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20° comunicato @itim su Covid-19 e Webinar Disability Care 2020

Cronaca

Questo mese di novembre, da alcuni definito nero, ci trascina in una piena 2^ ondata epidemica da Covid-19, dopo quella drammatica di primavera, con una lunga scia di morti e rimettendo in crisi il sistema sanitario italiano dal nord al sud.

Ciò sembra essere il risultato di una riduzione delle precauzioni nel contrasto alla pandemia da attribuire sia alle istituzioni (con permessi di assembramento e svago in stadi, discoteche, ecc.) sia ai singoli cittadini anche minoritari, magari disorientati da vari esperti medici che, abbandonando assunti scientifici basati su dati e modelli statistici, hanno sposato questa o quella idea o ideologia politica gridando sui media che il covid era scomparso o che le mascherine sono fastidiose. Si sa che per diffondere il coronavirus bastano pochi contagiati (paziente zero, paziente uno…) e poi se non si contiene il fenomeno con distanziamenti, protezione ed igiene (per ora in assenza farmaci specifici ed in attesa dei vaccini) il famoso Rt crescerà a dismisura come in questo mese e solo l’osservanza di tutti delle precauzioni lo porta sotto 1, potendo così affrontarne le coseguenze sanitarie senza far scoppiare il sistema ospedaliero e sanitario tutto.

Occorre dire che nei mesi di tregua estivi, non sono state approntate (a livello generale e regionale) quelle misure utili a ridurre meglio gli assembramenti (anzi dall’Emilia Romagna alla Sardegna, ecc.  vi è stato una gara nell’allentare i divieti), a riorganizzare velocemente i sistemi sanitari con massicce risorse umane per ospedali e medicina territoriale, ad aumentare i trasporti locali per facilitare l’apertura in sicurezza delle scuole, a controllare maggiormente le movide, ecc. Anche le stesse elezioni regionali possono essere state luoghi di assembramento e contagio come in primavera le elezioni comunali in Francia hanno potuto aggravare la prima ondata epidemica.

DisabilityCare 2020 programma

Nello scorso mese di ottobre la curva dei contagi ha incominciato ad impennarsi e le prime misure un pò blande non sono riuscite a contenere i tanti casi di contagi e morti (solo gli ultimi provvedimenti con tante zone rosse ed arancione forse riusciranno a fare qualcosa). In base alla risposta della gente, ai loro  comportamenti  ed ai risultati misurati almeno settimanalmente in termini di contagi, ricoveri e decessi, è possibile con appositi modelli matematici simulare scenari diversi, favorevoli o meno, variando uno o più indicatori con lo scopo di prendere le decisioni più opportune di politica sanitaria.

In questa 2^ ondata la mortalità da covid si avvicina al doppio rispetto alla 1^ ondata: il 9 maggio 2020, alla fine del lungo e completo lockdown generale,  in Italia i morti da covid erano 30000 – di cui circa la metà in Lombardia – con un totale di 218000 contagiati ed oggi i decessi sono arrivati a 55500 – di cui 21600 in Lombardia – su un totale nazionale di 1600000 contagi, anche grazie, oggi rispetto a ieri, ad una maggiore capacità di fare tamponi ed anche tracciamenti.

Il dato più drammatico resta così quello della mortalità con un tasso molto elevato. A livello nazionale i morti Covid sono lo 0,09% su tutta la popolazione italiana (molto alto rispetto allo 0,02 della Germania ma simile a quello di molti paesi europei come Spagna, Francia e UK ed anche a quello degli USA che è 0,08%, il chè fa pensare che forse al di là dei diversi provvedimenti presi (lockdown più o meno forti o azioni volte all’immunità di gregge) le conseguenze sembrano simili eccezion fatta là dove vi sia un sistema sanitario robusto basato su adeguate e sufficienti strutture ospedaliere (reparti e terapie intensive) integrate con una buona e diffusa medicina territoriale (esempio della Germania con meno di 17000 decessi su 80000000 abitanti). E che i soli ospedali non bastino lo dimostra il caso delle regioni del nord Italia, tenendo presente che senza una medicina di base e comunitaria poi i reparti e le terapie intensive, anche se in aumento, non sono in grado di far fronte ad un numero crescente di malati, magari non filtrati secondo la gravità della patologia. In Lombardia dall’inizio della pandemia vi è stato un morto da covid ogni 500 abitanti (dei 21600 decessi in Lombardia circa 8000 sono avvenuti in questa 2^ ondata). Se confrontiamo la Lombardia (poco più di 10000000 abitanti) con le 3 regioni confinanti (Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna) con una popolazione complessiva di poco più di 13500000, si può notare che nelle 2 ondate epidemiche la mortalità da covid lì ha raggiunto 15500 decessi. A chi si può attribuire la differenza di 6-7000 morti tra la Lombardia e queste regioni? Se non alla composizione demografica che è simile, forse alla più alta densità di popolazione e mobilità o maggiore inquinamento da polveri. O forse la maggior parte di questo tragico scarto nella mortalità sia dovuto soprattutto alla diversa organizzazione sanitaria (nelle tre regioni le ASL gestiscono insieme medicina di territorio ed ospedali, escluso quei pochi grandi e universitari, mentre in Lombardia da oltre 20 anni vi è una netta separazione degli ospedali (anche i più piccoli) dall’amministrazione di ASL o ATS,  mentre le aziende ospedaliere sono chiamate ASST (il modello lombardo o ambrosiano è anche questo: confondere cambiando nome alle cose oltre al continuo dire di essere migliori in tutto, ospedali, sistemi informatici ( il “famoso” SISS incapace di integrare i dati e garantire un flusso costante di informazioni) o servizi telematici sanitari con progetti faraonici e costosi (spesso con la partecipazione accondiscendente di imprese, professionisti e intellighenzia accademica che oggi grida ai limiti nell’uso della digitalizzazione!) che non lasciano poi alcuna traccia di utilità. I 20 sistemi informativi sanitari regionali, scollegati fra loro, risultano dei monumenti tecnici incapaci di fornire maggiore e nuova conoscenza, anzi a volte sono mezzi per alterare i flussi di dati (ad es. come in Campania, fornendo un numero di terapie intensive superiori alla realtà con lo scopo di essere premiati nell’azzonamento meno duro, mentre in altre occasioni ci si lamenta contro il governo per non avere abbastanza terapie intensive).

