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Il realismo come antidoto alla delusione del progresso

Arte, Cultura & Società

Sono momenti strani quelli in cui viviamo oggi. La pandemia globale ha fatto perdere certezze, sicurezze, fiducia nel futuro. Per carità, probabilmente queste sensazioni, questi stati d’animo albergavano già in molti prima di ciò che è accaduto, consapevolmente o no. Quello che appare evidente è che le certezze che si ritengono raggiunte non lo sono mai una volta per tutte. Se grazie al capitalismo, ad esempio, il concetto di scarsità è stato in qualche modo sconfitto, esso comunque non è stato definitivamente battuto. Ciò perché l’uomo, da sempre, deve fronteggiare la una precaria condizione, fatta di incertezza e difficoltà varie. La miseria, e non la prosperità, è la cifra normale dell’esistenza umana.

La lettura di Declino e tramonto della civiltà occidentale. Studi sulla caduta dell’idea di progresso nella cultura europea, scritto da Giuseppe Bedeschi (Rubbettino, 2019, pp. 148, 15 €) opera un’attenta e articolata ricognizione di alcuni dei principali pensatori che hanno dedicato parte della propria riflessione al concetto di progresso. Come ricorda il professore emerito di storia della filosofia, dal Seicento all’Ottocento la cultura occidentale era animata da una ferma fiducia, quasi fideistica, nei confronti del progresso: il cammino verso il futuro, insomma, sarebbe stato trionfale, il domani radioso e scevro di ostacoli. Basti pensare a Hegel, Marx, Saint-Simon e Comte, infatti posti da Bedeschi nella parte inziale del volume.

Epperò, già durante la seconda metà dell’Ottocento qualcosa comincia a cambiare. Jakob Burckhardt, ad esempio, assume una posizione scettica e disincantata nei confronti della storia: essa non ha un principio né un fine intellegibile. Insomma, le prospettive storicistiche non hanno alcun fondamento, malgrado qualcuno provi ancora a farle sue. Certo è che, sebbene la storia sia insondabile, parimenti non si possono negare criticità agli sviluppi della società: da Max Weber a Karl Jaspers, da Georg Simmel a José Ortega y Gasset, fino ad arrivare ai vari Spengler, Heidegger, i Francofortesi, solo per citare alcuni dei pensatori cui Bedeschi dedica intense pagine analitiche (gli altri da lui considerati sono Freud, Pareto, Nietzsche, Croce e Aron), essi condividono tutti una prospettiva se non completamente atra, almeno un po’ preoccupata.

Secondo Weber, ad esempio, se il capitalismo ha creato benessere e migliorato la vita di milioni di individui, esso, per contro, con la sua opera di razionalizzazione (quasi) completa dell’esistenza ha inaridito la vita stessa, creando le soffocanti condizioni di una “gabbia d’acciaio” che mortifica l’uomo e la sua vitalità. L’uomo moderno, ci dice Simmel non è mai stato così libero e indipendente. Tuttavia, egli è ormai ridotto a una massa incolore, anonima e vacua: è un uomo che vive in un totale presente, senza alcuno slancio qualitativo né interesse per la cultura che lo ha forgiato, direbbe Ortega.

La modernità, insomma, ha creato masse spaesate, alienate, irretite dalla tecnica e dalla ragione strumentale. La razionalizzazione totale dell’esistente, per molti di questi autori, erodendo l’incanto di un’esistenza autentica (e magari la fede religiosa: ma non aveva forse ragione Max Scheler a dire che scienza e religione stanno in un rapporto di et-et, piuttosto che di aut-aut?), di uno spirito incontaminato e di una natura pura, va rigettata. Che fare dunque? Il progresso, per molteplici aspetti in cui si presenta, può essere una delusione. Allo stesso tempo, esso potrebbe essere un’illusione, se lo si idealizza, concependolo quasi come l’inveramento di un paradiso terreno. Il “totalmente altro”, però, non è un’opzione percorribile, a meno che non si voglia tracciare una linea radicale su tutto ciò che è stato raggiunto, nel bene (soprattutto) e nel male.

Come scrisse Pareto, «la concezione di una società fondata unicamente sulla ragione è un’utopia»: la razionalità non può ricoprire interamente l’esistenza umana. Ciò vorrebbe dire, ad esempio, ridurre ogni rapporto a logiche eminentemente contrattuali. Come insegna Wilhelm Röpke, c’è e ci sarà sempre spazio per qualcosa che vada “al di là dell’offerta e della domanda”. In tal senso, il mero lato economico della vita non può assorbire ogni rapporto. Con il concetto di scarsità bisognerà sempre fare i conti e, infatti, l’economia di mercato non può essere sostituita da ipotetici e poco realistici progetti basati sulla benevolenza: la miseria è lì, dietro l’angolo. Al contempo, tuttavia, vanno riscoperti i rapporti comunitari così come, perché no?, il valore delle piccole cose: la felicità passa anche da una calda serata trascorsa con gli amici veri e da una rincuorante cena con la famiglia che non si vede da un po’.

Illudersi, idealizzando il presente per i traguardi raggiunti così come per gli sviluppi futuri della società (ma anche idolatrando una presunta età dell’oro vissuta in un mitico passato), è il primo passo per rimanere delusi della vita. E avere il pretesto per abbattere l’esistente, da cima a fondo. Realismo, scetticismo e un certo disincanto possono essere d’aiuto. Non è allora un caso che Bedeschi concluda il libro trattando di Raymond Aron: pensatore liberale, certamente, ma non per questo prono all’idolatria dell’ideologia del progresso.

Carlo Marsonet

 

 


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