fbpx

Casa bianca, giorno dalla svolta. Ma…

Politica

di Renzo Balmelli

Per uno di quei paradossi che la storia a volte si diverte a confezionare, a un certo punto era parso che gli elettori americani stessero per condividere l’assurdo destino dei protagonisti di “Aspettando Godot” ovvero dei due personaggi che Becket condanna a una lunga, snervante attesa, senza mai incontrare il fantomatico signor Godot. Anche adesso, mentre si scrivono queste note declinate forzatamente al condizionale, esiste la remota possibilità che la fase finale per la corsa alla presidenza sia ancora appesa all’esiguo filo dell’incertezza, benché la partita appaia ormai chiusa e senza sbavature, con la svolta salutare a portata di mano.

    Se i dati finora noti (giovedì 5/11/2020, ore 13) non ingannano, sembra proprio che le urne abbiano consegnato a Joe Biden sia i numeri che le chiavi per conquistare la Casa Bianca dove ha già trascorso otto anni quale vice di Obama, rientrandovi con una dote più che sostanziosa di suffragi favorevoli. Ha vinto lui, insomma, anche se Trump non ci sta e minaccia di scatenare un inferno legale per recuperare il giocattolo di cui ha ampiamente abusato. Il ritardo nel comunicare i risultati definitivi, lasciava infatti presagire il rischio di dovere affrontare un lungo periodo di stallo reso ancora più insidioso dai ricorsi, dalle astuzie degli avvocati e dall’atteggiamento che potrebbe assumere la Corte suprema qualora si arrivasse fino a quel punto. Corte che il presidente uscente considera una sua proprietà privata.

BLUFF – Il pericolo non è ancora sventato del tutto e sembra di tornare ai tempi di Bush e Al Gore quando occorsero oltre trenta giorni per capire chi aveva vinto. Rispetto a quell’evento, al suo ennesimo bluff Trump si presenta tuttavia con le ali spuntate avendo comunque già incassato una sconfitta dal forte impatto psicologico. Nel suo modo di presentarsi, baldanzoso, irascibile e scostante, egli tendeva infatti a considerarsi come una sorta di unto del Signore, al quale tutto era dovuto, persino di proclamarsi vincitore ancora prima del voto. Ma il buon Dio ha gatte ben più difficili da pelare che non l’ego sconfinato di The Donald.

    Ad ogni buon conto, esaurita la girandola dei conteggi dei voti e soprattutto degli Stati chiave, i wing States decisivi per assegnare la vittoria, l’America se non proprio oggi, di sicuro domani, il suo Presidente, il 46esimo nella storia degli Stati Uniti, l’avrà, e tranne smentite clamorose dell’ultima ora, si chiamerà Joe Biden. Va detto che non sarà un passaggio indolore. Al termine del lungo, accidentato percorso di queste tribolate elezioni colui che prenderà posto nella Sala ovale, simbolo delle prerogative presidenziali, avrà la responsabilità di guidare la nazione più potente del mondo tra mille difficoltà e attraverso le insidie del Covid-19 che prosegue indisturbato la sua folle corsa da un continente all’altro e sta entrando nella sua fase più pericolosa.

PRIORITÀ – L’emergenza rappresentata dal virus, sommata alle altre condizioni di eccezionale gravità che incombono sui destini dell’umanità, costringerà non soltanto la Casa Bianca, ma tutte le cancellerie internazionali, a rivedere l’ordine di priorità per ricostituire un mondo che sia degno di essere vissuto. Proprio in questi giorni alla FAO di Roma, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, si è messa in moto una iniziativa in grado di garantire l’accesso al cibo a milioni di persone che ne sono prive o stanno morendo di fame. Solo con un gesto universale di solidarietà ,solidarietà che Trump non ha mai mostrato di gradire se non per i propri interessi, si potrà rimediare a uno stato di cose intollerabile del terzo millennio che ogni giorno miete più vittime della pandemia, mentre dovrebbe essere invece sempre al primo posto assoluto nell’agenda dei vertici tra i grandi del pianeta e per questo da rivedere da cima in fondo.

    Oltre al cambio di passo, assolutamente indispensabile per restituire la fiducia al suo Paese, uscito diviso, spaccato e insicuro dal precedente quadriennio, uno dei primi compiti di Biden, e non dei più semplici, sarà di mettere a punto col suo stile pacato, una valida strategia per bilanciare con vigore, ma senza spirito di rivalsa, la spinta ultra populista dei repubblicani. L’aspetto predominante della corrente conservatrice, intrisa di rancore, ha compromesso non poco le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa proprio nel momento in cui i nostri sovranisti, tifosi scatenati della Brexit, intraprendevano il pellegrinaggio sulla via di Washington per ingraziarsi la benevolenza dei trumipiani. Ora tutto ciò dovrebbe appartenere al passato.

PIONIERI – Va insomma ricostruita, secondo la migliore tradizione della diplomazia statunitense, la rete di relazioni tra le due sponde dell’Atlantico e negli altri mari per ricreare lo spirito di concordia necessario al mantenimento della pace. Diversamente da Trump, che arbitrariamente si richiamava al divino, i democratici arrivati a questo punto con pieno merito dovranno accendere un cero ai pionieri che istituirono il servizio postale correndo a perdifiato nelle sconfinate praterie del Far West. Con quel colpo d’ingegno oggi è possibile ricorrere al voto per posta che ha completamente modificato la geografia elettorale in virtù della quale la democrazia americana si è confermata più forte, senza cadere nella trappola di chi evoca il caos e inventa frodi di ogni genere per stare al potere.

di Renzo Balmelli

Per uno di quei paradossi che la storia a volte si diverte a confezionare, a un certo punto era parso che gli elettori americani stessero per condividere l’assurdo destino dei protagonisti di “Aspettando Godot” ovvero dei due personaggi che Becket condanna a una lunga, snervante attesa, senza mai incontrare il fantomatico signor Godot. Anche adesso, mentre si scrivono queste note declinate forzatamente al condizionale, esiste la remota possibilità che la fase finale per la corsa alla presidenza sia ancora appesa all’esiguo filo dell’incertezza, benché la partita appaia ormai chiusa e senza sbavature, con la svolta salutare a portata di mano.

