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Obbedire è meglio

Interviste & Opinioni

Se la disobbedienza affascina da sempre, perché ha guidato illuminati sulla strada dell’ignoto, forte è la sensazione che il tema della buona educazione, sebbene lentamente, stia riprendendo quota, come esigenza indispensabile per un migliore stile di vita e per migliori relazioni di comunità, non solo familiari. La buona educazione, però, è un punto d’arrivo, spesso complesso e certamente legato a diversi fattori, anche sociali, ambientali, antropologici, tra i quali vorrei metterci la necessità di avere una bussola, non una lampada magica che purtroppo non è nella nostra disponibilità né di genitori né di cittadini, dentro la quale ci sia anche il punto cardinale dell’obbedienza. Obbedire per diventare educati, non per ossequio o per cedimento all’autoritarismo.

Obbedire torna ad essere una virtù. Nella fase di eclissi del lungo ciclo dell’io, quando per decenni abbiamo pensato di potere fare a meno del noi e di decidere tutto in prima persona, perfino le regole della morale, si riscopre il valore dell’obbedienza.

D’altra parte, la figura biblica più significativa in materia di obbedienza, lo ha ricordato lo stesso papa Francesco, è Abramo, del quale si legge che «chiamato da Dio obbedì». Alla parola di Dio, Abramo non fa obiezioni e non si comporta come Adamo che dopo avere mangiato il frutto offertogli da Eva «si nascose dal Signore Dio in mezzo agli alberi del giardino».

Serve obbedienza, nei partiti come nel governo. Senza disciplina, senza regole e dunque senza l’obbedienza della minoranza di fronte alle posizioni della maggioranza, la politica si sfarina e diventa solo una lotta di potere senza esclusioni di colpi e con effetti autodistruttivi. Esattamente quanto è avvenuto nel centrosinistra italiano, dopo la liquidazione del Pci e le sue continue metamorfosi nominative, dove i gruppi dirigenti sono diventati dei cannibali. Pronti ciascuno a divorare l’avversario interno, lasciando così campo libero alle vittorie del centrodestra. E torna l’esigenza di una famiglia nella quale, senza autoritarismo ma con l’autorevolezza che spetta ai genitori e in particolare al padre, l’obbedienza sia una regola condivisa. E non l’oggetto di un negoziato quotidiano tra genitori e figli, con reciproci scambi.

L’obbedienza in Italia ha subìto diversi colpi mortali. Prima la retorica fascista (“credere, obbedire e combattere”) che l’ha trasformata in uno slogan farsesco, poi la retorica sessantottina, che definiva l’obbedienza «la più subdola delle tentazioni» e, infine, l’iperindividualismo dagli anni Ottanta in poi che ha cancellato l’obbedienza per fare spazio al dominio dell’io. E tra questi colpi c’è anche l’errore lessicale, prima che concettuale, sul significato stesso dell’obbedire. Che non significa essere vili, non avere la schiena dritta, cedere al trasformismo. Anzi. In latino l’atto dell’obbedire con coincide affatto con l’acquiescenza silenziosa e impaurita, ma piuttosto deriva dal verbo ab-audire. E significa “capacità di ascoltare” e distinguere ciò a cui bisogna prestare ascolto rispetto a quanto si decide di non ascoltare. Una scelta di sana umiltà, in tempi di narcisismo dilagante ed efficace apertura verso l’altro. Due cose, umiltà e apertura, di cui abbiamo molto bisogno.

Evelyn Zappimbulso 


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