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Perché quell’ora di educazione civica in tutte le classi di tutte le scuole

Scuola, Formazione & Università

Sebbene fosse impellente, nell’immediato dopoguerra, la necessità per tutti i cittadini di una radicale alfabetizzazione democratica che li guidasse nel ripensare integralmente il rapporto tra governo e libertà individuale, tra pubblico e privato, tra partiti e popolo dopo il lungo inverno totalitario, l’Educazione Civica entrò nelle scuole italiane solo nel 1958, ovvero 10 anni dopo la promulgazione della Costituzione repubblicana; vi entrò per volere di Aldo Moro, all’epoca Ministro dell’Istruzione. L’attenzione di Aldo Moro per l’insegnamento pubblico e pervasivo dei fondamenti dell’educazione civica era tuttavia già emersa proprio in sede di Costituente, quando l’11 dicembre 1947 egli depositò un ODG, approvato all’unanimità con prolungati applausi, riguardo la necessità di riservare a questa materia «adeguato spazio nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado».

Quasi trent’anni dopo, nel marzo 1976, in tutt’altro clima politico e alla vigilia di eventi tanto nuovamente duri e drammatici per il nostro paese, Moro insisté sulla necessità di combattere gli estremismi, i terrorismi, ogni forma di violenza e sopraffazione attraverso un ulteriore richiamo a quei doveri civici fondamentali che sono il necessario completamento, l’altra faccia dei diritti garantiti dalla Costituzione, dichiarando che «la stagione dei diritti e delle libertà si sarebbe rivelata effimera, se in Italia non fosse nato un nuovo senso del dovere». Accadeva due anni prima del suo rapimento e barbara uccisione. È straordinaria l’attualità di queste parole, che tutt’oggi esprimono come meglio non si potrebbe la relazione stretta tra diritti e doveri che permea la nostra Costituzione, e che purtroppo, di nuovo, pare sia stata per certi versi smarrita o messa da parte.

Molti sono gli eventi che si sono concatenati, negli ultimi decenni, per indebolire il valore della nostra Carta costituzionale, valore che pur dovrebbe essere ritenuto unanimemente non effimero o contingente, ma capace di resistere e anzi di crescere in ogni momento storico in cui si scorga un vacillare degli ideali che l’hanno prodotta: le Costituzioni infatti hanno l’intento di definire principi universali, che devono rimanere validi e irrinunciabili qualunque sia la congiuntura politica, economica o sociale che si presenti allo Stato. Al di là del prendere forza di movimenti estremisti – spesso nella troppa indifferenza delle istituzioni – al di là della nascita di nuovi razzismi, nuove intolleranze religiose, forme di pericoloso oscurantismo nei confronti dei risultati della ricerca scientifica, persino nuovi tentativi di mettere in discussione la parità di genere, il colpo più grave che si è tentato di infliggere alla nostra costituzione negli ultimi anni è stato proprio il voler mettere in dubbio la sua imparzialità, la sua validità slegata dalla mutevolezza del contesto politico, la sua capacità di rappresentare in toto la Nazione. I tentativi di apportarvi modifiche arbitrarie e non condivise, il volervi ricercare parzialità ideologiche da cancellare, persino il suo uso quasi come feticcio da parte di questo o quel movimento, di questo o quel partito, hanno contribuito a rendere il testo su cui si dovrebbe naturalmente fondare la coscienza civile di ogni cittadino in un oggetto di scontro.

Per questo, forse, si avverte oggi così impellente il bisogno di ripartire proprio dalle Parole della Costituzione per spogliarne l’interpretazione dagli orpelli del linguaggio ‘politichese’ e burocratico che l’hanno allontanata dai cittadini, per mettere a tacere chi vorrebbe delegittimarla, per rispondere a chi la strumentalizza nonostante non sembri averne la giusta padronanza.

