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Infezioni in piscina, a teatro o al cinema? “Pubblicate i dati sui luoghi dei contagi”

Cronaca

Con il nuovo Dpcm, chiudono le piscine. Ma la domanda da un milione di dollari è: quanti focolai ci sono stati nelle piscine italiane?
Con il nuovo Dpcm, chiudono le piscine. Ma la domanda da un milione di dollari è: quanti focolai ci sono stati nelle piscine italiane?   –   Diritti d’autore  Alessandra Tarantino/Copyright 2020 The Associated Press.

“Perché chiudere ristoranti, palestre, cinema, teatri e piscine, che pure applicano rigorosamente i protocolli di sicurezza?”

A chiederselo è proprio il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in una lettera inviata oggi al Fatto Quotidiano. Poco dopo, lo stesso Conte si risponde: “Per ridurre i momenti di incontro e soprattutto l’afflusso nei mezzi di trasporto durante il giorno, perché sappiamo che è soprattutto lì che si creano affollamenti e quindi occasioni di contagio”.

Il punto è proprio questo. Lo sappiamo davvero? Sulla base di quali numeri?

L’immunologa dell’Università di Padova, Antonella Viola, ha più volte affermato che “le misure vanno prese sulla base dei dati”.

Se su questi dati si è basato il Governo per redigere l’ultimo Dpcm, non lo sappiamo. Non sono pubblicamente disponibili. Il Ministero dovrebbe avere i dati sui luoghi di contagio, almeno fino ad agosto, ma è da un po’ che non li rende noti.

“Dobbiamo capire dove avvengono i contagi, i dati del tracciamento ci sono e vanno a messi a disposizione della comunità scientifica – ha sottolineato Antonella Viola su Rai 3 – I contagi avvengono nei ristoranti? Nei bar? Nei cinema? Se non ci sono dati precisi, perché usare la falce e chiudere tutto?”

Il suo appello è rilanciato da più parti. Dati e analisi, non intuizioni, si chiede nel gruppo Facebook Dataninja.

Dopo nove mesi, il governo “DEVE avere questi dati. Per chiudere cinema e teatri, ad esempio, bisognerebbe sapere quante persone effettivamente si sono contagiate in questi ambienti. Secondo me, pochissime”, scrive il giornalista scientifico Sergio Pistoi su Facebook. “Se il governo ha questi dati, li renda pubblici e li spieghi. Se non ce l’ha lo ammetta davanti agli italiani e spieghi perché in 9 mesi non è riuscito a raccoglierli. Non vogliamo ritrovarci con i verbali del CTS desecretati tra sei mesi per scoprire che le decisioni sono state prese tirando i dadi, come è successo durante il primo lockdown”.

Interrogato sul punto da Lilli Gruber, durante il programma di La7, Otto e Mezzo, il consulente del ministro della Salute, Walter Ricciardi, ha detto: “quei dati [sul numero di contagi nei teatri]… non mi risulta, non c’è stato nessun tracciamento fatto né da Asl né da indagini epidemiologiche specifiche, quindi sono informazioni che potrebbero essere confermate, ma alla luce dell’evidenza scientifica non sussistono”.

Prendiamo i mezzi di trasporto pubblici citati da Conte, per esempio. C’è uno studio uscito su The Lancet che analizza il rapporto tra l’introduzione e il rilassamento di misure restrittive, e i livelli di trasmissione del Sars-CoV-2 in 131 paesi.

Nella ricerca si puntualizza che nessuna misura presa singolarmente ha un grande impatto nella riduzione dell’indice di contagio (R), e che in particolare la chiusura del trasporto pubblico da sola non sortisce “effetti sostanziali” sulla circolazione del virus.

Studi come questi non sono esaustivi, ma aiutano a prendere decisioni che siano quantomeno meglio informate.

Una su tutte. I ricercatori e professori dell’Università di Edinburgo autori dello studio hanno scoperto che, da sola, l’abolizione dei divieti di assembramento di più di dieci persone è il singolo “intervento non farmacologico” che più influisce nell’aumento della trasmissione del virus (+25%).

“Abbiamo bisogno di buoni dati dal contact tracing per capire in quale ambienti portano davvero ad un aumento della trasmisssione sia nella comunità, sia a livello di cluster. A marzo, quando abbiamo introdotto queste misure di intervento, lo abbiamo fatto senza aver alcun dato dal contact tracing e abbiamo dovuto usare misure drastiche come il lockdown”, dice a Euronews il prof. Harish Nair, uno degli autori dello studio. Ma anche oggi “siamo limitati dalla quantità di dati che abbiamo, e nel nostro modello siamo stati penalizzati dalla mancanza di dati del tracciamento contatti”.

