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Nagorno Karabakh, aria di guerra

Politica

Lo scontro tra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno Karabakh rischia di aprire un nuovo fronte tra Erdogan e Putin?

Si riaccende il conflitto in Nagorno Karabakh, la regione contesa da Armenia e Azerbaijan nel Caucaso meridionale, crocevia degli oleodotti che riforniscono di petrolio e gas i principali mercati mondiali. Domenica un attacco su ampia scala con mezzi pesanti, fanteria e artiglieria ha coinvolto l’intera linea del fronte provocando finora almeno una quarantina di morti tra cui dei civili. L’esercito azero e gli indipendentisti armeni che controllano il territorio e ne rivendicano l’autonomia da Baku si accusano reciprocamente di aver dato inizio alle ostilità. L’escalation di domenica è legata agli scontri già avvenuti nel luglio 2020 ma è di gran lunga la peggior escalation dal 2016 e sia l’Armenia che l’Azerbaijan hanno proclamato la legge marziale e mobilitato i riservisti. È timore condiviso tuttavia, che l’escalation offra a potenze regionali e internazionali l’occasione di inserirsi nel conflitto producendo uno scenario simile a quelli già osservati in Siria o Libia: se Ankara – alleata di Baku – ha detto che sosterrà l’Azerbaigian “con ogni mezzo”, da Mosca, tradizionalmente vicino all’Armenia, Vladimir Putin ha lanciato un appello per il cessate il fuoco. Anche la Francia, dove vive una folta comunità armena, e l’Unione Europea hanno chiesto di fermare i combattimenti. L’Iran, che confina con entrambi i paesi, si è offerto come mediatore in eventuali negoziati.

Finora, quello che si agita nel Caucaso meridionale è stato un conflitto circoscritto a due ex repubbliche sovietiche: l’Armenia, paese a maggioranza cristiana sostenuto da Mosca, e l’Azerbaijan a maggioranza musulmana, vicino alla Turchia. Nel 1921 le autorità sovietiche unirono la regione del Nagorno Karabakh, abitata in prevalenza da armeni, all’Azerbaijan. Dopo il crollo dell’Urss nel 1991, gli armeni della regione votarono per l’indipendenza con un referendum boicottato dagli abitanti azeri. I separatisti sostenuti da Yerevan ne assunsero il controllo, con una guerra che ha causato 30.000 morti e migliaia di sfollati. Da allora il Nagorno-Karabakh si definisce uno stato indipendente col nome di Repubblica dell’Artsakh, la cui capitale è Stepanakert, ma che non è riconosciuto a livello internazionale e che neanche l’Armenia riconosce. Ad un fragile cessate-il-fuoco raggiunto nel 1994 grazie alla mediazione di russi, francesi e americani del Gruppo di Minsk, non è seguito nessun progresso nei negoziati di pace portati avanti dall’Osce, in stallo fin dal primo giorno. Nell’aprile 2016 circa 200 persone sono rimaste uccise in combattimenti che periodicamente si riaccendono lungo la linea del fronte.

Una guerra per procura?

Stavolta, a far suonare i campanelli d’allarme sono una serie di dichiarazioni che lasciano presagire un confronto più ampio del solito: Yerevan denuncia che mercenari pro turchi provenienti dalla Siria sarebbero arrivati a irrobustire le file dei militari di Baku. Inoltre l’Azerbaigian ha ricevuto dalla Turchia una flotta di droni, compresi alcuni Bayraktar, l’arma ‘segreta’ che ha rovesciato le sorti della battaglia di Tripoli, già dopo i primi scontri di luglio. Da Ankara il presidente turco Erdogan non conferma ma accusa l’Armenia di essere “la più grande minaccia per la pace nella regione”. E assicura al presidente azero Ilham Alijev che “la nazione turca si pone con tutti i suoi mezzi a fianco dei suoi fratelli e sorelle dell’Azerbaijan”. Per Vladimir Putin, invece, “è importante fare tutti gli sforzi necessari per evitare un’escalation del conflitto”. La Russia ha buoni rapporti sia con l’Armenia, di cui è alleato militare, che con l’Azerbaijan, di cui è partner economico e Mosca non ha nessun interesse al riaccendersi di un conflitto in Transcaucasia. Ma il crescendo di violenze rischia di sfuggire di mano e provocare un nuovo scontro tra Mosca e Ankara, proprio ora che avevano raggiunto un equilibrio, seppur fragile, in Libia e Siria. Allarmata, l’Unione Europea ha chiesto tramite il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, un cessate-il-fuoco immediato e l’avvio di negoziati.

Un timing pericoloso?

Ricco di risorse naturali e con una popolazione tre volte quella dell’Armenia, l’Azerbaijan è sulla carta il più ‘forte’ dei due stati in conflitto per il Nagorno Karabakh. Secondo Thomas de Waal, Baku tenta di approfittare di una serie di circostanze, tra cui la crescente assertività della Turchia, per cercare di recuperare il controllo dei territori occupati dall’Armenia. “Il progressivo disimpegno statunitense nell’area, la maggiore assertività turca e l’assenza di un coordinamento dell’Osce sono tutti fattori che incoraggiano Baku alla ripresa delle armi” osserva l’analista del Carnegie Endowment for International Peace. Sull’altro fronte l’Armenia, paese cristiano legato al mondo ortodosso slavo, fa parte della Collective Security Treaty Organization (Csto) alleanza militare che raggruppa nazioni ex sovietiche rimaste nell’orbita di Mosca. Se il suo territorio fosse invaso avrebbe diritto a far scattare il meccanismo di difesa collettiva, sul modello dell’articolo 5 della Nato. I campanelli squillano vigorosamente. Se il Cremlino è deciso a impedire che Baku si riprenda l’enclave armena, non è ancora chiaro fino a che punto è disposto ad alzare il livello di scontro con Erdogan.


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