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Fioroni, mascherine e una Barbie

Cronaca

di Myriam Di Gemma

Sola, a 30 anni, con 3 figli: due gemelline e un maschietto di 5 anni e mezzo. E’ italiana Anna (la chiameremo così, non vuole svelare la sua identità). E’ Senza marito, ragazza madre, dopo la morte del padre con cui viveva, parte in una città migliore di quella che le ha dato i natali.

Decide di raccontare la sua storia, senza che vengano fatti i nomi di località e di persone che possano ricondurre alla sua famiglia (“Altrimenti vi querelo”, dice lapidaria).

Sì, perché anche se è senza fratelli e sorelle, e i parenti “sono serpenti” – come dice lei, la famiglia poi si è creata con amore fratellanza e solidarietà.

Non diremo l’ubicazione geografica di Anna, ma è una storia che potrebbe svolgersi dovunque in una zona periferica, dimenticata da tutti. Ma non da Dio.

Anna parte col bus dal paese di nascita, dove tutti spettegolavano su chi fossero i padri dei suoi figli.

Con le due piccole di 4 anni e l’ometto di casa, come ama definirlo lei, partono per la città. Un futuro migliore? Chissà. Di certo, il peggio era alle sue spalle. E niente più pettegolezzi, calunnie e cattiverie: Anna ora era libera. Libera ma senza un centesimo in tasca.  Aveva sì fatto i biglietti del bus, ma a parte un po’ di merendine e una bottiglia di acqua nella borsa, non c’era l’ombra di nemmeno un euro.

Non arriva neanche in centro in questa città, perché una delle gemelline, deve andare urgentemente in bagno. E quindi scende alla prima fermata utile, chiedendo informazioni. “C’è una chiesa, se scende alla prossima fermata – le dice l’autista – e c’è anche un grande spiazzale. Ci sarà più di un bagno, lì”.

E così fece. Due trolley, 3 bimbi e un borsone in spalla, Anna si dirige frettolosamente verso la meta.

Cercano il bagno ma dovranno entrare proprio in chiesa per accedervi. E così che incontra Marian (nome di fantasia), 35 anni, rumeno. Parla perfettamente l’italiano. E’ un uomo che frequenta la chiesa tutti i giorni. E le indica la strada del bagno.

Era ora di pranzo, e Anna oltre alle merendine, ai suoi figli non poteva dare null’altro.

Uscita dal bagno, cerca qualcuno. Ma non c’era nessuno, nemmeno il parroco. Però sullo spiazzale con gli alberi, c’era Marian ad attenderla. Lei si dirige da lui, ringraziandolo, ma Marian va subito al sodo: “Che ci fai sola qui con tre bambini a quest’ora?”. “Cercavo un bagno”, dice Anna.

“Non sei di qui, non ti ho mai vista”, continua Marian. “Sì, è il mio primo giorno in città e ho bisogno di aiuto. Devo trovare cibo e un posto da dormire per i miei figli”. Marian le dice: “Ci sono i servizi sociali, ti do’ l’indirizzo”. Anna appena sente pronunciare “servizi sociali”, sgrana gli occhi terrorizzata e si allontana, ringraziandolo.

Ma Marian la insegue, chiedendole perché si fosse allontanata. “Io non vado da nessuno di quelli. Hanno tentato già due volte di togliermi i miei figli. Sono senza lavoro, non ho reddito, non ho nulla, e non volevano aiutarmi. Ecco perché sono scappata dal mio paese”.

“I servizi sociali mi avevano proposto di andare a dormire in un centro di accoglienza, e ai miei figli volevano fare l’affidamento: e lo sai che significa?” dice Anna a Marian.

“L’affidamento è l’anticamera dell’adozione. Ma non si può togliere ad una mamma i propri figli, anche se non ha un lavoro, una casa, e un marito. Sai la trappola dei colloqui con gli assistenti sociali servizio? Tu racconti la tua storia affinché ti aiutino, e loro scrivono: “è una donna fragile, non ha riferimenti, psicologicamente labile, parla in maniera sconnessa, è ansiosa e confusa e non sa dare consistenza al suo futuro”.

“E tu come lo sai, che hanno scritto questo di te?”, le chiede Marian. “Una mia amica – risponde Anna – fa il vigile urbano e con una scusa, è riuscita a leggere e a fare una foto della relazione che hanno scritto su di me. Naturalmente è come se quella foto non fosse mai esistita, altrimenti la mia cara amica verrebbe licenziata. E così ho deciso di fuggire. Mi trovi un posto per dormire stasera con i miei figli?”

E’ la prima parte della storia di Anna proprio così come me l’ha raccontata lei. Con i suoi figlia, ora vive in una roulotte arrugginita, ma comoda per 4 persone. Marian il rumeno, giunto clandestino in Italia anni fa, ora lavora in ville come giardiniere. Il lavoretto glielo ha trovato il buon parroco della chiesa dove Marian e Anna si sono conosciuti.