“Quando guardiamo alle piscine, bisogna considerare se queste attività possono svolgersi all’aperto o al chiuso. Farebbe la differenza, a livello potenziale, ma abbiamo bisogno di dati migliori per capirlo”, gli fa eco il dott. You Li, ricercatore all’Università di Edinburgo che ha collaborato allo studio con il prof. Nair.

Abbiamo parlato con un addetto al tracciamento contatti in una delle regioni italiane più colpite. Preferisce restare anonimo.

In presenza di un focolaio, ci dice, le aziende sanitarie locali mandavano i dati in regione, e ogni regione trasmetteva a sua volta questi dati al Ministero. Prima del peggiorare della situazione epidemiologica, quindi, c’era un flusso di informazioni sul tracciamento contatti (in grado di risalire a 14 giorni prima dell’avvenuto contagio) che finivano all’Istituto Superiore di Sanità. Tanto è vero che l’ISS ha indicato per parecchi mesi la distribuzione dei luoghi di esposizione dei casi positivi. Nei bollettini di settembre e ottobre questa indicazione non c’è più.

“La situazione è fuori controllo da circa 3-4 settimane”, aggiunge il contact tracer.

É stato proprio un problema di programmazione. Non sono state assunte o formate persone a sufficienza durante la “tregua” estiva, tanto che oggi, nelle aziende sanitarie, mancano gli operatori per intervistare le persone positive. Lo fa notare Wired: il primo argine contro la seconda ondata ha già ceduto.

Ma è stato anche un problema di preparazione del personale e di coordinamento Stato-Regioni, se si pensa al Veneto dove, fino a metà ottobre, l’app Immuni praticamente non ha funzionato.

Euronews
Ad inizio aprile l’ISS nel suo rapporto rilasciava una tabella sui luoghi più esposti al contagioEuronews

Bary Pradelski, ricercatore al Centro Nazionale della Ricerca Scientifica in Francia (CNRS), è esperto di strategie di deconfinamento e studia l’impatto economico della pandemia.

Dice che anche in Francia il tracciamento contatti non ha funzionato, e trova assurdo che il governo abbia deciso di non limitare gli spostamenti interregionali durante le vacanze scolastiche bisettimanali – iniziate peraltro dopo l’introduzione del coprifuoco.

“Ci vorrebbero dei lockdown locali, perché il tasso di diffusione varia a seconda del territorio, e le regole vanno adattate alla situazione locale. Le misure globali non hanno troppo senso. A queste restrizioni locali, supportate da aiuti economici, andrebbe associato un divieto di spostarsi [da una regione all’altra]. Si dovrebbe essere autorizzati a viaggiare solamente con un test negativo”.

Da questo punto di vista, secondo Jamal Atif, insegnante e ricercatore dell’Università Paris Dauphine, la limitata adozione delle app di tracciamento contatti è stata non solo una sconfitta francese – non ce l’ha nemmeno il primo ministro Castex, come da lui stesso amesso – bensì europea.

Alessandra Tarantino/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved
Impossibile sapere quanti contagi si sono verificati al buio di una sala cinematograficaAlessandra Tarantino/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved

Atif lavora sui sistemi di modellazione per il supporto decisionale delle autorità pubbliche, ed è esperto di raccolta ed elaborazione dati.

“Senza strumenti come le app per telefonini, è molto delicato fare contact tracing in un bar o in un ristorante. E, per prendere decisioni, bisogna avere dati affidabili che permettono di creare modelli epidemiologici efficaci”.

Il problema, secondo Atif, è che non li abbiamo. “Chi fa politica fa come può, agisce di default, non sulla base di un ragionamento scientifico. La verità è che non ci siamo preparati alla seconda ondata. Tutti sapevamo che stava arrivando, che non avevamo né una cura, né un vaccino, e che i contagi sarebbero ripartiti con il rilassamento delle restrizioni. Mi lascia triste e perplesso che non ci sia stata preparazione. Il tracciamento contatti si può fare anche al telefono, con un operatore, ma ci si doveva pensare prima”.

Tanto più che creare dei database e delle interfacce semplici, complete e funzionali, in grado di facilitare la vita di chi lavora in un call center per ricostruire la catena di positività. “Non è complicato a livello tecnologico; è semplice, basta solo voler programmare”, conclude Atif.

L’Istituto Superiore di Sanità italiano non ha risposto alla richiesta di commento di Euronews.


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