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Quarant’anni anni senza Led Zeppelin, i furenti ladri di blues

Eventi

Il 4 dicembre 1980 la band, in seguito alla morte del batterista John Bonham, diffusero un comunicato in cui annunciavano lo scioglimento: “Non possiamo più continuare come eravamo”

 

©  Agf – Led Zeppelin

Anche gli dei possono essere dei ladri. Certamente i Led Zeppelin erano delle divinità e certamente hanno messo a segno rapine clamorose, soprattutto nelle viscere del blues, il grande oceano della musica nera che ha cambiato la storia e il volto del Novecento.

La cabala dei numeri ha deciso che sono passati 40 anni dal loro addio (4 dicembre 1980) e che tra quattro giorni scadono i 13 anni dalla loro risurrezione, di fronte ai 21mila in adorazione alla 02 Arena di Londra: scintille di eternità, dato che nel giro di 48 ore erano arrivate oltre 20 milioni richieste di biglietti, ovviamente un record assoluto, mai ripetuto e forse irripetibile.

Questo per dire il segno che Jimmy Page, Robert Plant, John Paul Jones e John ‘Bonzo’ Bonham hanno lasciato nel subconscio della musica, nelle generazioni che dal 1969 a oggi portano nel cuore il marchio dei Led Zeppelin, il profondo e lacerante tuono della chitarra di Page, l’acuto selvaggio della voce di Plant, l’implacabile terremoto ritmato della batteria di Bonham, il basso vibrante e le tastiere di Jones.

Per capire la storia dei furti e perché quelli operati dai Led Zeppelin sono diversi da tutti gli altri furti torniamo a quello che è il momento ‘alfa & omega’ della loro carriera: è quando il mondo, il 22 ottobre 1969, ha sentito per la prima volta l’attacco di ‘Whole Lotta Love’, il pezzo che non solo ha definito lo stile – ossia l’anima sonora – del gruppo britannico, ma che soprattutto ha rappresentato la scintilla creativa che ha dato inizio a un’infinità di correnti musicali del rock, dall’hard rock all’heavy metal, al tempo stesso inventandole apparentemente dal nulla e trascendendole tutte quante.

Ma è un pezzo che rappresenta anche il cuore del paradosso dei Led Zeppelin: è un blues viscerale come non lo si era mai sentito, che trae la sua linfa vitale dal blues delle origini, antico, quello che deriva dai campi di cotone dell’America schiavista.

E non è un caso: molti passaggi i questo pezzo arrivano direttamente da ‘You Need Love’ di Willie Dixon, il contrabbassista a cui dobbiamo canzoni-icona del blues come ‘Hoochie Coochie Man’, ‘Your Shook Me’ e ‘I Can’t Quit You Baby’, cosi’ come un altro pezzo di quel disco seminale, ‘Lemon Song’, è una specie di allucinata estensione di ‘Killing Floor’ del grande Howlin’ Wolf.

Eppure, al tempo stesso il suono dei Led Zeppelin era qualcosa di mai sentito prima: duro e implacabile, scolpito nel marmo e sfacciatamente lascivo. Page era al tempo stesso un virtuoso (si era fatto un nome come turnista tra i piu’ richiesti della scena inglese, principalmente negli Yardbirds, nei quali aveva gia’ militato Eric Clapton), ma era anche una sorta di ‘scienziato del suono‘.

Quando gli Zep registrarono il loro primo album, in mezzo al turbini’o globale che fu il Sessantotto, il chitarrista decise di piazzare un secondo microfono di fronte ad ogni amplificatore, ad una certa distanza, allo scopo di creare l’effetto di un concerto dal vivo in una stanza. ‘Led Zeppelin 1’ nasce così, in appena 36 ore, lasciandoci pezzi cruciali come ‘Good Times, Bad Times’, ‘Your Time Is Gonna Come’ e ‘Dazed and Confused’: musica che di colpo ridefinisce il rock, tra la più imitata e copiata che si possa immaginare.

E che a sua volta – anche se modificata geneticamente, per così dire – arrivava da lontano: anche ‘Black Mountain Side’ viene da ‘Black Water Side’ di Bert Jansch, così come la bellissima ‘Bring It On Home’, del loro secondo album, era un ‘prestito’ dal buon Sonny Boy Williamson. Tutto vero. E falso, allo stesso tempo. Ognuno di questi pezzi è dotato di un’identità formidabile, come tagliata nel marmo, ed è la storia a dirlo, più ancora della musicologia: di ogni genere di furti è lastricata la via del pop.

Generi che si intrecciano l’uno nell’altro, strutture armoniche, suggestioni sonore, una specie di corsa al furto che è una delle caratteristiche fondanti della musica. La questione è quel che si fa, poi, con il bottino. Prendete la canzone in assoluto più famosa dei Led Zeppelin, ‘Stairway to Heaven’: è da anni al centro di un chiacchieratissimo processo di plagio, il tutto sulla base di una dichiarazione del leader degli Spirit, Randy California, che affermò mille anni fa che era stato lui a far sentire il proprio pezzo ‘Taurus’ a Page & Plant.

