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La presenza di Dante nella poetica pavesiana

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

La presenza di Dante in Pavese si avverte principalmente all’inizio e alla fine del suo percorso letterario, ossia in Lavorare stanca, lavoro che segna il suo esordio nel 1936 e nei Dialoghi di Leucò, raccolta mitologica pubblicata nel 1947.

Nelle sue poesie giovanili si notano espliciti rimandi alla Vita Nova di Dante. In un componimento poetico dal titolo Sfoghi (1926) la protagonista femminile ricorda la Beatrice dantesca soprattutto nei versi: «Tenue, velata dal sogno divino / che gonfiò l’anima del suo poeta / angosciosamente una segreta / passione mostra sul volto supino». In seguito ne Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950” Pavese cita Dante come uno tra i suoi “antiqui prediletti”, affermazione questa che verrà ripresa anche successivamente a riprova dell’ammirazione che nutriva nei confronti del sommo poeta. Nella sua lettera del 1949, nella quale annuncia la sua intenzione di scrivere La luna e i falò, Pavese dichiara: «Io sono come un pazzo perché ho avuta una grande intuizione – quasi una mirabile visione su cui dovrei costruire una modesta Divina Commedia. Ci penso sopra, e tutti i giorni diminuisce la tensione – che alle visioni siano necessarie le Beatrici? Bah, si vedrà».

Pavese leggeva Dante non soltanto per adottarlo come modello estetico, quanto piuttosto come modello etico. Questa “etica dantesca” la ritroviamo nei suoi scritti fin da subito. La prima edizione di Lavorare stanca, pubblicata nel 1936, raggruppa poesie della sua giovinezza in cui il modello stilistico è principalmente Whitman. Dante, però, è presente nell’essenza di questi componimenti che rappresentano una reazione alle afflizioni della modernità in chiave esistenziale. In Mari del Sud ritroviamo Dante fin dall’inizio della lirica: «Camminiamo una sera sul fianco di un colle, in silenzio». L’ascesa al colle avviene in compagnia di una guida che rimanda a Virgilio. Un viaggio che ha tutta l’aria di essere un’ascesa iniziatica. Inoltre, in questo componimento lirico, vi è una insistenza sulla progressione temporale che rinvia ai passaggi cronologici della Divina Commedia. Alla conclusione della raccolta poetica assistiamo a un moto ascensionale che ricorda la suggestiva conclusione della prima Cantica della Commedia: «uscimmo a riveder le stelle» (Inf. XXXIV, 139). Inoltre è sorprendente notare come tutti i personaggi secondari di Lavorare stanca (contadini, operai, ecc.) siano rappresentati in maniera dantesca. Un risultato che Pavese ottiene prima da un punto di vista lirico e poi estetico. 

La presenza di Dante ritornerà evidente nei Dialoghi con Leucò nei quali Pavese trasferisce la propria esperienza umana e intellettuale dalla dimensione reale a quella metafisica del mito. Fin dal primo dialogo, dal titolo La Nube, il significato semantico del verbo “mutare”  che troviamo in Pavese è lo stesso di Dante (ripreso dal mito ovidiano di Clizia) presente non soltanto nella Commedia, ma anche in altre sue precedenti liriche.

In uno degli ultimi dialoghi, La madre,  i cui protagonisti sono l’ombra di Meleagro ed Ermete, l’ambientazione connotata da termini quali “arsione”, “bruciato come un tizzo”, evoca atmosfere tipiche dell’inferno dantesco. Atmosfere infernali emergono anche dalla palude Boibeide, una sorta di bolgia dantesca nella quale vivono mostri e déi «di escremento e sangue», immagine che ricorda la «livida palude» dell’Acheronte nel terzo Canto dell’Inferno.

s.romito@corrierepl.it

redazione@corrierenazionale.net

 

 

 


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