«In quanto legge fondamentale dello Stato – ha scritto don Luigi Ciotti – la Costituzione non chiede solo ‘obbedienza’ ma molto di più: corresponsabilità, ossia impegno a essere liberi con gli altri e per gli altri. Non basta allora conoscerli, gli articoli della Costituzione. Bisogna metterli in pratica nella vita di ogni giorno, individuale e sociale, privata e pubblica. Farli diventare cultura e costume. Occorre saper ‘scavare’ in quelle pagine e trasformare la loro carta in ‘carne’, vita vissuta. Il linguaggio della democrazia è corresponsabilità, alfabeto del ‘noi’ – non monologo, parola dell’io. E la Costituzione resta la più alta sintesi del linguaggio della democrazia e delle responsabilità che essa ci affida».

In queste parole mi pare di poter riscontrare l’alto valore simbolico che chiunque si impegni nella difesa della cosa pubblica contro ogni forma di criminalità, malaffare e corruzione sa riconoscere nella Carta Costituzionale; i valori che essa promuove, e che sono riassunti appunto, in primo luogo, nel concetto di responsabilità.

Cicerone, nella sua orazione Contro Verre, scrisse che «è con la corruzione che muore uno Stato. Il sottrarre ad altri per sé, per i propri interessi e la per la propria fazione, è la cosa più nociva e contraria alla salute dello Stato, più che la guerra e la carestia». Ecco, in queste parole si condensa il senso della corruzione come nemica del bene comune; non solo perché essa presuppone un sistema clientelistico, una politica inquinata e una società iniqua, ma perché, soprattutto, la sua esistenza mette in crisi il necessario rapporto di fiducia che sussiste – che dovrebbe sussistere – tra i cittadini e lo Stato. Vincenzo Cuoco scrisse nel 1801, nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799: «Io giudico della corruzione di un governo dal numero di coloro che domandano un impiego non solo per servire la res publica, ma solo per vivere: l’onesto cittadino non dovrebbe pensare a servir la patria se non dopo di avere già onde sussistere. Roma, nell’antica santità de’ suoi costumi, non concedeva ad altri quest’onore. Così il disordine dell’amministrazione, gli interessi privati sono la più grande cagione di pubblica corruzione». È dunque evidente, allora come oggi, la strettissima connessione esistente tra la corruzione e il cattivo funzionamento degli apparati pubblici e dei servizi per i cittadini, perché un dipendente pubblico infedele non fa che inficiare ulteriormente, con le sue azioni, l’immagine dell’amministrazione pubblica, contribuendo a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Occorre dunque, oggi più che mai, rifondare l’etica degli incarichi pubblici, con uno sforzo certamente rilevante, ma che i tempi che stiamo vivendo impongono come non più rinviabile.

Ma, per rifondare l’etica del pubblico, occorrono, prima ancora che le misure coercitive e punitive, gli strumenti con cui dotare i cittadini e i futuri cittadini della capacità di distinguere da soli tra giusto e sbagliato, tra legittimo e illegittimo, tra favore e sopruso, tra giustizia e ingiustizia. L’unico modo per far introiettare ad ogni cittadino i valori veicolati dalla costituzione è la cultura, la conoscenza profonda di quei valori e della loro attualità, della loro forza nel tutelare i diritti di tutti.

A questo dovrebbe servire, fin da come lo pensò Aldo Moro in quel lontano 1958, l’insegnamento pervasivo dell’educazione civica nelle scuole di ogni ordine e grado. Da allora, si sono susseguiti numerosi programmi, sperimentazioni, leggi, tra cui la 169/2008 che ha trasformato l’insegnamento di educazione civica in quello denominato ‘Cittadinanza e Costituzione’, così descritto sul sito del MIUR: «compito della scuola è quello di sviluppare in tutti gli studenti, dalla primaria alle superiori, competenze e quindi comportamenti di “cittadinanza attiva” ispirati, tra gli altri, ai valori della responsabilità, legalità, partecipazione e solidarietà. La conoscenza, la riflessione e il confronto attivo con i principi costituzionali rappresentano un momento fondamentale per la crescita di queste competenze negli studenti. Spetta a tutti gli insegnanti far acquisire gli strumenti della cittadinanza, in particolare ai docenti dell’area storico- geografica e storico-sociale».

