (aprile 1945), compaiono i nomi del “tenente Giuliano” e di altri futuri componenti della cosiddetta “banda” del monteleprino».

Sulla scorta degli studi che via si completano anche attraverso gli archivi in buona parte ancora segretati, si delinea una figura di bandito che sino a qualche decennio era difficile immaginare. E non tutti i cassetti sono stati ancora aperti.

 

Giuseppe Rinaldi

 


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