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Non siamo messi bene

Politica

Riceviamo e pubblichiamo

Siamo proprio mal messi. Ogni volta che apri un quotidiano o segui un telegiornale, non sai se farlo da seduto o alzandoti in piedi, com’era d’obbligo al tempo dell’ultimo conflitto, quando nei cinema, all’apparire dei bollettini di guerra, si scattava sull’attenti per ascoltare le edulcorate, ipocrite e tragiche notizie provenienti dai fronti. A quel tempo era vietato utilizzare il termine “ritirata”, se necessario era imperativo usare il sostantivo “ripiegamento”, meglio ancora se seguito dall’aggettivo “strategico”. E fu così che ripiega oggi, ripiega domani, lasciammo agli anglo-americani la nostra “quarta sponda”.

Oggi è da evitare il termine “Lockdown, che sa quasi di detenzione, confinamento coatto, meglio “Contenimento” prudenziale. Ma girala come vuoi, sempre chiuso in casa rischi di stare. E questo perché? Perché nei mesi di allentamento della pressione del Covid, si è letteralmente perso tempo. Monopattini, banchi con le rotelle, elezioni amministrative, navi quarantena, accoglienza indiscriminata dei clandestini, processo a Salvini, un po’ di vacanze qui, un libro scritto là; e quando rimaneva tempo per occuparsi della seconda ondata che tutti sapevano sarebbe giunta in autunno? Ora, altresì, si scopre che non bastano per tutti neppure i semplici, usati e strausati, vaccini anti influenza. Quel caro e vecchio vaccino che era un appuntamento sacro, una liturgia consolidata, un momento di messa in sicurezza per tanti vecchietti (detto con molto rispetto, chi scrive è uno di loro, allegria!), quasi un raduno per contarsi, come fanno gli alpini, i combattenti e reduci. E poi ci si stupisce a sinistra dell’emiciclo parlamentare se, tra di loro, un uomo di coscienza suggerisce al Presidente del Consiglio di valutare se v’è qualche inadeguato tra ministri, vice ministri e sottosegretari? Per fortuna che qualcuno ancora ha contezza di come sia rabberciato l’esecutivo. Dissenso all’interno nella maggioranza è uguale a crisi di governo? Un tempo bastava anche meno, ma ora no, tranquilli, non cambia nulla. Al più via uno avanti un altro. In un Paese normale l’avvicendarsi di maggioranze volte a sostenere un governo, prendono forma in brevissimo tempo, da noi no, occorrono mesi di trattative sottobanco, settimane per quelle palesi, due o tre tornate di consultazioni, che sfiancherebbero il giovane Sansone figuriamoci i nostri Presidenti, da sempre tutti un po’ “agé”, preamboli e “distinguo” da legulei; quindi di crisi manco a parlarne, arrangiamoci con ciò che abbiamo sperando nei buoni auspici della Madonna Pellegrina che nel dopoguerra rinfrancò tanti credenti e che ora non può girare tra le contrade per il pericolo di assembramenti. Intanto il virus gira e negli assembramenti alligna.

Se non bastasse tutto questo, ecco che un delinquente d’immigrato clandestino versa aceto sulle ferite tra noi e la Francia. Con questa avevamo già problemi sulla frontiera del Monte Bianco, adesso si aggiungono quelli dei confini di pianura. La velata accusa mossaci di esportare terroristi non lo è poi tanto. Ma possiamo dare torto ai cugini d’oltre Alpi? Quel tizio è sbarcato a Lampedusa, lo abbiamo curato e pasciuto, abbiamo permesso che scorazzasse in lungo e in largo telefonando a destra e a manca, che superasse la frontiera e giungesse in Francia a compiere una strage. Possiamo fare e dire quel che vogliamo, trovare giustificazioni e quanto altro, ma i fatti sono questi. E la conclusione è triste: non sappiamo gestire l’emigrazione clandestina, clan-de-sti-na. I richiedenti asilo sono altra cosa, gli aventi diritto sono pochi e gestibili, sarebbe sufficiente individuare e separare le due corna del dilemma.

A prescindere dalle scuse doverose nei confronti dei francesi, la voce della chiusura dei confini con l’Italia, da parte loro, è voce che corre lungo la Senna e vaga tra cieli bigi e autunnali tra Parigi e la Notre Dame di Nizza attonita e ferita.

E sì, “diciamocelo” non siamo messi bene.

Per fortuna che oggidì ai giornali i “pezzi” s’inviano per posta elettronica. Un tempo era d’obbligo il cartaceo “fuori sacco”, da consegnare all’addetto del vagone postale presso la più vicina stazione. Ove le cose stessero ancora così, “addio” alle corrispondenze di collaboratori di una “certa” (età), relegati in domicilio coatto non per reati di mafia o d’opinione ma perché rei d’essere stati giovani in un tempo sbagliato. Occhio però, quando il sacco è pieno, trabocca.

Chi scrive, pur se iscritto ai “Figli della Lupa”, non ha avuto personale conoscenza di quanto gli è stato narrato. Pertanto, “relata refero”. Durante i primi anni del fascismo si pubblicava un periodico satirico e polemico, chiaramente “anti”, nel quale a fianco della testata erano riprodotte due palline. Queste, più passava il tempo e più erano disegnate grandi. Il giornale ovviamente chiuse.

E’ un’idea da riproporre?

Giuseppe Rinaldi


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