L’approccio di questa riforma era quello della cosiddetta “didattica per competenze”, che tra l’altro distribuiva tra più docenti la responsabilità dell’insegnamento dei «principi, strumenti, doveri della cittadinanza», il cui metodo di insegnamento era comunque incentrato su «iniziative attuate dal Miur, in collaborazione con diverse istituzioni, enti e associazioni, per sostenere le scuole in questo compito». Questo significa che la didattica restava confinata a progettualità specifiche ed in molti casi extrascolastiche, impedendo una trattazione organica e continuativa della materia. Anche per ovviare a questa discontinuità, l’Anci nel 2018 ha promosso una raccolta di firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare finalizzata a far introdurre l’educazione alla cittadinanza come disciplina autonoma nelle scuole di ogni ordine e grado. Come sappiamo, la reintroduzione dell’educazione civica come materia obbligatoria nella scuola primaria e secondaria è stata sancita dalla legge 20 agosto 2019, n. 92 ed è diventata operativa da quest’anno scolastico. C’è stato un anno di tempo per ripensare l’insegnamento di questa materia, i contenuti, il metodo, assimilandovi anche i temi più recenti – etici, ambientali ecc. – e avvalendosi anche delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, adattando naturalmente i percorsi educativi ai vari cicli scolastici.

Di base, l’educazione civica «dovrebbe riuscire a mettere i ragazzi nella condizione di conoscere quali sono i fondamentali intorno a loro per quando si troveranno a vivere nella società una volta che saranno adulti, nel dare a loro strumenti di comprensione e di azione nel contesto dato, quindi nell’impartire a loro non solo nozioni riguardo alle materie, ma anche qualcosa che abbia come oggetto la loro posizione nella società»; queste sono le indicazioni di massima di Simona Viola, presidente dell’associazione Italia Stato di Diritto che si occupa appunto di progettare specifici interventi nelle scuole per educare alla legalità e al rispetto delle leggi.

E dunque, il fondamento dell’educazione civica, in ogni caso, deve essere l’educazione alla legalità. La scuola deve saper spiegare ai ragazzi che le loro responsabilità consistono anche nel rispettare la legge, perché essa rappresenta un contratto tra gli uomini per organizzare la società in modo ordinato, efficiente e giusto; e soprattutto deve saper spiegare che il contrario della legge non è la libertà assoluta, la furbizia, la spregiudicatezza: ma anzi è l’arbitrio, la prepotenza, la tracotanza. È su questo, in fondo, che si basano tutte le organizzazioni mafiose: il potere della criminalità organizzata sui territori è un potere immediato, che facilmente si esercita su un popolo che ha paura perché non è unito da sentimenti di comunità e quindi è inconsapevole delle sue capacità e preferisce abbandonarsi al silenzio e all’omertà. Ma è un potere instabile, quello basato sulla violenza, sull’ossequio alle regole di casta e sul clientelismo, insomma su tutti quegli aspetti che caratterizzano una società fatta di oppressori e oppressi, dove tutti, sotto la maschera delle apparenze, sono fondamentalmente nemici tra loro perché i rapporti si basano soltanto sulla legge del più forte.

Questo è il primo messaggio che dovrebbe passare, quando si parla di educazione civica: che il valore della legalità non è solo astratto e imposto dall’alto, ma è una forza che può unire i cittadini contro i soprusi e le prevaricazioni. La chiave per trasmettere ai cittadini di oggi e di domani questo messaggio è la cultura: occorre insegnare che la cultura non è un concetto astratto, un orpello, che essa non segna un limite tra classi sociali, come certa retorica antintellettualistica vorrebbe far credere, ma anzi che, proprio attraverso di essa, si può ricostruire un senso di comunità che si fondi sulla giustizia, che dia ai cittadini la consapevolezza dei loro diritti e dei loro doveri. Questo perché la cultura è in primo luogo riappropriazione dei beni comuni, dei monumenti e delle opere d’arte, delle tradizioni e delle identità che fondano il nostro sentire comune, dei paesaggi che ci identificano e ci rasserenano.