Don Matteo (lo chiameremo così) è un giovane parroco  che si arma di tanta pazienza e ascolta tutti ma proprio tutti quelli che vanno da lui. Molti sono di etnie disparate, molti profughi che decidono di non essere aiutati dai Servizi Sociali. Don Matteo conosce anche Anna e i suoi piccoli e li offre vestiario e cibo. Così come fa con tutti i suoi assistiti. Ci sono volontari in chiesa, ma giungono da altri quartieri della città, o addirittura dalla provincia.

“Il primo step della solidarietà – spiega Don Matteo – è l’ascolto. Il racconto di ognuno di loro è un viaggio nel loro mondo nei loro paesi d’origine. Il secondo step è saper gestire la sofferenza e le difficoltà di queste anime di Dio. Il conforto giunge di conseguenza: rassicurarli è fondamentale”. Ma quindi un parroco è anche uno psicologo? “Certamente, come si fa ad aiutare il prossimo se non entri nella loro testa e nel loro cuore? Soprattutto nel loro cuore, perché può esserci qualcuno che viene a parlarmi in cattiva fede, che vuole tentare di derubarmi o ingannarmi. Per fortuna qui – continua Don Matteo – viene davvero gente disperata ma onesta, che vuole riprendersi dignitosamente ciò che la Vita spesso toglie: una casa, un lavoro o altre disgrazie”.

Le famiglie ed i giovani senza genitori che vivono nella “roulottopoli” e case costruite con i compensati, sono persone che Don Matteo conosce uno ad uno. Ora anche Anna ha avuto, grazie al parroco, un piccolo alimentatore per la luce e il riscaldamento.

Il lockdown della scorsa estate – continua Don Matteo – non ha fermato il viavai della gente che vive lì per venire da me. Ma i miei volontari li raggiungevano con le auto per portare loro il cibo, indumenti puliti e acqua per bere e lavarsi.”

Infatti dove vive Anna, non c’è acqua. E neanche luce.

I volontari hanno portato acqua in grosse damigiane e anche bombole del gas, pentole e cucine portatili per cucinare. “Lo sanno bene – spiega don Matteo – che lì non si può stare. E’ una zona discarica a cielo aperto, ed è zona in aperta campagna. Non ho mai chiesto alle istituzioni di intervenire, perché se così fosse stato, ci sarebbe stato uno sgombero e nessuno di loro sarebbe andato a vivere nei centri di accoglienza, e nessuno di loro avrebbe voluto essere ‘schedato’”.

Sì, schedato. E’ la stessa parola che ha usato Marian. “Gesù – dichiara Marian -non chiedeva i documenti per aiutare il prossimo. La vera carità è dare da mangiare e da dormire, senza chiedere chi sei, quando sei nato e da dove vieni”.

Anche Marian ha un passato difficile: giunto in Italia con la moglie giovane e la figlia di pochi mesi. Poi la moglie facendo la badante, incontrò il figlio della signora anziana presso cui lavorava, e si innamorarono. Lei, dopo la morte dell’anziana, andò via con l’uomo italiano, e abbandonò marito e figlia. Ora Claudia (la chiameremo così la figlia di Marian), ha 5 anni ed è diventata amica del figlio (che chiameremo Francesco)  di Anna.

Sono vicini di roulotte.

Francesco, la scorsa estate, era tornato dalla chiesa con la mamma e aveva appena ricevuto in dono da Don Matteo un pacco con le mascherine da indossare per contrastare il Covid, alcuni giocattoli per maschio ma anche bambole per le sorelline, e tanto cibo. Lo aveva colpito anche il cesto di colmo di fioroni che la mamma aveva ricevuto da una volontaria. La stessa volontaria che poi li aveva accompagnati dalla chiesa alla “roluottopoli” con l’automobile.

Appena giunto nel suo camper, indossa la mascherina (perché per lui era come un gioco), prende altre due mascherine, 6 fioroni in una busta, una bambola e va a bussare a Claudia, la sua vicina di “casa”.

“Sono Francesco, esci ho dei regali per te!”.

Il bambino appena la vede, l’aiuta a indossare la mascherina, poi le dona i fioroni e una Barbie con i capelli arruffati. E improvvisamente gli occhi di Claudia luccicarono di felicità. E sotto la mascherina, ne siamo certi, c’era un sorriso che avrebbe illuminato più del sole. L’episodio ce l’ha raccontato Anna, la mamma italiana che testarda, sta allevando i suoi figli senza l’intervento dei Servizi Sociali.

“E’ davvero autentica la solidarietà, quando – conclude Anna – chi ti aiuta, non ha niente, come te!”. E’ vero la solidarietà sincera è quando chi dona, ti dona quello che ha di più prezioso e il dono diventa un gesto di amore puro, scevro dal triste ma famoso “do ut des” (che non è un dono ma un ricatto!).

 


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