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Le restrizioni servono

Politica

di Renzo Balmelli 

PRUDENZA. Per un certo periodo pandemia ed elezioni americane si sono contesi le prime pagine. Non si parlava che di quello. Gli altri problemi che affliggono l’umanità e che non sono meno gravi, erano relegati nelle pagine interne. Quando però è apparso chiaro che Trump non sarebbe riuscito a combinare disastri più di quanti ne aveva già fatti, il virus si è ripreso il monopolio. Perché quello, sì, di combinare disastri non ha nessuna intenzione di smettere, fino a quando, con un vaccino veramente efficace, non verrà vinta la corsa per l’immunità. Nella suddivisione delle varie zone, giallo, rossa o arancione, i criteri, per quanto necessari sono spesso oggetto di forti polemiche che incidono sul morale e in cui ognuno pensa per sé. Le restrizioni servono per abbassare il numero dei contagiati ed in alcuni Paesi si vedono già i primi risultati. L’evoluzione del virus così difficile da portare sotto controllo consiglia tuttavia la massima prudenza. 

VALORI. Citare il Pascoli quando declama che “c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di antico” ben si adatta al clima che si torna a respirare in America dopo il successo elettorale dei democratici. Intendendo con “antico” non qualcosa di congelato nel tempo, bensì il ripristino di valori che per quattro lunghi anni sono rimasti in quarantena. Nell’oscurità di novembre l’esito della corsa alla Casa Bianca ha riportato un raggio di luce nella politica, segnando la fine di una stagione complicata per gli USA e il mondo intero. La fine di un incubo. Se solo l’avesse voluto Trump avrebbe potuto riscattare con un nobile gesto la sua scialba presidenza, tendendo la mano al vincitore anziché seminare il caos con una cocciutaggine che sfiora l’insolenza. Non l’ha fatto, non avendone i requisiti. Eversivo fino all’ultimo, ha preferito la sua stupida guerra a oltranza per il gusto di avvelenare il clima in un momento in cui al Paese serve invece una transizione tranquilla, caratterizzata da continuità e stabilità. Un vero statista si riconosce e si ricorda dalla capacità di uscire di scena con onore e dignità, doti che Trump visibilmente non ha. 

COINCIDENZA. Ogni elezione fa storia a sé. Nel palazzo presidenziale che si affaccia sulla Pennsylvania Avenue, si spalancano le finestre per cambiare l’aria. Per una singolare coincidenza la frequentatissima via nel cuore di Washington porta lo stesso nome dello stato – la Pennsylvania appunto – dove è avvenuto il sorpasso decisivo, cruciale, che ha dato ai democratici la certezza della vittoria, guadagnandosi l’ostilità giurata dei repubblicani. Ora per il ticket Biden-Kamala Harris, donna valorosa nonché prima esponente femminile alla vice-presidenza, comincia il lavoro vero. L’agenda delle cose da fare e da ricomporre come fossero tessere di un mosaico scompigliate malamente da chi c’era prima, mette i brividi. Occorre battere la pandemia, ricostruire l’economia, sradicare il razzismo, affrontare la crisi climatica. Prima ancora bisognerà però ricucire il tessuto connettivo degli USA, lacerati dalle divisioni. Un tratto emerso con chiarezza quando Biden si è dichiarato il Presidente di tutti. Cosa che Trump non ha mai mostrato di volere davvero, lasciando scoperto un conto salatissimo. 

