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Intervista al prof. Ing. Giovanni De Feo docente di Ecologia Industriale

Cronaca

Abbiamo intervistato il Prof. Giovanni De Feo. Professore associato di Ingegneria Sanitaria-Ambientale, attualmente insegna Ecologia Industriale presso il Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Chimica e Ingegneria gestionale della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Salerno.

È componente del Collegio Docenti del Dottorato di Ricerca Innovative Engineering Technologies for Industrial Sustainability – IETIS presso l’Università degli Studi di Salerno.

Laureato con lode in Ingegneria civile presso l’Università degli Studi di Salerno, Dottore di Ricerca in Ingegneria civile per l’ambiente e il territorio, già assegnista di ricerca come “Esperto del settore dell’impatto ambientale delle opere di ingegneria sanitaria”. Ha svolto attività didattica per i corsi di Fenomeni di Inquinamento e Controllo della Qualità Ambientale, Sistemi di Gestione Ambientale, Procedure di Valutazione Ambientale, Valutazione di Impatto Ambientale, Elementi di Impatto Ambientale, Impianti di trattamento delle acque reflue, Smaltimento e Trattamento dei Rifiuti Solidi, Impatto delle Opere di Ingegneria Civile, Bonifica dei Siti Contaminati, Gestione dei servizi pubblici, Ingegneria Sanitaria Ambientale, Impatto delle Opere di Ingegneria Sanitaria e Discipline Giuridiche delle Attività Tecnico-Ingegneristiche. Relatore, correlatore e tutor in circa 350 tesi di laurea, dal 2004 al 2012 è stato responsabile della Commissione “Tirocini” dell’Area Didattica di Ingegneria Civile e Ambientale della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Salerno.

Da giugno 2017, è responsabile del tavolo tematico “Rifiuti” del Gruppo di Lavoro per la “Sostenibilità di ateneo” dell’Università di Salerno. Da novembre 2017, rappresenta l’Università di Salerno nel Gruppo di Lavoro “Rifiuti” della RUS – Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile.

Svolge la sua attività di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale (DIIn) con riferimento alle seguenti tematiche principali: Life Cycle Assessment (LCA); gestione, trattamento e smaltimento dei rifiuti solidi; gestione, trattamento e smaltimento delle acque reflue.

È Editor della rivista “Water, Science and Technology: Water Supply”. É component dell’Editorial Board delle riviste Sustainability, Recycling, Energy and Environment Research, Environment and Pollution, International Journal of Environmental Protection, Academica Science Journal – Economica Series, Ingegneria dell’Ambiente (IDA).

Svolge attività di referee per più di quaranta riviste internazionali. Fa parte del comitato scientifico di Ingenio. Ha partecipato in qualità di relatore a numerosi Seminari, Convegni, Master e Corsi di aggiornamento. È autore e coautore di più di 180 pubblicazioni tecnico-scientifiche e monografie.

È ideatore e promotore del progetto di educazione ambientale Greenopoli che da dicembre 2014 a giugno 2018 ha coinvolto circa 300 scuole e circa cinquantamila studenti. Nel 2017 è stato premiato al Caselle Film Festival. Nel 2018 ha ricevuto i premi Vesuvio Verde, Anfiteatro d’argento, Premio Internazionale Prata, Premio Ambientalista dell’Anno – Luisa Minazzi. A maggio 2018 è stato nominato Socio Onorario dell’Associazione Italiana di Scienze Ambientali – AISA. Nel 2019 ha vinto i premi Pabulum e “Eccellenza per i giovani campani 2019”.

Professore, Lei è una persona molto nota, preparata e stimata nel settore ambientale. Quando e come nasce la Sua passione?

La mia passione per l’ambiente è sbocciata ai tempi della scuola elementare quando trascorrevo la maggior parte del tempo libero in campagna da mio padre e mio nonno, e nei boschi dell’Irpinia a fare scorribande insieme ai miei compagni di avventura. Ci piaceva salire sino in cima alle nostre montagne per poi scendere a scavezzacollo dentro ai valloni, non di rado pieni di rifiuti… Spesso ci imbattevamo in cumuli di rifiuti speciali – all’epoca non li avrei chiamati così – e medicinali abbandonati nel greto degli affluenti del fiume Sabato, il mio fiume. Ancora oggi vivo nell’Alta Valle del fiume Sabato, a metà strada tra la cima del monte Terminio e del Monte Partenio con il suo straordinario Santuario di Monte Vergine e il suo storico osservatorio meteorologico. Chi vive in posti così “green” non può restare impassibile di fronte alla bellezza della Natura e allo stridente contrasto dei miseri compartimenti dell’uomo…

 

Lei è docente all’Università di Salerno. Si immagini però di insegnare in una scuola elementare: come spiegherebbe l’importanza della raccolta differenziata e del recupero dei rifiuti?

