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Morire all’alba…

Cronaca

Morire all’alba…di una domenica di settembre ancora intrisa del calore dell’estate, nella piccola area verde di un paese di provincia, morire all’alba della vita perché a venti anni si deve ancora sognare, progettare, realizzare il futuro.

Willy è diventato un simbolo, vittima del degrado dei costumi, della violenza imperante, dell’intolleranza verso i propri simili, aggravata dall’odio che discrimina chi è diverso per etnia, per tendenze sessuali o più semplicemente per ideologia.

E’ stato ucciso dalla scellerata protervia di quattro soggetti autoreferenziali e superomisti, educati al culto della violenza fine a se stessa, della ferocia che mette in circolo adrenalina e fa sentire semidei di se stessi, supereroi di una pellicola macchiata di sangue innocente.

Ventuno interminabili minuti di brutalità inaudite, agite su un ragazzo colpevole soltanto di volere porre fine ad una lite banale, quattro “immaginifici gladiatori” scatenano la loro bestialità su un corpo sempre più ferito ed inerme.

Infine, soddisfatta la sete di sangue,  si allontanano e proseguono la notte brava in un locale.

Il maresciallo Carella che per primo  ha soccorso Willy parla di una scena «disperata, tra le più cruente dei tanti anni passati in servizio».

Giunge il 118, ma è tardi, il giovane cuore di Willy si ferma. L’autopsia accerterà che la morte è avvenuta “a causa dei “politraumi” distribuiti tra torace, addome e collo che hanno portato a un “grave shock traumatico” e quindi all’arresto cardiaco”

Gli aggressori vengono identificati e fermati.

E’ lecito porsi alcune domande:

dov’erano i suoi amici, cosa ha fatto chi ha udito le grida di aiuto, perché nessuno è intervenuto, né ha chiamato le Forze dell’Ordine?

La risposta è immediata e spontanea, l’omertà è una delle caratteristiche di molti italiani, essere scimmiette cieche mute e sorde è un costume che indossano in tanti.

La notizia si diffonde ed il web si scatena, tra migliaia di voci di sdegno, pietà, rabbia, desiderio di giustizia, neppure troppo sommessamente c’è chi scrive “Per me sempre immigrato sei, perché in Italia non esistono persone nere. Rimarrai sempre un immigrato, anche se hai una cittadinanza. Per me sei italiano quando sei bianco”.

Sono voci isolate, la gente è commossa, emotivamente coinvolta.

Come sempre avviene in questi casi, prima ancora della Procura parlano i legulei laureati all’università di internet, discettano sul tipo di imputazione, giungono persino a minacciare l’avvocato che dovrà difenderli perché ignorano che il giusto processo è un diritto costituzionalmente garantito.

La Costituzione, questa sconosciuta!

“Non è omicidio preterintenzionale, è omicidio volontario” gridano a gran voce senza rendersi conto che esiste un codice penale cui è necessario fare riferimento e cui dovrà attenersi chi sarà chiamato a giudicare.

Compito non facile per Magistrati ed avvocati che devono contemperare i loro convincimenti e sentimenti umani con il rigore delle norme.

Tutto induce a ritenere impossibile che i picchiatori, per altro addestrati alle arti marziali, non abbiano ipotizzato l’evento morte come conseguenza della loro barbarie, ma tutto, purtroppo, va dimostrato.

Si spegneranno i riflettori su questa turpe vicenda, i giorni porteranno alla ribalta nuove vicende di cui parlare, la gente dimentica rapidamente.

Rimarrà eterno il dolore dei genitori che hanno visto il loro ragazzo uscire, sereno e sorridente, un sabato sera e lo hanno ritrovato massacrato, in una gelido obitorio, nell’alba livida di una domenica di settembre.

                                                                                                                                        Sara Spagnoletti


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