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Google sotto accusa

Estero

Il governo degli Stati Uniti mette sotto accusa il più famoso motore di ricerca al mondo: “Monopolio che impedisce la concorrenza”. C’entrano gli accordi con Apple, ritenuti irregolari. È la causa più grande contro un’azienda del settore tecnologico.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America presenta oggi una causa contro Alphabet, la società che controlla Google. L’accusa è di aver creato un monopolio sugli altri motori di ricerca che impedisce una reale concorrenza. In particolare, il governo statunitense invoca gli accordi tra Google e Apple definendoli irregolari. Secondo l’accusa, Alphabet versa tra gli 8 e 12 miliardi di dollari a Apple affinché risulti il motore di ricerca predefinito sui suoi dispositivi. “La gente usa Google perché sceglie di farlo, non perché sia obbligata, o perché non esistono alternative”, fanno sapere dall’ufficio legale del motore di ricerca più famoso al mondo, sostenendo che l’accusa sia “piena di errori”. Si stima che negli Stati Uniti quasi il 90% delle ricerche su internet avvenga con Google, che trae ingenti benefici economici dalle inserzioni dei risultati di ricerca. Non è prevedibile quale possa essere il destino della causa se tra due settimane dovesse cambiare l’inquilino alla Casa Bianca, ma si sa che ci vorrà molto tempo prima che inizi e finisca quella che è stata definita l’iniziativa giudiziaria più rilevante decisa dal governo USA nei confronti di una grande azienda del settore tecnologico negli ultimi decenni.

Google ha un monopolio?

“Per molti anni, Google ha usato tattiche anticoncorrenziali per mantenere ed estendere il suo monopolio sul mercato dei servizi di ricerca generale e sulla pubblicità di ricerca, ovvero i pilastri del suo impero”, si legge nelle 57 pagine dell’accusa. Il Dipartimento di Giustizia ha evidenziato anche le differenze tra il Google di vent’anni fa, nato come una promettente start-up con un metodo di ricerca innovativo e quello di oggi: “Un monopolio che detiene il controllo totale di internet”. Stando ai numeri pubblicati da eMarketer, solo l’anno scorso, Google ha incassato oltre 34 miliardi di dollari grazie ai risultati di ricerca negli Stati Uniti. Un numero destinato a raggiungere i 43 miliardi di dollari entro il 2022. Il complice principale di Google nel raggiungere questo risultato sarebbe Apple. Ed è proprio il rapporto tra i due ad essere all’esame del governo statunitense. Google verserebbe, ogni anno, tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari per risultare come opzione di default sugli smartphone, tablet e Mac di Apple. Un accordo che vale la fortuna di entrambi, visto che per l’azienda che fu di Steve Jobs le entrate da Google equivalgono al 15-20% dei profitti. Non va infine dimenticato che Google controlla anche il browser più popolare del web, Chrome, nonché il sito di video YouTube e il sistema operativo per smartphone Android che attraverso gli annunci pubblicitari online hanno fruttato oltre 162 miliardi di dollari.

Anche se il procedimento si presenta lungo e dall’esito incerto, secondo il New York Times, segnerà una nuova era per il settore della tecnologia. L’iniziativa giudiziaria riflette infatti i malumori bipartisan verso quelle compagnie nate come piccole e virtuose aziende – come Google, Amazon e Facebook – che negli anni sono diventati dei colossi del commercio, della comunicazione, dei media e del modo di fare pubblicità. Negli USA, sia i conservatori come il presidente Donald Trump che la senatrice democratica Elizabeth Warren hanno sempre invocato maggior controllo sui “Big Tech”. La causa, avviata dal Dipartimento di Giustizia assieme a 11 procuratori generali dei singoli stati, rappresenterà anche un punto di svolta nella legislazione antitrust. Qualora Google dovesse perdere la causa, potrebbe uscirne fortemente ridimensionata, anche se al momento non sono ancora note le eventuali misure correttive che il Dipartimento di Giustizia potrebbe richiedere al colosso di internet. Da parte sua, Google si difende sostenendo che l’esito della causa non aiuterebbe i consumatori, “anzi, sosterrebbe artificialmente alternative di ricerca di qualità inferiore, aumenterebbe i costi degli smartphone e renderebbe più difficile per le persone utilizzare i servizi di ricerca che desiderano”.

Una motivazione politica?

Il procedimento giudiziario viene intrapreso in un periodo delicato per gli Stati Uniti: tra due settimane si terranno le elezioni presidenziali più divisive degli ultimi decenni. Qualora il candidato democratico Joe Biden dovesse sconfiggere Trump la sua amministrazione avrebbe facoltà di ritirare la causa, ma non è verosimile che succeda. I democratici hanno infatti sempre sostenuto la necessità di adattare le leggi antitrust all’era digitale. Per Google, infine, si tratta dell’ennesimo procedimento di questo tipo: l’Unione Europea gli ha già fatto 3 cause. L’ultima fu nel marzo 2019 quando l’UE sanzionò Google con una multa da quasi un miliardo e mezzo di euro per violazione delle regole antitrust.