Lo farei – dovrei meglio dire: lo faccio! – con il metodo Greenopoli, il mio progetto di educazione e divulgazione ambientale che ha preso le mosse nel 2006. Con il metodo Greenopoli, il ruolo del formatore muta per assumere le funzioni di “moderatore”, che prima fa discutere e ragionare gli allievi e poi, a opportuni intervalli, interviene per sostenere e rilanciare la discussione o introdurre nuovi concetti. Il tutto diventa più facile se ci si propone con entusiasmo, simpatia e spontaneità, lasciando trasparire tutta la passione per l’argomento che si sta discutendo. Il comunicatore deve evitare di porsi su un piedistallo (anche in senso fisico!) e, per fare questo, deve stare al livello dei suoi interlocutori, deve essere il più desideroso e curioso di apprendere cose nuove, divenendo allievo tra gli allievi. Al di là di tecniche più o meno sofisticate, immedesimarsi in chi ci sta di fronte è il punto di partenza obbligato per una comunicazione che vuole essere veramente efficace in una scuola che vuole preparare i propri allievi al “saper essere”, ancor prima che al “saper fare” e al sapere nozionistico fine a sé stesso. I principali strumenti del “metodo Greenopoli”, quindi, sono la condivisione, il dialogo, il ragionamento, l’entusiasmo, la simpatia, la spontaneità, un po’ di comicità e i green rap! L’idea della comunicazione ambientale tramite i rap, attività che è stata ribattezzata come “green rapping”, è nata quasi per caso, su sollecitazione di alcuni studenti delle scuole secondarie di primo grado di Pagani, in provincia di Salerno.

L’Italia ha da poco recepito il Pacchetto Economia Circolare. È la volta buona per passare definitivamente da un’Economia lineare ad un’Economia Circolare?

Io credo alle rivoluzioni culturali lente e consapevoli. Per cominciare, io preferirei che si parlasse di un’economia “quasi” circolare, perché la circolarità piena è un concetto utopistico, che cozza con il “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma” e le trasformazioni, purtroppo, non sono a costo zero. Anzi, spesso, si prendono molti “abbagli” nel voler idealizzare certi concetti, come la biodegradabilità e la riciclabilità. Infatti, molti, erroneamente ritengono che un prodotto biodegradabile e le attività di riciclo siano ad “impatto zero”. Molti, anzi moltissimi, ritengono che un imballaggio in vetro monouso avviato al riciclo sia meno impattante rispetto a una bottiglia di PET egualmente avviata al riciclo. Questo perché non si considerano gli impatti dell’intero ciclo di vita del prodotto e ci si concentra solo su alcuni aspetti. Ci vuole un modo nuovo e diverso di guardare la sostenibilità e l’economia quasi circolare. Uno strumento molto utile al riguardo è proprio la Life Cycle Assessment, nota con il suo acronimo LCA e con il suo approccio filosofico declinato come Life Cycle Thinking (LCT).

Il sud soffre per la carenza di impianti. Come si può colmare questo gap con il nord? Questa differenza incide sulla TARI? La grande movimentazione di camion verso il nord produce un inquinamento significativo?