Cultura e paesaggio rappresentano i capisaldi, non a caso individuati con grande lungimiranza dai padri costituenti nell’Articolo 9, di una comunità che sceglie di non sottostare alla legge del più forte ma di credere invece nella bellezza, che è la più grande ricchezza di cui siamo eredi e che dobbiamo trasmettere a chi verrà dopo di noi. Oggi più che mai, quindi, dobbiamo restituire alla dimensione culturale la centralità che merita, al fine di ricomporre il tessuto umano e sociale del nostro Paese e rinsaldare quel senso civico che può farci sentire parte attiva della nostra comunità sociale e politica. Un insegnamento strutturato dell’educazione civica può avere in questo senso un ruolo cruciale.

Nel 1925, quando Giovanni Gentile definiva la missione dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, pose al centro dei suoi compiti la formazione di una nuova classe dirigente che sapesse fare della tutela della cultura e dell’identità nazionale il fulcro della sua azione, accanto a un alto sentimento della responsabilità per la cosa pubblica e alla capacità di interpretare le sfide di un mondo nuovo. Da allora la missione non è mai stata disattesa e la promozione del valore della legalità ha trovato ampio spazio nel lavoro dell’Istituto soprattutto in età repubblicana, concentrandosi, anche di recente, sulla diffusione della conoscenza della carta costituzionale soprattutto tra le giovani generazioni, per esempio con il progetto “Le parole della Costituzione”, un volume che raccoglie 40 voci che evocano concetti dall’ampio uso comune (lavoro, cultura, popolo, famiglia, libertà ecc.) che risultano particolarmente significativi in chiave costituzionalistica, perché, come ha scritto il giurista Peter Haberle nella voce Stato costituzionale dell’Enciclopedia Giuridica Treccani edita nel 2000, la Costituzione non si limita naturalmente a essere un testo di diritto, una raccolta di leggi, un codex: essa anzi rappresenta «l’atto che racchiude e sintetizza la specifica individualità storica e l’identità culturale di una comunità politica».

La sfida di un insegnamento di educazione civica che non si limiti a essere un corso di diritti e doveri, ma che si ponga l’obiettivo di insegnare agli studenti a sentirsi parte di questa comunità storica, culturale e politica si può schematizzare in pochi punti: praticità, attualità, coinvolgimento.

Mentre l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione comprendeva cinque argomenti – educazione ambientale, educazione stradale (Codice della Strada), educazione sanitaria (regole di pronto soccorso), educazione alimentare e Costituzione italiana –l’Educazione Civica come insegnamento autonomo deve infatti avere un significato ben più esteso, fornendo sì coordinate giuridiche e legislative, essenziali per comprendere il funzionamento della cosa pubblica, ma soprattutto esperienze che mettano in evidenza la necessità e l’attualità di questa disciplina, coinvolgendo direttamente gli studenti e la loro vita quotidiana, i problemi che ognuno può incontrare e gli strumenti che la legge, la vita istituzionale ci offrono per affrontarli.

Innanzitutto è fortemente limitante che la parte dedicata al diritto si concentri solo sulla Costituzione. È noto infatti che molti ragazzi, soprattutto quelli della scuola secondaria di secondo grado, arrivano alla loro prima esperienza di elettori a volte senza conoscere affatto l’architettura dello Stato; non conoscono il funzionamento dell’amministrazione pubblica e questo li porta a uscire dalla scuola dell’obbligo senza le competenze necessarie per dialogare con la macchina burocratica, che inevitabilmente diventa immediatamente un nemico, un Leviatano. Non conoscono la dialettica partitica, non sanno informarsi sui programmi politici delle forze in campo e questo li porta spesso a votare senza convinzione e consapevolezza, nella migliore delle ipotesi seguendo le indicazioni dei genitori, oppure a non votare affatto. Occorre quindi che l’educazione civica torni a fornire agli studenti gli strumenti per formarsi la propria opinione, perché per far questo non basta scorrere i feed di un social network. Internet ci fornisce una straordinaria miniera di informazioni, con una rapidità di aggiornamento impensabile fino a pochi anni fa, ma occorre che la scuola insegni a vagliare criticamente questa enorme mole di dati di cui siamo bombardati, se non altro per non alimentare la circolazione di fake news in quest’epoca che ormai molti hanno definito della post verità.