    Se i dati finora noti (giovedì 5/11/2020, ore 13) non ingannano, sembra proprio che le urne abbiano consegnato a Joe Biden sia i numeri che le chiavi per conquistare la Casa Bianca dove ha già trascorso otto anni quale vice di Obama, rientrandovi con una dote più che sostanziosa di suffragi favorevoli. Ha vinto lui, insomma, anche se Trump non ci sta e minaccia di scatenare un inferno legale per recuperare il giocattolo di cui ha ampiamente abusato. Il ritardo nel comunicare i risultati definitivi, lasciava infatti presagire il rischio di dovere affrontare un lungo periodo di stallo reso ancora più insidioso dai ricorsi, dalle astuzie degli avvocati e dall’atteggiamento che potrebbe assumere la Corte suprema qualora si arrivasse fino a quel punto. Corte che il presidente uscente considera una sua proprietà privata.

BLUFF – Il pericolo non è ancora sventato del tutto e sembra di tornare ai tempi di Bush e Al Gore quando occorsero oltre trenta giorni per capire chi aveva vinto. Rispetto a quell’evento, al suo ennesimo bluff Trump si presenta tuttavia con le ali spuntate avendo comunque già incassato una sconfitta dal forte impatto psicologico. Nel suo modo di presentarsi, baldanzoso, irascibile e scostante, egli tendeva infatti a considerarsi come una sorta di unto del Signore, al quale tutto era dovuto, persino di proclamarsi vincitore ancora prima del voto. Ma il buon Dio ha gatte ben più difficili da pelare che non l’ego sconfinato di The Donald.

    Ad ogni buon conto, esaurita la girandola dei conteggi dei voti e soprattutto degli Stati chiave, i wing States decisivi per assegnare la vittoria, l’America se non proprio oggi, di sicuro domani, il suo Presidente, il 46esimo nella storia degli Stati Uniti, l’avrà, e tranne smentite clamorose dell’ultima ora, si chiamerà Joe Biden. Va detto che non sarà un passaggio indolore. Al termine del lungo, accidentato percorso di queste tribolate elezioni colui che prenderà posto nella Sala ovale, simbolo delle prerogative presidenziali, avrà la responsabilità di guidare la nazione più potente del mondo tra mille difficoltà e attraverso le insidie del Covid-19 che prosegue indisturbato la sua folle corsa da un continente all’altro e sta entrando nella sua fase più pericolosa.

PRIORITÀ – L’emergenza rappresentata dal virus, sommata alle altre condizioni di eccezionale gravità che incombono sui destini dell’umanità, costringerà non soltanto la Casa Bianca, ma tutte le cancellerie internazionali, a rivedere l’ordine di priorità per ricostituire un mondo che sia degno di essere vissuto. Proprio in questi giorni alla FAO di Roma, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione e l’agricoltura, si è messa in moto una iniziativa in grado di garantire l’accesso al cibo a milioni di persone che ne sono prive o stanno morendo di fame. Solo con un gesto universale di solidarietà ,solidarietà che Trump non ha mai mostrato di gradire se non per i propri interessi, si potrà rimediare a uno stato di cose intollerabile del terzo millennio che ogni giorno miete più vittime della pandemia, mentre dovrebbe essere invece sempre al primo posto assoluto nell’agenda dei vertici tra i grandi del pianeta e per questo da rivedere da cima in fondo.

    Oltre al cambio di passo, assolutamente indispensabile per restituire la fiducia al suo Paese, uscito diviso, spaccato e insicuro dal precedente quadriennio, uno dei primi compiti di Biden, e non dei più semplici, sarà di mettere a punto col suo stile pacato, una valida strategia per bilanciare con vigore, ma senza spirito di rivalsa, la spinta ultra populista dei repubblicani. L’aspetto predominante della corrente conservatrice, intrisa di rancore, ha compromesso non poco le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa proprio nel momento in cui i nostri sovranisti, tifosi scatenati della Brexit, intraprendevano il pellegrinaggio sulla via di Washington per ingraziarsi la benevolenza dei trumipiani. Ora tutto ciò dovrebbe appartenere al passato.

PIONIERI – Va insomma ricostruita, secondo la migliore tradizione della diplomazia statunitense, la rete di relazioni tra le due sponde dell’Atlantico e negli altri mari per ricreare lo spirito di concordia necessario al mantenimento della pace. Diversamente da Trump, che arbitrariamente si richiamava al divino, i democratici arrivati a questo punto con pieno merito dovranno accendere un cero ai pionieri che istituirono il servizio postale correndo a perdifiato nelle sconfinate praterie del Far West. Con quel colpo d’ingegno oggi è possibile ricorrere al voto per posta che ha completamente modificato la geografia elettorale in virtù della quale la democrazia americana si è confermata più forte, senza cadere nella trappola di chi evoca il caos e inventa frodi di ogni genere per stare al potere.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE