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Da Milot,passando per Cervinara fino a Jinan:il viaggio di Alfred Mirashi Milot

Arte, Cultura & Società

Di Daniela Piesco vice Direttore

www.progetto-radici.it

Per il secondo appuntamento con la rubrica ‘Un ponte con l’Albania‘ ho deciso di incontrare Alfred Mirashi Milot.

La sua storia è davvero singolare :arrivò in Italia da profugo albanese, approdando a Brindisi il 6 marzo del 1991 assieme ai boat people salpati da Durazzo. Oggi è un artista di fama internazionale che espone a New York, Tokio ma soprattutto in Cina dove insegna pittura all’università di arte & design.(Jinan,Shandong)

Oggi vive e lavora a Firenze, Italy. Si è laureato in Pittura presso l’Accademia delle Belle Arti di Brera nel 1999 dove ha vinto una borsa di studio per l’University of Art & Design di Loughborough in Inghilterra. Nel 2003 espone al Museo del Maschio Angioino di Napoli con la personale “Le veneri di Milot“ a cura di Francesco Poli ed Eduardo Cicelyn. Nel 2010 Vince il “Premio alle Eccellenze” alla rassegna Napoli Cultural Classic. Durante le Olimpiadi del 2012 gli viene conferita la medaglia d’oro in
pittura al Barbican Center Museum di Londra. Nello stesso anno è invitato a partecipare
alla VI edizione della Biennale d’Arte Internazionale di Beijing presso il Museo Nazionale di Pechino. L’anno 2014 partecipa alla rassegna “Open 14”, Venezia Lido, esposizione internazionale di scultura ed installazione a cura di Paolo De Grandis. Nel 2015 vince il primo premio al Museo Water Cube Beijing. Nel 2016 riceve l’onoreficenza di Visiting Professor presso l’Università di Arte e Design di Shandong in Cina. Nel 2016 è curatore della sezione internazionale della 6° Biennale della Fotografia di Jinan, Shandong, Cina e viene nominato Professore al Universita di Arte & Design a Jinan .
Nello stesso anno, a Roma, vince il primo premio della rassegna “Eccellenze dell’arte contemporanea” a cura di Francesco Gallo Mazzeo. Nel 2017 è curatore della mostra personale del fotografo internazionale Zeng Yi al Museo Nazionale di Tirana. Espone in una doppia personale “Azione e Pensiero Xhixha e Milot” presso il Palazzo Reale di Torino a cura di Anselmo Villata. Partecipa alla 10° edizione “Stemperando” Biennale delle
Opere su Carta di Torino. Esposizione personale “Believe” presso la Galleria Tornabuoni di Firenze a cura di Lucio Trizzino. Realizza la scultura permanente a Lizzanello (LE) nella rassegna ”Arte & Diritti Umani“ a cura di Massimo Guastella. Nel 2017 realizza la scultura permanente di 20 metri “La chiave di Cervinara” a cura di Peppino Vaccariello, e li viene conferito la cittadinanza onoraria di Cervinara.
Nel 2019 espone a Pechino nella rassegna “The International Artist adn Children’s Art a cura di Liu Ruowang. Nello stesso anno espone presso il Museo d’Arte Contemporanea Arcos di Benevento nella personale “Key for umanity” a cura di Ferdinando Creta e Nello Valente.
Nel 2020 inzia a realizzare la scultura piu grande in europa “Key of Montevergine” direttore artistico Michele Stanzione, opera sara realizzata dalla dita di Metal Zurlo .

(Nella foto Milot con Michele Stanzione )

Ma facciamo qualche passo indietro.

Alfred Mirashi, nel 1969 a Milot nel nord dell’Albania, nel distretto di Kurbin in una località non lontana dal mare.

Primo di cinque fratelli, di cui quattro maschi e una femmina, proveniva da una famiglia d’ex kulaki albanesi, i suoi antenati, infatti, erano grandi proprietari terrieri e, per questa ragione, temeva delle ritorsioni dei comunisti.

