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Le modelle,  l’emigrazione e il tamburello 

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L’emigrazione degli Italiani in Europa prima e oltreoceano poi è stato,  come ben si sa,  un fenomeno gigantesco che in circa trentanni a partire dal 1860/70  ha quasi svuotato  certe regioni: nessuna nazione europea si è liberata di così tanti figli quanto l’Italia, diaspora  terribile che ancora oggi, per le medesime ragioni pur se in forme differenti, continua e imperversa: una maledizione.

La unificazione del Paese del  1861,  contrariamente alle  aspettative,  in realtà  fu  apportatrice anche di disgrazie e distorsioni. L’esodo gigantesco di umanità sofferente e malfamata che abbandona la propria terra in cerca di fortuna, era accompagnato,  e consolato, con riferimento alla massa enorme di meridionali, non di rado dal suono dei loro strumenti musicali preferiti, il mandolino o il piffero o l’organetto o l’arpa. Tale contingenza drammatica è iniziata per fame, oppressione, incremento demografico, in un angolo sconosciuto di Alta Terra di Lavoro, la Valcomino, documentalmente già nelle ultime decadi del 1700  a piccoli ma continui flussi, da certe località e frazioni di Picinisco, di San Biagio S., di Vallerotonda e da certe frazioni delle Mainarde oggi  molisane, di Filignano, quali  Cerasuolo, Mennella, Mastrogiovanni,…località che ancora oggi ispirano commozione e nostalgia al visitatore.

Erano all’inizio in prevalenza  ‘artisti girovaghi’ in quanto guadagnavano il loro pane suonando la zampogna e il piffero o ciaramella nelle loro vestiture colorate, letteralmente per le vie del mondo, in località e paesi che nemmeno si immaginano, e non solo dunque a Roma e a Napoli. Più tardi negli anni, verso il 1830, sempre da questi luoghi iniziò l’esodo dei giovani: ora erano quindicenni e diciottenni che abbandonavano le loro contrade e a piedi raggiungevano, dopo mesi, Parigi, Londra, Berlino, Monaco di Baviera: qui oltre a essere artisti di strada, potevano essere assoldati anche come modelli, a quell’epoca parecchio richiesti, attività  che per molti di loro divenne quasi una  professione. Gli strumenti musicali di questa generazione di artisti di strada, la seconda dunque, erano di norma l’organetto a quattro, massimo otto bassi  (il più economico) e il piffero e per alcuni il tamburello, fusto di legno e  pelle di asino o ovina:  suonavano per le strade e sotto i balconi e le finestre,  ma anche ballavano  e piroettavano, in attesa delle monetine: a questa seconda emigrazione di giovani artisti girovaghi negli anni successivi presero ad unirsi le donne e poi anche i genitori, soprattutto direzione Parigi in quegli anni, dopo il 1860, primario punto di ritrovo cosmopolita.

E divenne uno spettacolo consueto  i giovani e le ragazze che ballavano e cantavano e suonavano per le strade i loro strumenti tra i quali iniziò a emergere il tamburello suonato dalle ragazze con abilità e maestria. Gli artisti  dell’Ottocento  hanno realizzato migliaia di opere che illustrano ciociarelle col tamburello: il tamburello come qui inteso e cioè una corona di legno con una membrana di pelle di asino o di pecora, quindi elementare e primitivo, è tipico, a mio avviso, solo dei ciociari ed è strumento prettamente femminile. I tamburelli invece più diffusi e noti anche nei tempi più remoti, sono muniti intorno alla corona in legno dei cosiddetti cimbalini o sonaglietti o di campanelli o di altri dettagli per arricchire il suono: di norma si chiamano tamburelli baschi  e nei numerosi quadri antichi le ciociarelle suonano o l’uno o l’altro: ma si tenga a mente quello originario ciociaro è il più modesto e più semplice. Anche Raffaello in un suo quadro illustra il tamburello, quello ricco di cimbalini. Due fatti storici vanno ricordati ad evidenziare il ruolo del modesto tamburello ciociaro. Corot, il grande maestro dei paesaggi,  negli ultimi anni della sua vita si dedicò in gran parte alla realizzazione di opere dedicate  alle donne e ragazze  abbigliate con gli abiti presenti nel suo studio: gran parte erano abiti ciociari o che richiamavano il costume ciociaro, particolarmente amato dall’artista e in numerose opere è sempre presente il tamburello, in alcune opere, come quella qui illustrata con ciociara che suona il mandolino, il tamburello per terra diviene perfino una specie di connotato per qualificare l’abito e la provenienza della effigiata, un simbolo e contrassegno.

Un secondo fatto anche esso significativo, trova la sua documentazione ufficiale nella targa che quattro cinque  anni fa il Comune di Parigi ha affisso al nr. 62 di Boulevard de Clichy a Montmartre: la targa ricorda che in quel  posto la modella ciociara Agostina, quando ormai passata negli anni, aveva aperto il suo ristorante la cui insegna era ‘Tambourin’ cioè  ‘Tamburello’ e nel  locale tutti i tavolini   e le suppellettili erano a forma di tamburello! Il ricordo dunque delle sue origini e del suo lavoro che Lei dopo tanti anni non aveva dimenticato.

 Michele Santulli


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