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Libano, qualcosa è cambiato?

Estero

L’ambasciatore Mustafa Adib è il nuovo primo ministro del Libano. Intanto il presidente francese Macron arriva nel paese a un mese dall’esplosione di Beirut. Ma dalla sua prima visita, all’indomani della detonazione, è cambiato davvero qualcosa?

Emmanuel Macron torna in Libano dopo la prima, potente visita all’indomani dell’esplosione al porto di Beirut, lo scorso 6 agosto. Primo capo di stato straniero a recarsi nel paese dopo l’incidente, Macron aveva camminato per le vie del centro della capitale in cui la deflagrazione, causata da oltre 2700 tonnellate di nitrato d’ammonio stoccate nei magazzini del porto, ha ucciso 190 persone e ne ha ferite oltre 6.000, danneggiando palazzi, attività e un’infrastruttura strategica per l’economia libanese. In una città ferita, in cui la rabbia contro una classe dirigente inetta, ritenuta in blocco la principale responsabile della tragedia, il presidente francese aveva auspicato un ‘Nuovo Patto’ per la ricostruzione del paese, il superamento della corruzione e del clientelismo e l’immobilismo politico. A un mese di distanza, le sue parole restano lettera morta. I libanesi si trovano a fare i conti, oltre che con le conseguenze del disastro, con una crisi economica senza precedenti e una nuova allerta per l’epidemia di Covid-19. Unico sussulto della classe dirigente, la nomina di un nuovo primo ministro, annunciata questa mattina, che subentrerà ad Hassan Diab, dimessosi lo scorso 10 agosto. Sforzo sincero, seppure tardivo, di rimettere in piedi il paese, o fumo negli occhi da parte di una casta che sopravvive solo grazie allo status quo?

Chi è il nuovo premier?

Mustafa Adib, professore universitario di 48 anni, è stato ambasciatore in Germania dal 2013.

Ha un dottorato in legge e scienze politiche e in precedenza ha ricoperto l’incarico di consigliere per il primo ministro Najib Mikati. I partiti politici, da Hezbollah a Mustaqbal di Saad Hariri si sono detti “collaborativi” nei suoi confronti e il neo premier si è impegnato a formare “a tempo di record” una squadra di ministri composta da “esperti e persone competenti” per attuare le riforme tanto attese. Pur volendo considerare positivo il raggiungimento di un accordo tra le parti, non è però detto che la nomina di un premier garantisca di per sé la formazione rapida di un esecutivo, né tantomeno la sua capacità di mettere in piedi riforme profonde, destinate a sconvolgere l’attuale assetto del paese.

Uno stato laico?

La prima e più profonda riforma, è stata evocata nella serata di ieri dal presidente della Repubblica Michel Aoun. In un discorso in occasione dei 100 anni dalla proclamazione dello Stato libanese, Aoun ha chiesto di “dichiarare il Libano uno Stato laico”, auspicando un superamento del sistema confessionale per la ripartizione dei poteri attualmente in vigore. Secondo la Costituzione del 1926, gli incarichi politici sono ripartiti tra diverse comunità religiose presenti nel paese: la presidenza della Repubblica è quindi tradizionalmente concessa a un cristiano maronita – la confessione maggioritaria all’epoca in cui fu creato questo sistema – il primo ministro è un sunnita e il presidente della camera uno sciita. Col passare del tempo, le comunità musulmane, che sono cresciute di numero, hanno chiesto una revisione di questo sistema. Nel 1989, alla fine della guerra civile, gli Accordi di Ta’if riequilibrarono in parte la ripartizione dei poteri ma questa distribuzione, che ha permeato tutti gli ambiti della vita pubblica, resta fonte di tensione tra le comunità ed è – secondo molti libanesi – alla base delle storture, del clientelismo e della corruzione imperante.

L’emendamento della Costituzione era stata una delle richieste dei movimenti di piazza che hanno tenuto il Libano in scacco per buona parte del 2019. Di fronte all’incapacità della politica di reagire alla crisi economica e sociale che attraversava il paese, vari segmenti della popolazione avevano ingrossato le fila di una protesta che aveva fatto capire come orma la misura fosse colma. È per questo che Macron dovrà spendersi molto per evitare che la sua nuova visita serva solo a prendere atto dell’incapacità di un paese di arrestare il suo crollo. Se il presidente francese ha già puntato in passato sulla ‘strategia della carota’ – massicci aiuti internazionali – potrebbe essere tentato di ricorrere al bastone (sanzioni individuali) per sbloccare la situazione. “Abbiamo udito l’appello di Macron durante la sua ultima visita e siamo pronti a discutere in modo costruttivo sul tema” ha dichiarato Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Un’apertura talmente inattesa da suonare vuota. Per il movimento sciita, come per molti altri attori politici, minare le fondamenta confessionali del Libano equivale a un suicidio politico. Anche per questo, per riconquistare la fiducia della popolazione ci vorrà qualcosa di più che un nuovo primo ministro. Altrimenti, come osserva il quotidiano cristiano L’Orient Le Jour “saremo di fronte all’ennesima rivoluzione di cartone: cambiare tutto perché nulla cambi”.


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