Google e gli altri big tech, pionieri di un nuovo modello di business, chiamato “capitalismo della sorveglianza”, sono da anni sotto gli occhi di chi critica gli squilibri di questo mercato. L’Unione Europea ha già cercato a più riprese di regolamentare le posizioni dominanti di questi colossi, almeno per quel che concerne il mercato nostrano. La novità è che questa volta sono gli Stati Uniti stessi a muovere le accuse. Quello che resta da capire è come mai si sia voluto intervenire proprio ora.

Il governo degli Stati Uniti mette sotto accusa il più famoso motore di ricerca al mondo: “Monopolio che impedisce la concorrenza”. C’entrano gli accordi con Apple, ritenuti irregolari. È la causa più grande contro un’azienda del settore tecnologico.

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d’America presenta oggi una causa contro Alphabet, la società che controlla Google. L’accusa è di aver creato un monopolio sugli altri motori di ricerca che impedisce una reale concorrenza. In particolare, il governo statunitense invoca gli accordi tra Google e Apple definendoli irregolari. Secondo l’accusa, Alphabet versa tra gli 8 e 12 miliardi di dollari a Apple affinché risulti il motore di ricerca predefinito sui suoi dispositivi. “La gente usa Google perché sceglie di farlo, non perché sia obbligata, o perché non esistono alternative”, fanno sapere dall’ufficio legale del motore di ricerca più famoso al mondo, sostenendo che l’accusa sia “piena di errori”. Si stima che negli Stati Uniti quasi il 90% delle ricerche su internet avvenga con Google, che trae ingenti benefici economici dalle inserzioni dei risultati di ricerca. Non è prevedibile quale possa essere il destino della causa se tra due settimane dovesse cambiare l’inquilino alla Casa Bianca, ma si sa che ci vorrà molto tempo prima che inizi e finisca quella che è stata definita l’iniziativa giudiziaria più rilevante decisa dal governo USA nei confronti di una grande azienda del settore tecnologico negli ultimi decenni.

Google ha un monopolio?

“Per molti anni, Google ha usato tattiche anticoncorrenziali per mantenere ed estendere il suo monopolio sul mercato dei servizi di ricerca generale e sulla pubblicità di ricerca, ovvero i pilastri del suo impero”, si legge nelle 57 pagine dell’accusa. Il Dipartimento di Giustizia ha evidenziato anche le differenze tra il Google di vent’anni fa, nato come una promettente start-up con un metodo di ricerca innovativo e quello di oggi: “Un monopolio che detiene il controllo totale di internet”. Stando ai numeri pubblicati da eMarketer, solo l’anno scorso, Google ha incassato oltre 34 miliardi di dollari grazie ai risultati di ricerca negli Stati Uniti. Un numero destinato a raggiungere i 43 miliardi di dollari entro il 2022. Il complice principale di Google nel raggiungere questo risultato sarebbe Apple. Ed è proprio il rapporto tra i due ad essere all’esame del governo statunitense. Google verserebbe, ogni anno, tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari per risultare come opzione di default sugli smartphone, tablet e Mac di Apple. Un accordo che vale la fortuna di entrambi, visto che per l’azienda che fu di Steve Jobs le entrate da Google equivalgono al 15-20% dei profitti. Non va infine dimenticato che Google controlla anche il browser più popolare del web, Chrome, nonché il sito di video YouTube e il sistema operativo per smartphone Android che attraverso gli annunci pubblicitari online hanno fruttato oltre 162 miliardi di dollari.

Anche se il procedimento si presenta lungo e dall’esito incerto, secondo il New York Times, segnerà una nuova era per il settore della tecnologia. L’iniziativa giudiziaria riflette infatti i malumori bipartisan verso quelle compagnie nate come piccole e virtuose aziende – come Google, Amazon e Facebook – che negli anni sono diventati dei colossi del commercio, della comunicazione, dei media e del modo di fare pubblicità. Negli USA, sia i conservatori come il presidente Donald Trump che la senatrice democratica Elizabeth Warren hanno sempre invocato maggior controllo sui “Big Tech”. La causa, avviata dal Dipartimento di Giustizia assieme a 11 procuratori generali dei singoli stati, rappresenterà anche un punto di svolta nella legislazione antitrust. Qualora Google dovesse perdere la causa, potrebbe uscirne fortemente ridimensionata, anche se al momento non sono ancora note le eventuali misure correttive che il Dipartimento di Giustizia potrebbe richiedere al colosso di internet. Da parte sua, Google si difende sostenendo che l’esito della causa non aiuterebbe i consumatori, “anzi, sosterrebbe artificialmente alternative di ricerca di qualità inferiore, aumenterebbe i costi degli smartphone e renderebbe più difficile per le persone utilizzare i servizi di ricerca che desiderano”. ispi@ispionline.it


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