Il Sud soffre di tante cose e, purtroppo, anche di un’annosa carenza impiantistica per la gestione sia dei rifiuti urbani sia dei rifiuti speciali. A quest’ultimo proposito, si pensi che la “mia Campania” è l’unica regione d’Italia priva di discariche per rifiuti speciali e, come altre regioni, ha una capacità residua di volumi di discarica per rifiuti non pericolosi in rapido e prossimo esaurimento… come la nostra pazienza! Il divario si può colmare solo realizzando gli impianti, altrimenti, come vado ripetendo spesso, non ci resteranno che i rimpianti per quello che avremmo potuto e dovuto fare e che non abbiamo fatto. Servono impianti sia per gli speciali che per gli urbani, per i quali si deve puntare decisamente sugli impianti combinati anaerobici/aerobici per il trattamento della frazione organica per giungere alla produzione di biometano e di ammendante compostato misto dal post-compostaggio del digestato. Il tutto, ovviamente, va fatto secondo le più moderne tecnologie, progettando non solo gli impianti ma anche la gestione e il monitoraggio, avvalendosi delle eccellenze che abbiamo in Italia, come, per citarne una, il Consorzio Italiano Compostatori (CIC). Il trasporto fuori regione determina un extra-costo e un extra-inquinamento che ricade letteralmente sulle spalle dei cittadini. Ad esempio, dall’ultimo rapporto rifiuti dell’Ispra è emerso che la Campania, nel 2019, ha esportato 424.597 tonnellate di frazione organica soprattutto verso il Veneto, la Lombardia e il Friuli-Venezia Giulia. Il trasporto fuori regione ha generato non meno di 25 milioni di chilogrammi di anidride carbonica con i conseguenti danni ambientali in termini di riscaldamento globale, senza contare le emissioni di polveri, gli ossidi di azoto, etc. L’extra costo dovuto al trasporto e smaltimento fuori regione è quantificabile in circa 60 milioni di euro letteralmente mandati in fumo ai quali si devono sommare altri 15 milioni circa dovuti alla multa europea di 40.000 euro/giorno per la grave carenza in regione di impianti per l’umido. Ogni giorno che passa senza impianti, quindi, per la Campania sono più di 200 mila euro bruciati!

Lei è autore e co-autore di numerosi volumi e pubblicazioni. Nei miei studi ho trovato molto utili e interessanti due suoi volumi: “Acque reflue. Progettazione e gestione di impianti per il trattamento e lo smaltimento” e “Rifiuti solidi. Progettazione e gestione di impianti per il trattamento e lo smaltimento”. Ad un giovane che vuole avvicinarsi al mondo dei rifiuti cosa si sente di consigliare? Quali percorsi di studi dovrebbe intraprendere?

Ho avuto la fortuna di insegnare la gestione dei rifiuti in diversi corsi di laurea. Ho cominciato a ingegneria civile, poi a ingegneria ambientale, quindi sono passato agli allievi di scienze ambientali, per finire ad ingegneria industriale – dove insegno attualmente – con gli allievi dei corsi di laurea magistrale in ingegneria chimica, ingegneria gestionale e ingegneria meccanica. Ho cercato sempre di adattare la materia alle specificità dei corsi di studio e, quindi, provando a cambiare io, ma ho anche provato ad apportare qualche cambiamento. Devo dire che ho sempre trovato grande riscontro da parte degli studenti per l’argomento e ancora oggi il tema della gestione dei rifiuti è gettonatissimo per l’argomento della tesi di laurea. Ovviamente, a suo tempo, mi sono laureato con una tesi sulla gestione dei rifiuti, con particolare riferimento al recupero degli scarti di pulper derivanti dal processo di riciclo della carta e del cartone.

Nel 1972 con il Progetto Speciale n.3 per il disinquinamento del Golfo di Napoli fu programmata la costruzione degli impianti di depurazione. L’inquinamento marino nel meridione spesso è causato dal cattivo funzionamento degli impianti di depurazione dei reflui urbani. Ritiene che la depurazione in Campania sia efficiente o migliorabile? Quali interventi dovrebbero essere intrapresi? È auspicabile la costruzione di nuovi impianti di depurazione? Come si può affrontare il problema delle abitazioni non allacciate alla rete fognaria o delle abitazioni abusive che scaricano tal quale a mare?

Il problema della depurazione delle acque reflue in Campania oggettivamente esiste anche se tante cose sono state fatte e tanta acqua è stata depurata anche con i depuratori del progetto PS3. Il problema dei problemi è la gestione dei fanghi di depurazione. È quanto mai emblematico il detto noto tra i gestori degli impianti di depurazione secondo il quale sebbene i fanghi siano solo un centesimo rispetto alle acque reflue che arrivano in impianto, essi sono fonte di più del cinquanta per cento dei grattacapi del gestore. Purtroppo, ho visto troppi digestori anaerobici usati come volumi di stoccaggio per i fanghi invece di svolgere la propria funzione e, quindi, produrre biogas. Anche su questo tema, quindi, il problema non è solo progettare nuovi impianti ma progettare anche la gestione altrimenti si corre il rischio di realizzare grosse e costose infrastrutture, munite delle più moderne tecnologie, ma caratterizzate da ingenti costi di gestione soprattutto in termini di manutenzione. Per le abitazioni non ancora allacciate alla rete fognaria, si può fare ricorso ai tanti sistemi depurativi disponibili in commercio, che si rifanno alle vasche Imhoff, laddove possibile in abbinamento a sistemi di fitodepurazione come affinamento e disinfezione. Per gli scarichi abusivi occorre fare come per la raccolta differenziata: informazione e sensibilizzazione in abbinamento a controlli e sanzioni. Non ci sono alternative.