Quindi una Educazione Civica basata su praticità, attualità e coinvolgimento dovrebbe imprescindibilmente dare ampio spazio al mondo digitale, tentando almeno una sistemazione delle infinite problematiche che esso genera, dalla tutela dei propri dati personali, alla lotta al cyberbullismo, all’informazione sui reati informatici (un campo in cui la legislazione è in gran parte ancora da scrivere) insistendo in particolare sui principi della responsabilità penale dei minori, perché troppo spesso sembra che gli adolescenti che compiono azioni illegali e poi si filmano mettendo tutto in rete non abbiano reale contezza del fatto che stanno commettendo degli illeciti e si stanno anche autodenunciando: è come se si fosse creata una frattura tra mondo virtuale e mondo reale, e le due sfere fossero percepite come completamente scisse e incomunicanti. Ecco, non serve ormai un corso di informatica per insegnare agli studenti come difendersi da queste insidie. Quello che serve, invece, è proprio un’educazione all’uso corretto e sicuro delle tecnologie digitali, dato che ormai anch’esse fanno parte integrante della sfera civica, quella dove avvengono le interazioni sociali, politiche, commerciali, culturali ecc.

Chiunque oggi abbia confidenza con un bambino o un adolescente può rendersi conto delle capacità tecnologiche della generazione dei cosiddetti nativi digitali, quasi sempre più smaliziati degli adulti nel muoversi nel mondo del web; ci troviamo in una fase per certi versi paradossale in cui gli adulti devono elaborare modelli di tutela dei minori in un ambiente del quale sono molto meno esperti rispetto a coloro che debbono essere tutelati. È dunque essenziale prima di tutto conoscere, studiare e approfondire le potenzialità e le insidie che stanno dietro le nuove tecnologie, affidandosi a informazioni attendibili e non sottovalutando i rischi, ma senza lasciarsi trascinare da notizie distorte e paure immotivate. Gli sforzi di una classe dirigente vanno indirizzati alla definizione di una nuova idea di stato sociale, alle strategie di lotta alla povertà, alla promozione delle qualità individuali. La condizione necessaria a leggere il cambiamento è quella di puntare sull’innovazione, confrontarsi con i cambiamenti indotti dalla tecnologia, valutando quelli che saranno gli impatti sul nostro modo di vivere. Ciò richiederà da un lato un reale e tangibile processo di democratizzazione della conoscenza, per cui le informazioni siano accessibili ad un numero sempre maggiore di persone; dall’altro lo sforzo per evitare che la frammentazione esponenziale dell’informazione causi l’impossibilità di verificare la sua affidabilità. Infatti, l’illusione di poter essere tutti connessi, di poter accedere a qualunque forma di conoscenza, ha finito col trasformarci in una merce acquistabile, utilizzabile, orientabile, influenzabile. Le grandi compagnie digitali rischiano di creare la cleptocrazia digitale. Si tratta, per le istituzioni, in mancanza di una nuova legislazione ancora tutta da scrivere, di definire codici di comportamento e precise scelte di campo: significa capire i reali pericoli che si nascondono dietro al “traffico di dati”, evitare che i social siano utilizzati per polarizzare opinioni, fomentare conflitti sociali e atteggiamenti discriminatori. La grande scommessa che ci aspetta è quindi imprescindibilmente educativa: siamo noi ad avere la responsabilità di offrire ai più giovani gli strumenti necessari per accrescere la conoscenza, presupposto fondamentale per uno sviluppo economico e sociale virtuoso e sostenibile. Qui subentra ancora una volta una categoria su cui il legislativo dovrebbe soffermare l’attenzione: quello della responsabilità, declinata nelle numerose e sempre più complesse sfide che ci pone il presente: delle crescenti diseguaglianze all’espansione dei fenomeni migratori, dalla precarietà ormai endemica all’atomizzazione del discorso politico, dalla crisi ambientale a quella educativa.

