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La bruttisma fama di un virus chiamato Covid

Arte, Cultura & Società

di Renzo Balmelli 

FRAGILITÀ. Ormai è invalsa l’abitudine di mettere sul conto del Covid tutto quanto va di male in peggio. Ben gli sta. La bruttissima fama, questo virus crudele che colpisce nel mucchio senza che niente e nessuno riesca a fermarlo, se l’è conquistata a spese nostre giorno dopo giorno. Ed a quanto pare non sembra intenzionato a smettere. Col passare del tempo la sua apparizione ha messo a nudo tante umane fragilità che si trasformano in brodo di coltura per le manifestazioni più insane. In questo contesto, già debole e inerme di suo, si inserisce un ulteriore motivo di sgomento per la comunità internazionale: quello rappresentato dall’insorgere, più cruento che mai, del terrorismo che si richiama all’ISIS e può contare su un alleato prezioso nel clima di generale disorientamento: la pandemia che detta le regole, rivolta le priorità e ci rende estremamente vulnerabili. L’attacco che ha preso di mira Vienna, lasciando sul terreno morti, feriti e un senso di impotenza, si innesta appunto in questa strategia incontrollabile capace di eludere anche le migliori reti di difesa e prevenzione, in siffatto modo condizionando pesantemente la lotta ai pericoli che ci sovrastano. 

RANCORI. Tra le ricadute peggiori che accompagnano le misure di contenimento della pandemia e di cui si comincia ora a misurare l’ampiezza, figura ai primi posti la crescente difficoltà di ragionare a mente serena. Usando in modo arbitrario il nome della libertà, falsificandone spudoratamente il vero significato, i negazionisti utilizzano ogni pretesto per squallide mire elettorali. Appena possono aizzano le tensioni e vellicano gli istinti più riposti nel tentare di imporre le proprie ragioni. Al posto del buon senso e della pacatezza che le attuali, drammatiche circostanze richiederebbero, va in piazza il rancore che sfocia negli atti di vandalismo e nelle vetrine spaccate. Con i nervi scoperti indossiamo la mascherina che tanto assomiglia a quel burka di cui si disse e si continua a dire peste e corna, ma della quale ormai non possiamo fare a meno. Ci sarebbe da sorridere per l’evidente paradosso, ma sarebbe un sorriso intriso di amarezza. Piaccia o no, quel velo protettivo ci consente di uscire di casa in nome della sicurezza sanitaria prima di tutto; sicurezza che rimane l’obbiettivo principale. 

BORSCH. Dice un vecchio adagio che se non è zuppa e pan bagnato. Non sempre. Ad ogni buon conto non tra Russia e Ucraina che attorno a una scodella di borsch, gustosa zuppa di quella cucina, sono pronte a farsi la guerra tra fornelli e pentole per rivendicarne la ricetta esclusiva. Come se tra Mosca e Kiev non mancassero i motivi di tensione, il duello a mestoli alzati riapre vecchi rancori tra i due Paesi per stabilire chi prepara il borsch migliore e tale da meritare l’apprezzamento del grande Bulgakov che lo ordinava in una taverna ucraina. La disfida arrischia addirittura di arrivare all’ONU e sulla lista dell’Unesco dei beni intangibili che comprende tra l’altro l’arte dei pizzaioli napoletani. Comunque vada a finire, tuttavia è sempre preferibile farsi la guerra a suon di patate, cavoli, cipolle, carote e barbabietole, ovvero gli ingredienti del minestrone conteso, piuttosto che spararsi addosso. 

TRACCE. Che avranno mai in comune un verace romano “de Roma” e un orgoglioso, convinto patriota scozzese, bravissimi attori scomparsi a pochi giorni di distanza l’uno dell’altro? In apparenza nulla. Ma se nell’aldilà le strade di Sean Connery e Gigi Proietti dovessero incrociarsi, entrambi scoprirebbero di avere lasciato tracce indelebili nel mondo del cinema, del teatro e dell’impegno civile grazie alla capacità di conquistare il grande pubblico, seppur con personaggi provenienti da mondi tanto diversi. Connery, James Bond per antonomasia, sempre imitato, mai eguagliato, e Proietti, erede naturale di Ettore Petrolini, hanno creato nei loro spettacoli modelli esclusivi che oltre all’azione non disdegnavano i panni più disparati confrontandosi addirittura con personaggi del calibro di Shakespeare. Se da un canto Connery indossava , oltre agli abiti su misura, il kilt per la sua Scozia indipendente, dall’altro Proietti non esitava a dichiararsi di sinistra per dare un senso compiuto ai valori che interpretava e nei quali credeva.


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