L’opera di rimozione delle ecoballe è ormai stata avviata, sono in costruzione gli impianti per l’umido, la raccolta differenziata segna un seppur lento ma costante aumento, i cittadini sono più sensibili ai temi ambientali, il termovalorizzatore di Acerra continua a lavorare in modo efficiente. Cosa risponde a chi ha auspicato e auspica che si costruisca un termovalorizzatore per ogni provincia?

Il piano sulla rimozione delle ecoballe è un po’ in ritardo rispetto alla pianificazione regionale, sebbene – val la pena sottolinearlo – non si tratta di un’impresa facile. Occorre con altrettanta chiarezza ribadire l’eccezionalità e l’assurdità della situazione che le ha generate. Basti ricordare che le prime sono state prodotte nel 2001, con i primi impianti di trattamento meccanico biologico entrati in funzione, e si continuato a stoccarle fino all’avvio dell’impianto di recupero energetico di Acerra avvenuto nel marzo del 2009. Costruire oggi in Campania un inceneritore (con recupero energetico) per ogni provincia non ha alcun senso. Intanto, però, da Bruxelles continuano a dire che abbiamo carenza in termini di incenerimento e continuano a farci pagare la specifica sanzione di 40.000 euro/d proprio sul trattamento termico. D’altro canto, stiamo continuando a mandare fuori nazione (Spagna, Portogallo e Germania) quantità di indifferenziato che Acerra non è in grado di trattare. È chiaro che la soluzione più ecosostenibile per le ecoballe era quella di realizzare un impianto di trattamento termico dedicato. Non era del tutto fuori luogo l’ipotesi di realizzare una quarta linea ad Acerra per arrivare ad una potenzialità di un milione di tonnellate l’anno rispetto alle attuali 750.000. 

Negli ultimi anni alcune ferite ambientali sono state rimarginate: la discarica RESIT di Giugliano è diventata un parco, San Giuseppiello è stato bonificato grazie ad un mix di pioppi e batteri, altre opere di bonifica sono partite. Possiamo dire ai cittadini campani di aver cominciato a tracciare la strada giusta per ridare dignità alla regione Campania e non essere mai più etichettati come la Terra dei Fuochi?

Passi in avanti ne sono stati sicuramente fatti, ma siamo ancora molto lontani dall’uscire da una palude nella quale nuotano tanti coccodrilli grandi e piccoli ai quali lo status quo fa comodo…

Ritiene che in Campania sia necessaria la costruzione di una o più discariche di servizio?

Come diceva innanzi, in Campania occorrono discariche per rifiuti speciali, per rifiuti non pericolosi, ma anche per rifiuti inerti. Ogni provincia ne dovrebbe essere dotata.

Il rapporto Ecomafia 2020 di Legambiente ha evidenziato come gli ecocriminali, anche in periodo di pandemia, sono particolarmente attivi e l’aumento dei rifiuti sanitari legati all’emergenza ha creato nuove opportunità di business. Le soluzioni ci sono: la Legge sugli Ecoreati, la n. 68 del 2015, ha dimostrato che lo Stato può combattere efficacemente i fenomeni ecomafiosi. Ritiene che sarebbe necessaria una maggiore partecipazione da parte dei cittadini per contrastare il fenomeno ecomafioso?

La partecipazione informata e attiva dei cittadini è il deterrente più potente contro le derive sociali e, quindi, anche nel caso delle ecomafie è lo stesso.

Spieghi ai lettori come gestire correttamente i rifiuti sanitari, mascherine, guanti ecc.

Io li inviterei a farsi un giro sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità per non semplificare e banalizzare e soprattutto per non appesantirli ulteriormente vista la non usuale lunghezza dell’intervista.

L’UE si è posta al 2030 di ridurre del 60% le emissioni di CO2. Crede che l’Italia sarà in grado di conseguire gli obiettivi europei?

Dipende da noi!

Intervista realizzata da Adriano Pistilli


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