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Deceduta la discendente dei Florio. L’ultima dei grandi di Palermo

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Nei giorni scorsi è deceduta Costanza Afan de Rivera, nipote abiatica degli ultimi “Leoni” di Sicilia, Ignazio Florio e la moglie Franca che, seppure un po’ curvi sotto il peso dei debiti bancari e dei dolori personali mai sfiorirono e al pari dei Gattopardi illustrarono un’epoca della grande Palermo.

Della sua famiglia aveva così scritto: “Le famiglie vere sono come certe foreste, tanti alberi che in realtà sono un tutt’uno polloni aggrappati a un medesimo ceppo d’origine immemore. Una segreta radice si estende sotterranea, genera e nutre figli distanti nello spazio, geneticamente identici. La morte del singolo perciò è solo apparenza, la sua linfa non cessa mai di scorrere e riaffiorerà inaspettatamente, prima o poi, nell’ininterrotto fluire del tempo. Così siamo noi, Florio”.

Oggi a sentire il nome Florio viene in mente una scatoletta di tonno o tutt’al più un marsala, ma le cose non stanno così, dietro quel nome c’è tutto un mondo fatto di più vite, tutte spese al servizio dell’imprenditoria a cominciare da lontano, molto lontano. E’ la saga di una famiglia che da modeste condizioni riesce a risalire la piramide sociale, divenire ricca e borghese sino a imparentarsi con la nobiltà più in vista del momento, in un contesto storico in cui i quarti di nobiltà valevano sempre meno e il “capitale” sempre più. Il conto in banca surrogava già le prerogative di una corona. La realtà è quella descritta da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quando il grande e pur altezzoso Fabrizio Salina asseconda il matrimonio del nipote Tancredi, squattrinato, con la figlia del popolano ma ricchissimo Calogero Sedara, al fine di rialzare le sorti economiche del degradato casato dei Falconeri.

Alla fine del settecento fu il cognato Barbaro a convincere Paolo di abbandonare forgia, martelli e tenaglie, propri dell’attività di maniscalco per tentare con lui la fortuna sul mare. Il mare era il Tirreno e l’attività era il commercio attraverso il piccolo cabotaggio. Paolo, però, preferì la terra ferma ai porti e così trasferitosi a Palermo, nei primi anni del 1800, lo troviamo fortunato commerciante di droghe e di altri prodotti provenienti dall’estero che distribuiva nell’Isola.

Il ritorno al mare avvenne col figlio Vincenzo nel 1828 con l’acquisto di una parte della goletta Santa Rosalia, sino a dotarsi di una flotta i cui legni toccavano porti anche posti oltre oceano. La navigazione fu uno dei tanti interessi economici della Famiglia, peraltro coltivato anche dal figlio di Vincenzo, Ignazio, il quale personalmente e con la benedizione di Crispi, presente al rogito, fondò con Rubattino di Genova nel 1881 la “Navigazione Generale Italiana (Società riunite Florio e Rubattino)”. 

La vita imprenditoriale dei Florio spaziò dalle tonnare alla produzione del marsala, dalla navigazione all’editoria (della famiglia era il quotidiano di Palermo L’Ora), dalla lavorazione e inscatolamento del tonno allo sport (la famosa Targa Florio, non per nulla porta tale nome).

Con l’arrivo del ‘900, poco alla volta, tra cattiva amministrazione ed esposizioni bancarie non indifferenti la grandeur del casato cominciò ad appannarsi. Gli ultimi fuochi si ebbero grazie alla consorte di Ignazio Florio Jr, donna affascinate e carismatica, Franca Notarbartolo di S. Giuliano. Bellissima e colta. Seppe creare intorno a sè un salotto internazionale di mondanità, raffinatezza e cultura, che divenne il cuore pulsante della società palermitana più “in”. Ignazio e donna Franca erano famosi per il lusso, per i ricevimenti fatti in onore di personaggi illustri come Gabriele D’Annunzio, il tenore Caruso, lo Zar di Russia, il re d’Italia. Purtroppo la splendida vita dei coniugi Florio fu costellata di disgrazie familiari come la morte dei loro figli. In questi momenti dolorosi è a Favignana che donna Franca cerca rifugio e pace come si può leggere su Wikipedia. Favignana fu poi venduta, come tutte le imprese di famiglia compresi magnifici gioielli.

Ignazio, nel 1934, scrive alla signora Franca “…il dolore di constatare la poca fiducia nel nome” (A. pomar, Donna Franca Florio, Vallecchi, Firenze 1985).

In ogni caso, parlare della Palermo dei Florio, soprattutto sotto lo sguardo di donna Franca, significa parlare di un momento di grande fermento artistico, sociale e culturale. Oggi anche la nipote non c’è più. Si è spenta nella casa di famiglia a Roccalvecce (VT), di recente aveva pubblicato “L’ultima Leonessa”, libro dedicato alla madre Giulia attraverso il quale narra la storia della famiglia.

Giuseppe Rinaldi

 

 

 

 


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