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La “Spaccanapoli” di Domenico Rea. Uno schiaffo alla cultura letteraria del tempo

Arte, Cultura & Società

 di Stefania Romito

Nessuno quanto Rea seppe approfittare delle libertà dell’immediato dopoguerra quando la narrativa divenne campo aperto a tutte le sperimentazioni. Rea fu innanzitutto il narratore dell’interregno (“L’interregno” è il titolo di uno dei racconti di “Spaccanapoli”). Tra il ’43 e il ’44 l’Italia fu divisa in due dalla guerra. Al Nord i tedeschi, al Sud gli americani. In quel periodo di transizione le cose e gli uomini cambiarono in fretta, e cambiò anche Domenico Rea.

“Spaccanapoli” è il libro d’esordio di Domenico Rea. Uscì nel ’47 e fu come uno schiaffo alla cultura letteraria del tempo.  Rea aveva cominciato a scrivere racconti letterari come “La figlia di Casimiro Clarus” che raccontavano l’amore che mai sbocciato. Ma la guerra aveva messo in lui un estro furioso. Scrivere significava fare esistere le esperienze brucianti che la guerra aveva rese inevitabili. La realtà andava trasformata in scrittura. Cominciò così l’epopea plebea di Rea. La plebe per lui era l’attaccamento alle necessità della vita. Rea cercava la poesia nella materialità, in una terra-campagna che alle spalle aveva il vulcano e di fronte il mare. “Spaccanapoli” è un titolo che non nomina la reale geografia di quei testi. Nel libro infatti Napoli non compare mai. È in primo piano quel territorio vesuviano che in seguito Rea denominerà Nofi, utilizzando alcune sillabe contenute nel nome di Nocera Inferiore, il luogo in cui visse l’infanzia e l’adolescenza. Ma se l’autore ha scelto quel titolo significa che per lui il nome della città copre un territorio più vasto di quello esclusivamente urbano. L’intenzione di Rea era proprio quella di spaccare, di fare esplodere l’immagine tradizionale della città, considerata come la porta d’ingresso del Meridione.

In un saggio dedicato alle due Napoli, Rea mostrò come la città fosse quasi sempre stata raccontata dall’esterno e come in pochi fossero riusciti a rivelarne il vero volto. E quei pochi per lui si riducevano a Boccaccio e a Mastriani. Rea ambiva a distinguersi soprattutto per presa d’atto di linguaggio e di realtà.

Fu così che con la genialità del dilettante risalì verso quei punti di linguaggio e d’immaginazione che gli permisero di entrare più a fondo nei suoi temi plebei. Scelse la forma del racconto o della novella perché così poteva permettersi salti logici e silenzi, improvvise accensioni e stralunate trasfigurazioni di un mondo divorato dai desideri carnali e dall’ansia del possesso. Quel che contano sono soprattutto i gesti a scatti, come se le sue figure fossero caricate da una molla carnale pronta a esplodere. La novità di questi racconti risiedeva soprattutto nella compresenza di basso e di alto, di dialettale e di letterario, di scurrile e di elegante e così via. Rea fu molto legato alla stagione del Neorealismo. Le sue analisi della realtà plebea anticiparono anche quelle successive di Pasolini. Rea aveva visto la foga consumistica infettare le classi più basse della società meridionale, l’intreccio tra malavita e abitudini quotidiane. Se ne fece descrittore e provò anche ad indagare i caratteri più diffusi di un certo “meridione del contado”.

Lo fece con la creazione del personaggio di Assuero, emblema della tragedia silenziosa degli uomini che vivono da parassiti alle spalle altrui e che hanno per un attimo una flebile percezione della loro vera realtà esistenziale. Era la fine degli anni ’50. Da allora la stella Rea sembrò spegnersi, come se la sua storia non fosse scindibile da quella di Napoli, anch’essa entrata in un lungo torpore che la Ortese definì “Il silenzio della ragione”. Altri astri salivano nel cielo della letteratura. Quello di Pasolini, per esempio. Fu così che la plebe romana soppiantò quella napoletana. Tra i racconti di Rea spicca “La signora scende a Pompei”, da molti considerato uno dei suoi racconti migliori. È la storia di una signora che si reca in città con la nipotina e al rientro si accorge di non avere i soldi per comprare i biglietti di ritorno per entrambe. Riesce ad acquistare solo il biglietto per la bambina, mentre lei è costretta a scendere a Pompei e a raggiungere la sua meta a piedi.

Come non pensare che anche Rea sia stato costretto a scendere dalla corriera della letteratura prima della sua reale meta, e che abbia continuato a piedi per conto suo, seguendo strade secondarie e poco illuminate, ma rimanendo sempre fedele ai suoi temi, al costo di reinventarseli sotto forma di favola come fece con “Ninfa plebea”. Ma lì il mondo raccontato e il linguaggio non coincidevano più, anche se in “Miluzza”, la ragazzina protagonista che concede il suo giovane corpo a molti uomini e alla fine si scopre essere ancora vergine, c’è di sicuro una metafora della vita di Domenico Rea.

 


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