Per riorganizzare realmente il sistema sanitario nazionale occorre puntare su questi punti:

1. Promuovere e sviluppare, più che un modello, un’efficiente organizzazione sanitaria basata su medicina ospedaliera (con adeguati reparti per patologie acute ed interventi urgenti),  medicina specialistica territoriale di prevernzione e riabilitazione e medicina di base. Occorre riequilibrare il sistema sanitario tra territorio ed ospedale a favore del primo (ed in ambito ospedaliero tra pubblico e privato a favore del primo).

2. Sanità territoriale: potenziare i distretti sanitari ed in particolare i dipartimenti di igiene e malattie infettive, settori materno-infantile e  geriatria (con nuovi rapporti e ruolo delle RSA), oltre alla medicina scolastica, medicina del lavoro, odontoiatria, ecc. Maggiore attenzione alle  patologie croniche con nuove reti organizzative e di assistenza sanitaria anche domicilare di malattie già esistenti come quelle polmonari o BPCO, diabete, dialisi, ipertensione, demenze, disabilità, ecc. e di quelle insorte come conseguenza da covid. Ovviamente occorrerà potenziare ed adeguare anche alla nuova realtà postcovid queste strutture ospedaliere e quelle ambulatoriali sul territorio con più risorse umane e strumentali.

3. Risorse umane: assumere più medici ed operatori sanitari (infermieri, fisiterapisti, ecc.). Per avere in fretta piu professionisti è tempo ormai improcrastinabile di abolire il numero chiuso a Medicina ed in tutte le altre facoltà (è inutile lamentarsi della scarsità di medici e di altri laureati se si creano vincoli funzionali solo a burocrazie e baronie di ogni specie, mentre basterebbe rendere i piani di studio seri e rigidi per scoaggiare chi non sia portato per tale disciplina e missione).

4. Risorse strumentali: innovare e rafforzare il parco tecnologico della strumentazione biomedica ed in particolare quella digitale per efficienti sistemi informativi ospedalieri e sanitari ed efficaci servizi di telemedicina (telediagnosi, telemonitoring, teleriabilitazione, teleconsulti clinici, televisite) basati su biodevices e sensori indossabili (IoT), robotica, diagnostica per immagini,Intelligenza Artificiale, ecc.

5. Coordinare e gestire a livello centrale i sistemi informativi creando un nuovo sistema informativo integrato ad es. presso il Ministero della Salute ed un centro nazionale di telemedicina per armonizzare monitoraggi e riabilitazione, rivedendo meglio i LEA ed altri processi diagnostico-terapeutici che devono essere rispettati e diffusi in tutte le strutture sanitarie in uno spirito cooperativo e non competitivo fra regioni (in caso contrario pensare ad un commissariamento e nuove amministrazioni sanitarie).

Se ci fosse stata una tale integrata medicina ospedaliera e territoriale, con risorse adeguate e con reti innovative di welfare supportate da tecnologie digitali e da sistemi diffusi di telemedicina, avremmo forse avuto meno malati gravi e morti, come in Germania.

Occorre immettere nel settore sanitario, con i fondi europei che stanno arrivando, notevoli risorse finanziarie per allargare e potenziare quell’integrazione socio-sanitaria ed introdurre la digitalizzazione in modo massiccio. Solo cosi, con risorse umane adeguate e con strumentazione biomedica moderna ed innovativa, sarà possibile coprire e supportare bene l’intero ciclo dell’attività medica, dalla prevenzione alla diagnosi tempestiva e corretta, a terapie efficaci e riabilitazione appropriata.

Di questi punti ed altro discuteremo, facendo anche un bilancio dell’anno pandemico ma anche di questi anni del 3° millennio, il prossimo 18 dicembre, durante il meeting di @itim in ocasione del suo 20 anniversario su Sanità digitale e Telemedicina: ieri, oggi e… dopo Covid-19.

Francesco Sicurello (presidente @itim)


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