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Il Covid 19 e la libertà di stampa

Politica

di Avv. Giovanna Barca

Le Avvocate Italiane 

Il 28 dicembre un tribunale di Shanghai, in Cina, ha condannato a 4 anni di carcere Zhang Zhan, una giornalista cinese, ex avvocata, di 37 anni, che aveva documentato l’inizio della pandemia da coronavirus a Wuhan, la città dove a dicembre dell’anno scorso erano stati registrati i primi contagi. La giornalista è stata accusata di “aver provocato litigi e problemi”, per avere diffuso testimonianze dirette, attraverso i suoi profili social su WeChat, Twitter e You Tube, della gestione della crisi pandemica molto peggiore di quella che, al contrario, veniva raccontata ufficialmente dal governo cinese.

La giornalista, infatti, aveva documentato l’affollamento di un ospedale con i corridoi pieni di letti, con un numero di vittime maggiore di quello che veniva reso pubblico dalle fonti giornalistiche ufficiali, facendosi portavoce delle famiglie delle vittime che chiedevano al governo maggiore responsabilità. Aveva denunciato, altresì, la scomparsa di altri giornalisti indipendenti che a Wuhan facevano un lavoro simile al suo: Li Zehua, Chen Qiushi e Fang Bin. Dei primi due si sono avute notizie (uno è costretto in quarantena, l’altro è a casa sotto la supervisione del governo), del terzo ancora non si sa niente.

Solamente nel mese di settembre è stato concesso per la prima volta a uno dei suoi avvocati di andare a farle visita. L’avvocato ha raccontato di averla trovata in condizioni di salute preoccupanti e dopo la sua condanna, ha rilasciato delle interviste secondo le quali dichiara di voler fare appello alla sentenza di condanna, sostenendo che Zhang è stata perseguitata per avere esercitato la sua libertà di parola.

Secondo l’organizzazione francese Reporters sans frontieres, quello della giornalista cinese Zhang è un destino condiviso  con  almeno  altri  387  giornalisti  in  tutto  il  mondo.  “Quasi 400 giornalisti trascorreranno le vacanze dietro le sbarre, lontano dalle proprie famiglie e in condizioni di detenzione che a volte mettono in pericolo la loro vita”, scrive Christophe Deloire, segretario generale di RSF.

I numeri diffusi nel rapporto annuale 2020 dell’associazione per la libertà di stampa, pubblicato a dicembre, confermano un trend in aumento dal 2015, con un incremento di giornalisti         detenuti         del          17          percento          in          cinque          anni.   Il triste primato, secondo RSF, lo detiene proprio la Cina, con 117 giornalisti attualmente in stato di detenzione.

Secondo il rapporto il numero di arresti si è quadruplicato tra i mesi di marzo e maggio 2020, all’inizio della diffusione del virus nel mondo.

In Asia si è registrato il più alto numero di giornalisti privati della libertà per aver trattato argomenti                               legati             al             Covid-19,             ben             65             su             135.

La pandemia, dunque, si è trasformata in un’occasione per reprimere ogni forma di libera informazione e dissenso interno, anche in altre aree del mondo, come in Medio Oriente. Attualmente, sono quasi 80 i giornalisti detenuti tra Arabia Saudita, Siria e Iran.

Nella Repubblica Islamica quest’anno sono stati arrestati almeno una decina di reporter e due di loro si trovano ancora in carcere per aver raccontato la realtà della situazione sanitaria nel Paese.

La libertà di stampa rappresenta una condizione essenziale per la sopravvivenza di una società democratica. Laddove questa risulti compromessa, ad essere in pericolo sono i diritti umani più basilari.

A giocare, quindi, un ruolo centrale nella protezione dei giornalisti che lavorano nel continente è la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che rappresenta di fatto l’ultimo baluardo di speranza della tutela della libertà di espressione e d’informazione per i media e i giornalisti di tutta Europa.

La Corte dei diritti dell’Uomo, infatti, con la recente sentenza del 6 ottobre 2020, si è espressa, ad esempio, nel caso Jecker contro Svizzera sulla libertà di stampa.

Nel suddetto caso, la ricorrente, giornalista svizzera, pubblicava un articolo, nel quale descriveva l’attività di uno spacciatore di sostanze stupefacenti, coinvolto in un redditizio traffico di cannabis e hashish da dieci anni. Le autorità nazionali aprivano un’indagine al fine di individuare l’autore dell’attività illecita descritta dalla giornalista. Nonostante quest’ultima avesse inizialmente rifiutato di rivelare l’identità della fonte, appellandosi alla libertà di espressione, i giudici nazionali non le avevano riconosciuto il diritto di astenersi dalla testimonianza. La Corte europea, ribadendo la sua consolidata giurisprudenza secondo cui la protezione delle fonti giornalistiche rappresenta uno dei cardini della libertà di stampa e un’ingerenza da parte delle pubbliche autorità può essere considerata compatibile con l’art. 10 Cedu solo se giustificata da un imperativo di interesse pubblico (§§ 30-32), rileva che, nel caso in esame, l’ingerenza era prevista dalla legge nazionale e giustificata dall’interesse alla prevenzione del crimine (§ 34).

