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Micaela Mainini, Jamaica Bar Milano: “Non abbiamo chiuso nemmeno durante i bombardamenti”

Lombardia

Intervista di Stefania Romito alla titolare di uno tra i locali storici milanesi più amati dagli intellettuali

Micaela Mainini

Micaela Mainini, tu sei la titolare di uno storico locale nel cuore di Brera a Milano, il Jamaica Bar, frequentato da grandi personaggi appartenenti al mondo della cultura. Ungaretti, Quasimodo e molti altri amavano incontrarsi nel tuo locale a quei tempi gestito dalla signora Lina. Come vive il Jamaica Bar questo periodo di grande difficoltà dovuto all’emergenza Covid 19?

Il Jamaica Bar vive questa situazione come una vera e propria tragedia, anche nei confronti di questa paura istigata che, al di là della indubbia gravità della malattia causata dal coronavirus, presenta risvolti di grande terrore che sicuramente non aiutano. Il nostro è un locale storico e, come abbiamo detto a marzo, siamo sopravvissuti anche ai bombardamenti senza mai chiudere. Quando abbiamo riaperto a maggio, la situazione era drammatica. Nei mesi di giugno, luglio e agosto abbiamo lavorato al 30%. A settembre abbiamo finalmente intravisto un barlume di speranza perché avevamo ricominciato a lavorare al 40% rispetto a prima. A ottobre, questo terrorismo mediatico pressante, che ha causato assalti ai pronto soccorso in codice bianco, non ha certo aiutato. Ora siamo nuovamente a terra. Da due settimane stiamo incassando il 90% in meno di quello che incassavamo prima. In questi giorni stiamo provando con l’asporto, ma giusto per non spegnerci e per non chiudere. La situazione è quasi da chiusura totale.

L’ultimo DPCM del governo sospende le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) continuando a consentire la  ristorazione con asporto fino alle ore 22 e la consegna a domicilio. In che misura queste modalità possono sopperire alla chiusura totale dell’esercizio?

Potrebbero sopperire non più del 10%, ad essere ottimisti, perché la gente ha paura e non esce di casa, per cui l’asporto difficilmente lo fa. Per quanto riguarda il delivery, se uno sta a casa tutto il giorno non ha certo bisogno di farsi recapitare a domicilio il risotto o la cotoletta. Potrebbe aver voglia ogni tanto di ordinare un sushi o qualche piatto che non è in grado di prepararsi a casa, come il thailandese o altri piatti tipici di cucine diverse dalla nostra. Per quanto siano buoni i nostri piatti milanesi, come la cotoletta e il risotto, una persona bloccata a casa tutto il giorno (perché è questo che si sta prospettando qui a Milano, esattamente come nel precedente lockdown) non si mette certo a ordinare il riso al salto o la parmigiana di melanzane che preparano al Jamaica o nei ristoranti tradizionali. Questo è poco ma sicuro. Per cui se dovessimo arrivare al 10%, sarebbe già un successo.

Il settore della ristorazione è tra i più colpiti, soprattutto a Milano dove si registra un aumento esponenziale dei contagi. Ritieni che le misure anticovid adottate (mascherina, distanziamento sociale) sono sufficienti per ridurre il contagio e che quindi questa nuova chiusura totale sia troppo drastica?

A mio avviso, questa nuova chiusura è una misura troppo drastica. Ormai è chiaro che i numeri vengono usati, e non sono solo io a dirlo ma anche persone più preparate di me, a vantaggio o a svantaggio di coloro che decidono, ma anche solo per paura. Basta vedere come cambiano le zone rosse, gialle e arancioni in base a criteri non del tutto chiari. La Campania, che era considerata zona rossa a causa dell’alto numero dei contagi, ora è passata ad essere zona gialla mentre è diventata zona rossa la Calabria che fino all’altro giorno sembrava trovarsi in una situazione abbastanza tranquilla. La chiusura totale non è più attuabile, anche perché i ristoranti e i bar hanno dimostrato di aver applicato tutte le norme richieste dallo Stato, come il distanziamento e la pulizia continua. Tutte misure anticovid che altri settori, come quello dei trasporti, non sembrano attuare. Noi, invece, siamo tenuti a pulire e a sanificare a ogni giro di clienti. Nel nostro locale viene rispettata la distanza. Abbiamo addirittura fatto montare i paraventi per garantire le distanze. Gli imprenditori e i lavoratori autonomi con partita IVA se non lavorano non hanno una fonte di reddito, a differenza delle persone che possono lavorare da casa in smart working che continuano a percepire lo stipendio. Colpire ancora una volta la nostra categoria, e di conseguenza il commercio, potrebbe forse servire a tranquillizzare quelle persone che gridano all’untore e che vogliono trovare a tutti costi un capro espiatorio, ma non è la soluzione giusta. Una volta che si sarà superata questa emergenza sanitaria, ci si troverà di fronte a un’altra emergenza altrettanto tragica. Metà della popolazione italiana sarà a rischio fame. A un livello di povertà che supererà quello del Terzo mondo.

I ristori che il governo promette di elargire potrebbero realmente costituire un significativo aiuto per chi lavora nel vostro settore?

I ristori, come tutti i soldi che il governo ha elargito fino a questo momento, rappresentano solo degli aiuti “a pioggia”. Giusto per far credere che qualcosa venga fatto. Fino ad ora noi non abbiamo ricevuto praticamente nulla. Anche durante i mesi di chiusura abbiamo dovuto continuare a pagare le spese fisse, circa 15.000 euro al mese tra tasse, affitti, luce, gas, telefono, ecc. Di conseguenza, anche se dovessimo ricevere un ristoro di 10-11.000 euro, non servirebbe neppure a coprire le spese fisse di un solo mese. I miei dipendenti sono in cassa integrazione e percepiscono il 55% dello stipendio. La settimana scorsa hanno finalmente ricevuto il sussidio di giugno, luglio e agosto. Non ritengo affatto che questi ristori possano servire. Avrebbero fatto meglio a impiegare i soldi dei bonus per le biciclette e quelli per il “bonus vacanze” per aumentare i tamponi e per implementare gli ospedali. Così non ci sarebbe stato il problema dei codici bianchi, che stiamo vivendo in questo momento. Perché il problema reale oggi riguarda i posti normali e non tanto quelli in terapia intensiva. Evidentemente per il governo è più facile elargire questi aiuti “a pioggia”, modello reddito di cittadinanza, perché così il popolo è soddisfatto. In fondo “panem et circenses” non l’hanno inventato loro.

Stefania Romito

s.romito@corrierepl.it

redazione@corrierenazionale.net


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