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Il saper pensare è un porto d’armi

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La filosofia appartiene alla cultura e come tale ha i suoi classici. Come tutti i rami del sapere la sua storia è costellata di studi e teorie che le pagine dei libri custodiscono con cura. Ma la filosofia è anche una pratica, un atteggiamento, un esercizio del pensiero. È quell’esercizio che nasce col dubbio e con la meraviglia e che si manifesta ogni volta che contempliamo nuove possibilità; quell’atteggiamento che ci spinge a cercare dietro le cose quotidiane e a scavare sotto i sassi su cui camminano, a velocità diverse, il senso comune e la ricerca scientifica. Così intesa la filosofia non «appartiene» alla cultura. Colui che la studia per erudirsi è fuori strada. Colui che vi cerca conforto intellettuale non lo troverà. Eppure l’educazione filosofica delle nostre scuole tende a favorire proprio questa impostazione: pagine fitte di compendi e riassunti, ricapitolazioni sommarie, sintesi astratte e spesso astruse. È raro che i classici vengano letti davvero: al massimo qualche stralcio, da cui i più bravi stralceranno qualche dotta citazione. La filosofia è la scienza delle domande, ma i manuali sono pieni di risposte. E una risposta senza domanda non dice nulla.

Si dirà che questo modo di procedere è parzialmente giustificato dall’oggettiva osticità di tante opere filosofiche. Ma nemmeno Dante è facile, nemmeno Leopardi. Proviamo allora a sederci e a prendere davvero in mano qualche testo filosofico e proviamo a leggerlo come si legge un buon libro.

Prendiamo ad esempio un dialogo di Platone, uno qualsiasi. Nello spirito, se non nella lettera, i Dialoghi mantengono inalterato tutto il loro potenziale critico. Insegnano a pensare e a ricercare la verità e a vedere gli ostacoli che nella ricerca si annidano. Nel Menone, So- crate e il suo interlocutore si interrogano sulla natura della virtù. Non si può stabilire se la virtù sia insegnabile prima di aver stabilito che cosa essa sia. Al tempo stesso, se non so che cos’è come faccio a cercarla? Se non conosco una cosa come faccio a riconoscerla quando la trovo? In questo paradosso si nascondono tutto il fascino e le difficoltà della pratica filosofica e anche la frustrazione che spesso l’accompagna. «Infinite volte ho tenuto discorsi sulla virtù», confessa Menone. «Ora non riesco neanche a dire che cosa sia.»

Se Platone appassiona, Aristotele intimorisce. Tuttavia anche i testi aristotelici presentano una freschezza che bisogna toccare con mano. La Metafisica, per esempio. Il titolo non è di Aristotele: fu introdotto dai suoi editori del primo secolo a.C. semplicemente per indicare gli scritti che venivano dopo quelli sulla fisica, e in cui si trattano questioni molto generali concernenti la natura delle cose. Col tempo il termine è venuto a designare questo genere di studi filosofici, ma ha anche acquisito connotazioni esoteriche e altisonanti piene di corsivi e lettere maiuscole. Rileggendo le pagine di Aristotele la metafisica scende dal piedistallo si riscopre parte integrante del complesso processo col quale cerchiamo di dare un ordine alla varietà del mondo.

Nelle Meditazioni di Cartesio — altro classico un po’ scontato ma tutto da leggere — la metafisica si fonde con l’epistemologia. Cartesio è il filosofo della razionalità. È colui che aspira a un fondamento certo della conoscenza e della coscienza sensibile e che per far questo comincia dal punto più difficile: la totale sospensione del giudizio. Come possiamo essere sicuri di non illuderci? Che cosa esclude l’ipotesi di un nume così potente da trarci sistematicamente in inganno? Le risposte di Cartesio non convincono, ma il loro studio apre orizzonti straordinari.

E dopo Cartesio, Hume. Il Trattato sulla natura umana copre una ricchissima gamma di argomenti: la natura delle emozioni, il potere dell’immaginazione, l’identità personale, la natura della causalità, i fondamenti della morale e della giustizia. L’interesse storico del- l’opera risiede nell’obiettivo dichiarato di estendere il metodo sperimentale di Newton alla conoscenza della nostra natura: se per Cartesio l’epistemologia si fonda sulle certezze metafisiche con Hume l’ordine si inverte. Ma il Trattato può essere letto indipendentemente dal programma empirista che rappresenta. Hume è il più lucido degli scettici, ma anche il più amico dei filosofi. Hume conosce la forza del dubbio e accetta di pagarne le conseguenze, ma è anche il campione della concretezza, il filosofo coi piedi per terra. Il suo buon senso ci insegna a non arrenderci e a guardare avanti.

Bisognerebbe anche provare a leggere Kant: la Critica della ragion pura è forse il testo più importante della modernità. Purtroppo è anche un testo molto impegnativo e sarebbe presuntuoso includerlo nelle letture di base. Prendiamo allora uno scritto minore. E tra i tanti io scelgo la Dissertazione del 1770 su «la forma e i principi del mondo sensibile e del mondo intelligibile»: un problema piccolo piccolo (che differenza c’è tra la mano destra e la sinistra?) diviene il punto di partenza per l’ambiziosa teoria kantiana dello spazio come «ordine dell’ordine», se non addirittura della dottrina dell’idealismo trascendentale. È un bellissimo esempio di come l’occhio del filosofo sappia scovare prospettive inedite frugando nell’ordinario. Kant è un filosofo dai grandi affreschi, ma è capace di pennellate sferzanti.

L’ultimo classico che consiglio è Wittgenstein, il filosofo per eccellenza nel suo ruolo contraddittorio di outsider intellettuale e interprete profondo del proprio tempo. In questo caso la scelta è particolarmente difficile.

Per molti la lettura obbligata è il Tractatus logico-philosophicus, tanto enigmatico e incompreso dai contemporanei quanto rappresentativo della fase di profonda trasformazione che ha contraddistinto l’inizio del Novecento.

«Non vorrei risparmiare ad altri la fatica di pensare. Ma, se fosse possibile, stimolare qualcuno a pensare da sé.»

Ho citato sei testi classici.

Mi accorgo di non aver incluso alcun testo di autori italiani. Non è casuale, ma nemmeno voluto: ci avrei messo il Dialogo di Galilei o I discorsi di Machiavelli. Al di là del senso, del fine, sopra i mezzi, pensare vale sopra ogni bellezza, sopra ogni intelligenza. Esercizio elevato e vincente. Saper pensare è un porto darmi, soprattutto se a pensare è una donna.

Evelyn Zappimbulso 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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