Passando a valutare la necessità di tale ingerenza in una società democratica, ossia se l’ordine di rivelare la fonte giornalistica fosse proporzionato allo scopo legittimo perseguito, la Corte sottolinea che non è sufficiente sostenere, da parte delle autorità nazionali, che in assenza di tale informazione l’indagine penale non potrebbe proseguire, dovendo tenersi in considerazione anche la gravità dei reati che vengono in rilievo (§ 38). I giudici nazionali, invece, avevano effettuato tale valutazione limitandosi a tenere in considerazione la scelta astratta del legislatore di inserire il reato in questione (cessione di sostanze stupefacenti classificabili come droghe leggere) all’interno del catalogo delle eccezioni al diritto alla protezione delle fonti giornalistiche previsto dalla normativa nazionale (§ 39). Secondo la Corte, avrebbe dovuto essere attribuita maggiore rilevanza alla tutela di contro-interessi che ostavano alla rivelazione della fonte, segnatamente il notevole interesse pubblico suscitato dall’articolo (ossia la notizia che un trafficante di droga era attivo da anni senza essere scoperto); il rischio per la reputazione del giornale di fronte a potenziali fonti future; nonché l’interesse della collettività a ricevere informazioni impartite tramite fonti anonime (§ 40).

Alla luce di tali considerazioni, la Corte ha ritenuto che i tribunali nazionali non avessero dimostrato che l’obbligo di riferire le fonti corrispondesse a un “bisogno sociale urgente” e che, pertanto, l’ingerenza nell’esercizio della libertà di espressione della ricorrente risultasse necessaria in una società democratica.

Pronunciandosi anche su un caso “italiano”,Magosso-Brindiani, in cui si discuteva della legittimità della condanna per il reato di diffamazione, inflitta a due giornalisti del settimanale “Gente”, per aver pubblicato a distanza di 25 anni dalla morte, un articolo ritenuto diffamatorio riguardante le oscure vicende dell’assassinio del giornalista Walter Tobagi, avvenuto nel 1980, la Corte di Strasburgo ha ritenuto, all’unanimità (sentenza 16 gennaio 2020 n. 59347/11), che vi fosse stata la violazione dell’ art. 10 della Convenzione EDU.

Il caso riguardava la condanna per diffamazione di due soggetti, il giornalista ed il direttore editoriale del settimanale “Gente”, a seguito della pubblicazione di un articolo sull’omicidio nel 1980 del giornalista Walter Tobagi, assassinato da un gruppo terroristico vicino alle Brigate Rosse. Per quanto riguarda le notizie raccolte basate su interviste, la Corte EDU ha ribadito la sua precedente giurisprudenza, che impone la necessità di fare una distinzione tra le dichiarazioni del giornalista e quelle fatte da terzi e riportate in un articolo. Nel caso di specie, la Corte di Strasburgo ha rilevato che i giudici italiani non avevano differenziato tra le dichiarazioni del primo ricorrente e quelle rese da D.C., ossia la fonte delle dichiarazioni del giornalista, fonte che era stata citata nell’articolo. La Corte ha anche osservato che i due

ricorrenti avevano prodotto un numero assai elevato di documenti e prove sostanziali dei fatti che consentivano di considerare la versione dei fatti, presentata nell’articolo, credibile e fondata su una solida base fattuale. La Corte EDU ha anche rilevato che le dichiarazioni “incriminate” erano relative ad eventi risalenti alla fine del 1979 e che l’articolo era stato pubblicato 25 anni più tardi, nel 2004. In conclusione, la Corte di Strasburgo ha ritenuto che i giudici italiani, accertando che le osservazioni di D.C. non erano veritiere ed erano contrarie alla “verità per come stabilita dai tribunali in ultima istanza”, non avevano fornito motivi pertinenti e sufficienti per valutare le informazioni fornite dai due ricorrenti.

Le numerose minacce che alimentano l’insicurezza nei giornalisti in Europa stanno ugualmente minando la democrazia, e gli Stati membri hanno il dovere di rafforzare la protezione dei giornalisti, porre fine all’impunità per i crimini commessi contro di loro, migliorare la legislazione e cambiare l’atteggiamento ostile di numerosi politici nei confronti della stampa.

In alcuni Paesi, come la Cina, dove non vi sono organi preposti alla tutela dei diritti umani, il Covid-19 ha reso sempre più evidente e amplificato le situazioni di crisi che minacciano la libertà di stampa: su questo non si può tacere …


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