Per chi avesse frequentato il Liceo artistico, il sogno era di frequentare l’unica Accademia di belle arti albanese con sede nella capitale, Tirana. Si trattava, com’è ovvio, di un privilegio riservato a pochi. Al concorso d’ammissione che si svolgeva ai primi di luglio d’ogni anno e coinvolgeva un migliaio di candidati, in media riusciva a superare l’esame al massimo una trentina di loro, “scelti” da una giuria d’artisti ufficiali.

Nel 1987 anche Alfred concorre a questa “roulette”, ma, a causa della sua “macchiata” reputazione familiare, dovuta appunto al fatto che proveniva da una famiglia di kulak, il proseguimento degli studi era assai improbabile: ovviamente Alfred non è ammesso e si dispera.

Vengono gli anni Novanta e la svolta politica. Deluso da un sistema asfittico, sensazione diffusa tra gli aspiranti artisti, coglie l’occasione per l’“esodo” .

Ed è da qui che inizia la nostra intervista.

D)Alfred io conosco la tua storia, ma vogliamo ricordarla anche ai lettori? Vogliamo ricordare che Alfred Mirashi approdò a Brindisi il 6 marzo del 1991 assieme ai boat people salpati da Durazzo? Cosa ti porti dentro di quel viaggio?

La meta che mi prefiggevo era quella di raggiungere l’occidente, utopia per tutti quelli che per decenni avevano avuto gli occhi bendati dal comunismo. La bellezza di quel viaggio fu l’ansia che ebbi prima di partire, vinta dalla voglia di giungere in un luogo sconosciuto, che però desideri conoscere o meglio approfondire la conoscenza. E poi volevo scoprire l’Italia perché ero convinto che ogni paesello, ogni cittadina, ogni metropoli avesse qualcosa per cui valesse la pena di essere visitata. Penso a Napoli ,Firenze, Venezia, Milano, ma anche Lecce ,Benevento e tante altre realtà che ho avuto la fortuna di vivere.

D)In Occidente si sono affermati tre modelli di convivenza sociale:

Il modello francese, basato sul principio che chi sceglie di far parte di una comunità nazionale deve condividerne gli ideali e le tradizioni. Il modello anglosassone, che accetta una diversità sia culturale che religiosa espressa all’interno dello stato. Il modello tedesco, che considera gli immigrati ospiti temporanei dello Stato e ne tutela le diversità in vista del rientro nello Stato d’origine.

Secondo te l’Italia che modello ha adottato ?

Indubbiamente come hai detto il sistema più inclusivo è quello anglosassone, io ho studiato all’University of Art & Design di Loughborough in Inghilterra e avevo professori di ogni nazionalità: indiani ,francesi, arabi e ciò costituiva per tutti la normalità. In Italia ancora oggi storcono il naso quando affermo di essere italiano, mi chiedono i documenti per verificare. Però in Italia c’è la mia Cervinara (Irpinia)dove ho trovato calore e umanità e da cui ho ricevuto la cittadinanza onoraria.
“La chiave di Cervinara” e ‘ una gigantesca chiave a forma di U alta 20 metri e pesante 40 quintali, che campeggia all’ingresso dalla cittadina irpina. Ed è ora candidata a entrare nel Guinness dei Primati .Ho invitato altri artisti ad unirsi a me per farne una un’esposizione permanente a cielo aperto. Colgo l’occasione per ringraziare Il Sindaco di Cervinara Filucio Tangredi i ragazzi della Pro loco , Liberato Zurlo che ha lavorato tantissimo con pochi soldi e grande ottimismo a realizzare questa opera e tanti cittadini di Cervinara che mi hanno aiutato a realizzare questa opera. Ho tante famiglie da ringraziare non solo a Cervinara ma in tutta Italia , dal sud al nord e vi saro sempre riconoscente per tutto.