MAGMA. Nelle cancellerie dell’Europa comunitaria, che apertamente tifava per Biden già si ragiona per capire in che misura il trumpismo sopravviverà al suo ideatore. E soprattutto per valutare se davvero nel Vecchio Continente il sovranismo sarà destinato a sgonfiarsi dopo il declino del tycoon. Nelle fila dei nostri nazional-populisti, rimasti orfani – si fa per dire – del loro “maître à penser”, serpeggia il nervosismo. Temono un ridimensionamento del loro ruolo, e di trovarsi soli non potendo più contare su un punto di riferimento all’interno dello Studio ovale. Con il nuovo Presidente democratico Bruxelles si aspetta una relazione più serena sui temi scottanti, senza toni ultimativi. Però è presto per immaginare scenari per il momento ancora teorici. Gli slogan di facile suggestione che stanno alla base del ruvido linguaggio sovranista formano ancora un magma ingombrante col quale bisognerà fare i conti fin quando sarà ben chiaro a tutti che su di essi non si può costruire un modo migliore. 

SENNO. Ci fu un tempo, ormai remoto, in cui Berlusconi entrava ed usciva dalle tv come fosse il padrone di casa. Famose sono rimaste le sue incredibili tabelle esibite mentre era ospite del servizio pubblico per mostrare quanto fosse bravo. Poiché anche in politica nulla è eterno col passare degli anni le sue apparizioni si sono tuttavia diradate fino al colpo di scena di alcune sere fa, in un programma dove meno te lo aspetti. Ricordandosi degli anni d’oro, quando si muoveva come un mago della comunicazione l’ex premier si è presentato con una telefonata nel salotto di Fabio Fazio sui RAI 3, che ovviamente non poteva passare inosservata. Tra le tante cose, gli auguri a Joe Biden e la frecciata a Trump per la sua arroganza, Berlusconi ha mostrato di non gradire il sovranismo, ribadendo che la destra vincente è solo quella a trazione liberale Ohibò! Pare, sebbene non esista la prova, che a Salvini e Giorgia Meloni, suoi presunti eredi, siano fischiate le orecchie. L’avesse fatto prima, magari le cose sarebbero andate diversamente. Ma del senno di poi… 

MISTERO. Per una somma di fattori concomitanti, mentre arriva in libreria il nuovo saggio di Sergio Romano sulla Russia, a Mosca si moltiplicano voci e smentite sulla salute di Putin. Nel suo libro Processo alla Russia – Un racconto, edito da Longanesi, l’ex ambasciatore d’Italia nell’allora capitale sovietica, analizza, da profondo conoscitore di quella realtà, le molteplici sfaccettature di un Paese immenso descritto nei capolavori di Tolstoj, Gogol, Dostoevskij, ma che per molti rimane ancora un mistero. Un mistero dentro un enigma, come ebbe a dire Winston Churchill, e che tale rimane ancora oggi nel totale riserbo che circonda le condizioni del presidente russo. Si mormora di “grave malattia” – al punto tale da costringerlo a lasciare ogni incarico a 68 anni. Ma sono solo congetture. Di mezzo secolo fa è la ricerca apparsa in Francia dal titolo “Ces malades qui nous gouvernent”, dalla quale si evince quanto sia logorante il potere non soltanto per chi non ce l’ha, secondo la folgorante battuta di Andreotti, ma pure per chi ne ha fin troppo. 

FASCINO. Si chiama Valentina e col suo incedere generosamente anticonformista, è stata il sogno proibito di intere generazioni, un modello di femminilità intrigante, elegantissima, colta e irraggiungibile. Negli anni Sessanta questa straordinaria figura ricca di fascino è stata corteggiata da un esercito di fans adoranti. In realtà nessuno ha mai avuto l’occasione di incontrarla personalmente, di parlarle, di guardarla negli occhi poiché Valentina è si esistita, ma soltanto nell’immaginazione del suo creatore, il disegnatore Guido Crepax che l’ha fatta diventare un’icona dei fumetti. Dandole però una identità talmente forte da farla sembrare vera. Ora con la morte di Luisa Mandelli, moglie di Crepax, scompare a 82 anni colei che è stata la musa ispiratrice dell’autore. Una sorta di alter ego della Valentina sulla carta in cui si è immedesimata a tal punto – come confessava – da esserne gelosa. Una doppia vita, insomma, a cavallo di una storia unica tra realtà e finzione.


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