Ricostruzione negata con decisione dai due autori di ‘Stairway’, i quali, al contrario, ribadiscono che l’attacco della canzone – l’oggetto del contendere – è una sequenza discendente di accordi utilizzata con enorme frequenza nella storia della musica, quasi proverbiale, e che è un’assurdità non considerare il resto della canzone, strutturata su oltre otto minuti.

In effetti, pur con le similitudini, di ‘Stairway to Heaven’ ce n’è una sola. Per la verità, il vero mistero in questa storia è un altro: come fu che un’accozzaglia di ragazzi inglesi – tra gli altri, con Page & co, anche i Rolling Stones, i Cream, i Bluesbreakers di John Mayall – abbiano iniziato a scavare, ben oltre il rock’n’roll, nelle origini più remote del grande blues americano, quello inventato al “crocevia del diavolo” da Robert Johnson, quello del predicatore Skip James scomparso per anni nel nulla, quello di Muddy Waters, Howlin’ Wolf, dell’immenso John Lee Hooker, giù giù fino a Blind Willie McTell (“nessuno canta il blues come Blind Willie McTell”, sibilava molti anni dopo Bob Dylan con grande invidia).

Quel che derivò da quest’onda anomala britannica è che non solo la “musica del diavolo” tornò ad avere il posto che le spetta nella storia della musica, ma che il rock conobbe un’esplosione di creatività che conosce pochi precedenti.

Già questo sarebbe bastato per diventare leggenda, ma i Led Zeppelin non si fermarono lì, guardarono ben oltre i confini del genere: dal folk americano alla tradizione celtiche su fino alle suggestioni orientali, Page ed i suoi selvaggi compari non si fermarono certo alla codificazione dell’hard rock come l’abbiamo conosciuto nei decenni a seguire, dalla macabra ironia di ‘Gallows Pole’, con tanto di banjo e mandolino, al mito vichingo di ‘The Battle of Evermore’ del quarto album.

Non finisce qui: il grande orizzonte poliritmico di ‘Kashmir’ – uno dei pezzi-icona degli Zep, con tanto di fiati, archi e mellotron – è un omaggio mai uguagliato nel campo del rock alle suggestioni dell’Oriente, così come l’idea fondante di ‘No Quarter’ e’ quella di un lungo viaggio psichedelico in territori mistici.

Mentre cresceva la musica dei Led Zeppelin, crescevano vertiginosamente i loro concerti: in particolare tra il 1971 e il 1973, i quattro britannici hanno contribuito massicciamente a definire la nozione stessa di rockshow, portando talvolta le esibizioni fino alle quattro ore di durata. Ed è lì, sul palco, che assumevano una forza che a tratti poteva sembrare soprannaturale: ascoltare per credere la versione di ‘Immigrant Song’ da un concerto a Las Vegas del 1972, compresa nella raccolta live ‘How The West Was Won’.

Quasi sconvolgente: difficile sentire qualcosa di più duro, drammaticamente violento e al tempo stesso liberatorio. Un monumento, i loro concerti dal vivo: fondati sulla potenza fulmicotonica dei riff di Jimmy Page (ossia quelle progressioni di accordi rapidi che sono diventati un totem tra i più imitati nella storia del rock), sulla portentosa batteria senza paragoni di Bonham (non a caso in diverse classifiche è considerato il miglior batterista di sempre), sulla voce “devastante e oscena” (fu lui stesso a definirla così) di Plant, sulla maestria strumentale di Jones.

Difficile, per il pubblico quasi tramortito di quegli avventurosi primi anni settanta non considerarli degli dei: pensate alle “doppie chitarre” di Page, ai lunghi capelli biondi-oro di Plant in tutto quel delirio di suono, una specie di sabba allucinato e denso di furore, ed il gioco è fatto.

In un quadro del genere, solo gli ingenui possono stupirsi del fatto che i Led Zeppelin abbiano venduto fino ad oggi qualcosa come 300 milioni di dischi, oppure dell’aura leggendaria che ha avvolto il loro ‘Celebration Day’, ossia il comeback (mai ripetuto) del 2007 dei 20 milioni di disperati che non ebbero il biglietto d’ingresso.

Ovvio che una cosa del genere non potesse durare: ritorni più o meno improvvisati a parte (tipo il Live Aid del 1985 con Phil Collins alla batteria), la parola fine venne scritta nel 1980. Poco prima di quello che doveva essere l’ennesimo poderoso tour negli Usa, John Bonham si presentò alle prove completamente ubriaco. La mattina dopo, il 25 settembre 1980, fu trovato morto soffocato dal proprio vomito.

Poco più di due mesi dopo, il 4 dicembre, gli altri tre del gruppo diffusero un comunicato: “Non possiamo più continuare come eravamo”. I Led Zeppelin da quel momento cessarono di esistere ufficialmente: i ‘ladri di blues’ avevano dovuto pagare il loro debito alla storia.

 


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