D)”La chiave” è la tua cifra stilistica ,un oggetto che si fa simbolo riconoscibile internazionalmente. L’idea è di aprirsi l’uno all’altro pur con idee ,religioni e razze differenti.
Ma nella Costituzione italiana troviamo riferimenti al mantenimento della cittadinanza italiana per gli italiani emigranti (art. 22), ma non vi sono riferimenti alle modalità di acquisizione della stessa da parte degli stranieri. Ritieni che, in questo periodo di accesa discussione per modificarne il testo vigente, la Costituzione debba subire una modifica anche su questo tema?

Si assolutamente si e senza timori. Tutto si evolve ed è giusto dare l’opportunità di essere italiano a chi contribuisce ad arricchire il prestigioso patrimonio artistico-culturale del paese. Ma anche a chi viene qui per lavorare onestamente. Adesso gli albanesi sono scomparsi dalle cronaca nere ma le cose erano diverse negli anni 90 dove eravamo gli artefici di ogni malefatte. La comunità albanese ,almeno la parte sana, si è perfettamente integrata lavorando e pagando le tasse.

D)È per questa giustificazione socio-culturale che hai fatto della chiave la tua cifra ricorrente che caratterizza i lavori degli ultimi anni?

“La chiave” è ormai il simbolo ricorrente, è strumento per aprire il dialogo alla conoscenza e alla diversità, non più oggetto del quotidiano, ma distorta, piegate, curve, inutilizzabili e pertanto non più strumento di chiusura. E’ una metafora di apertura e rappresenta lo strumento per aprire e non chiudere alla conoscenza e alla diversità. E’ simbolo di chiara lettura di apertura totale che l’arte può portare come messaggio per la cultura, ma soprattutto per le diverse culture, azzerando i confini creati degli uomini.

D)Del tuo Mediterraneo, cosa ti porti dentro?

Mi porto dentro l’incontro di due culture vicine e pur tuttavia distanti, quella albanese, la mia terra di origine, e quella italiana, la terra che mi ha accolto e fatto crescere anche artisticamente. Ho scelto Milot, nome della frazione di Kurbin, città nel centro-nord dell’Albania dove nacque, come nome d’arte per segnare le mie origini e dichiarare il forte legame con la mia infanzia, dove ho vissuto fino all’età di vent’anni e dove ho forgiato il carattere e la spiccata sensibilità artistica.

D) Oramai però sei pienamente occidentalizzato, Firenze è la tua città adottiva..

Firenze,si. Io sono innamorato di Firenze. In questi giorni in cui c’è poca gente in giro riesco a godermela ancora di più se è possibile. E poi se penso al David di Michelangelo ,alla Nascita di Venere del Botticelli, alla Primavera del Botticelli, alla Maestà di Giotto, alla Annunciazione di Leonardo da Vinci, alla Cupola del Brunelleschi , alla Porta del Paradiso di Ghiberti
al David di Donatello ,sono per citarne alcune meraviglie, penso che io non riuscirò mai ad eguagliare tale bellezza attraverso la mia ricerca artistica.

D) I più affermati artisti internazionali si esprimono con diversi medium un linguaggio che flessibilmente opta ora per la figurazione ora per la non figurazione. Tu appartieni a questa generazione artistica. ?

Ad osservare la serie di mie opere pittoriche intitolate Angolo Mediterraneo esprimo, con linguaggi solo apparentemente contrapposti invero complentari, tutta la cultura nostra, ch’è mediterranea da sempre pronta ad accogliere e a fare propri i diversi linguaggi. In questo clima mi sono formato, ho vissuto e vivo adesso. La nostra storia è un miscuglio di lingue che si sono evolute integrandosi e sintetizzandosi. Connubi plurimi di diverse culture che insieme creano un identità già da diversi secoli.

D)Parlami del tuo crescente interesse verso l’opera plastica.