L’affermazione delle tecnologie digitali ha comportato profondi e radicali mutamenti sulle nostre abitudini, comportamenti e nel nostro modo di accedere al sapere. Lo sviluppo di reti sempre più articolate ha anche impresso una forte accelerazione ai processi economici, sociali e culturali, che per essere governata necessita di linee guida chiare e facilmente trasmissibili alle nuove generazioni.

Educazione civica, quindi, non come mero bagaglio di nozioni, ma come attività in grado di fornire risposte reali a problemi reali. Ma non solo, naturalmente. Una educazione civica davvero ancorata sull’attualità non può non esimersi dal trattare i più importanti nodi problematici che gettano ombre sul nostro futuro: la progressiva contrazione di risorse, di fianco all’accelerazione dei cambiamenti climatici, che probabilmente genereranno crisi umanitarie progressivamente più gravi a livello globale e questo non potrà non riverberarsi sul sistema economico occidentale, sui suoi consumi parossistici, sul suo persistente atteggiamento di supremazia sul resto del mondo; le grandi migrazioni, fenomeno che dovremo imparare a governare senza che esso causi disordini sociali, fenomeni di rigetto e xenofobia; una società sempre più multietnica, in cui ognuno dovrà imparare a convivere con l’altro anche quando ci risulta troppo distante dalle nostre abitudini, a mediare, a condividere spazi e progettualità, ma anche a tutelare la propria cultura e le proprie radici dai fenomeni di omologazione e cancellazione delle identità sulla spinta della globalizzazione dei consumi; il consumo di suolo, l’aggressione ai beni comuni, la devastazione del paesaggio attraverso inquinamento, speculazione, cementificazione e tutti i comportamenti che calpestano il patrimonio collettivo e la sua condivisione.

Arginare i rischi connessi all’uso e all’abuso delle tecnologie digitali, incentivare un utilizzo proficuo e virtuoso del web per accrescere la partecipazione e la conoscenza anche e soprattutto nelle nuove generazioni è una responsabilità collettiva.

Le istituzioni devono concorrere, attraverso campagne di sensibilizzazione, agevolazioni economiche e altri strumenti a incoraggiare un uso sempre più consapevole delle nuove tecnologie, in sinergia ovviamente con la scuola e con le famiglie, che per prime devono essere in grado di vigilare sul corretto utilizzo della Rete specie da parte dei minori.

Ogni utente, con i suoi comportamenti e le sue azioni, può contribuire a fare del mondo un luogo migliore, e questo vale certamente anche per il mondo digitale, al cui miglioramento si può contribuire, in primo luogo, proprio imparando a discernere tra ciò che è valido e ciò che non lo è, evitando di contribuire alla circolazione di informazioni false, faziose o espressamente incitanti all’odio e insegnando ai propri figli a fare altrettanto.

Solidarietà, consumo critico, integrazione, tutela dei beni comuni: sono argomenti complessi, ma che lo Stato non può esimersi dall’affrontare a scuola perché sono il fondamento per costruire una società più sicura, più coesa, più pulita e meno conflittuale. Per questo, per forza di cose, l’educazione civica dovrà essere una materia trasversale, in cui si intrecciano diritto, economia, geografia, filosofia persino, senza contare ovviamente il contributo indispensabile della storia, perché è solo basandosi sulla memoria del passato, degli errori e delle conquiste che ci hanno portato fin qui, che si può immaginare una società in cui cittadini informati, consapevoli, rispettosi delle leggi ma anche critici verso le ingiustizie e capaci di impegnarsi in prima persona per combatterle, possano riprendere in mano il loro futuro e costruire una comunità più coesa e sicura, per tutti.

Evelyn Zappimbulso 


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