Amo da sempre la scultura, pittura , unica al mondo nella cultura greco-romana e albanese poi da lì rinascimentale e via discorrendo sino al monumentalismo Otto e Novecentesco. La si trova in ogni angolo e piazza di ogni città mediterranea. Per noi artisti la percezione delle opere plastiche specie quelle monumentali è un momento magico. Vivere ad esempio qui a Firenze dentro una città ricolma di segni storico-artistici non finisce mai di sorprendermi, ogni giorno scopro qualche testimonianza plastica, sia pur solo decorativa in qualsiasi luogo: è per me una rivelazione infinita che avverto come senso di durevolezza dell’opera plastica. Un segno eterno. E perciò mi confronto con il mio operare sia con rappresentazioni che riprendono soggetti classici rielaborati come nelle serie delle Veneri, sia nel motivo della chiave, oldenburghiane è stato scritto, che è composta in ferro, alluminio, vinavil, gesso, juta, schiuma e colore.

D)Una battuta sulla demolizione ‘ affrettata’ del teatro Nazionale di Tirana.

Alle cinque del mattino di una sera di maggio dell’anno 2020, ad essere abbattuto non è stato il Palazzo H di Roma, ma un’altra architettura di matrice fascista: il Teatro Kombetar di Tirana.
A firma dell’architetto Giulio Bertè e parte della imponente impronta italiana sul vecchio piano urbanistico della città. Parte del Boulevard voluto e costruito dagli italiani. Ex architetture coloniali di cui le popolazioni si sono riappropriate nel tempo, tanto da sentirle ora loro, qui come altrove. Sono divenute anch’esse – e paradossalmente – espressioni (mutatis mutandis) delle “realtà particolari” pasolianiane, di fronte alla forza di fuoco dell’omologazione architettonica a vetrate. Al posto del teatro difatti, verranno innalzati altri torrioni e un nuovo teatro di cemento e vetro.
Il fatto si commenta da solo non occorre dire altro.

D)la pandemia ha colpito duramente gli artisti, ecco tu come ti poni dinnanzi a questa crisi? C’e ancora spazio per l’ottimismo?

La pandemia ha colpito duramente tutti i settori non solo l’arte. Si certo che c’è spazio per l’ottimismo. Non deve mai mancare .

D)Progetti futuri? So che sei stato inviato alla biennale di Jinan..

Prima devo parlare della grande scultura Monumentale che sto realizzando da quasi 6 mesi “Key of Montevergine” voluta dal Presidente della Provincia di Avellino Avv, Domenico Biancardi, il cui direttore artistico è Michele Stanzione .Questa opera che sarà l’ opera piu grande di tutti i tempi mai realizzato in Europa quasi 50 metri, sarà realizzata dalla ditta di Metal Zurlo.
Il Presidente Biancardi , ha visionato in questi giorni il processo di costruzione della scultura ed è rimasto impressionato dalle grandi forme . Il messagio che vogliamo dare al mondo intero è che non bisogna chiudersi per contribuire alla rinascita di una nuova Italia fatta di popoli europei e non solo. Aspettiamo il giorno dell’inaugurazione con grande emozione dopo la fine dell’emergenza sanitaria . Tutti i cittadini nel mirare questa colossale opera leggeranno un grande massaggio dato al mondo contemporaneo.

Si il Il 12 dicembre 2020 sarà organizzata in Cina la Biennale di Arte Contemporanea dal titolo “The Power of Harmony” a Jinan, Shandong, dove sono stato invitato dal Direttore e curatore della biennale, il Maestro Zhang Wang, a rappresentare l’Italia allo Shandog Art Museum.
Per quanto riguarda altri progetti futuri posso solo dirti che sono profondamente appassionato e piuttosto ambizioso. Sono spinto dalla necessità di comunicare, e sono sempre alla ricerca e costruzione di connessioni, scambiando esperienze dove “le chiavi” rimangono il mio passaporto di identificazione artistica.

Daniela Piesco

vice Direttore www.progetto-radici.it


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