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Addio 2020, l’anno più brutto

Cronaca

ABBIAMO VISSUTO DODICI MESI SOTTO L’OMBRA TENEBROSA DI UN “NEMICO INVISIBILE”

di Alessandro Logroscino

ROMA. Un anno da sopravvissuti, per chi ce l’ha fatta. Un anno in cui il battito del mondo è parso a tratti rallentare, fin quasi a fermarsi. Il saluto del pianeta al 2020 è un addio a 12 mesi nei quali le vicende umane si sono susseguite e le notizie non sono mancate, come sempre; ma – in tutti i continenti – sotto l’ombra compatta e tenebrosa di “un nemico invisibile”: il Covid. Parola ignota ai vocabolari di qualunque lingua ancora nel 2019 e oggi ripetuta con gli accenti di tutti gli idiomi come una maledizione.

E’ il 4 gennaio, si è appena finito di far festa per il nuovo anno, quando l’ANSA batte in poche righe questa notizia: “Le autorità cinesi hanno avviato un’indagine sulla diffusione di una misteriosa polmonite di natura virale con decine di persone colpite nella città di Wuhan, nel centro della Cina. Online si sono diffusi timori che il virus possa essere legato alla Sars, che fra il 2002 e il 2003 causò la morte di 700 persone. La polizia di Wuhan ha fatto sapere che otto persone sono state sanzionate per la diffusione di false informazioni via Internet”. Se ne sa ancora poco, ma in filigrana ci sono già tutti gli elementi della bufera. Di un incubo in procinto di diventare – da semplice epidemia – pandemia globale. “La prima mai generata da un coronavirus”, come dichiarerà drammaticamente e in forma ufficiale l’11 marzo il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus: tragedia senza precedenti nel mondo moderno, segnata da un contatore di morte che tuttora non si è fermato. Le prime istantanee di quello che si sta preparando appaiono ancora remote in Europa, a gennaio: sono le immagini dei volti coperti dalle mascherine, dei luoghi pubblici svuotati dai lockdown (altro termine destinato a dilagare nell’uso comune), degli operatori sanitari o dei servizi di emergenza sfiancati e bardati come di fronte a una guerra biologica che rimbalzano inizialmente da Wuhan, dalla Cina, dove dietro le precauzioni dell’isolamento sociale di massa si materializza un capillare apparato di sicurezza. Ma ben presto le stesse visioni diventano familiari dappertutto sul pianeta. E l’Italia si ritrova a fare i conti con una prima ondata di casi che precede quella degli altri Paesi europei: a partire dai focolai che al principio si concentrano soprattutto in Lombardia.

Tra i clic che restano nella memoria di quei giorni di sgomento non può mancare l’atroce processione di bare allineate sui cassoni di una fila di camion militari a Bergamo. O il viso disfatto dalla fatica e dal dolore di una delle infermiere travolte dall’emergenza fra i reparti di terapia intensiva. Flash di una battaglia combattuta da tanti con coraggio, compresa la gente comune che quel coraggio cerca di darselo cantando dai balconi nelle prime settimane di confinamento in casa; ma che lascia sul terreno vittime e ancora vittime a ogni latitudine, col trascorrere dei mesi. Ci sono i morti in camice bianco, caduti nelle corsie degli ospedali e riscoperti forse tardivamente come “eroi”; e i tanti nonni spirati in solitudine, falciati da un virus che colpisce soprattutto (non solo) i più vecchi e vulnerabili. Universale si staglia poi il profilo di papa Francesco, in piedi in una piazza San Pietro deserta, lustra di pioggia e coperta da nuvole plumbee, a implorare l’Altissimo che ci liberi dal male. Momento profetico, capace di scuotere tutti o quasi tutti – chi crede, chi non crede, chi non sa – nel dubbio e nello sconforto dell’incertezza. Come se si fosse tornati ai secoli della morte nera, ai simboli di luoghi quali la Madonna della Salute, imponente basilica bianca innalzata dai veneziani a mo’ di ex voto dopo la peste del 1630. Poi, certo, sarebbe giunto pure il racconto della sfida della scienza al Covid-19, dei laboratori dove stanno nascendo i vaccini che – si spera – sapranno sconfiggerlo.

Troppo tardi per chi si è arreso lungo la strada. Nomi noti e non, dallo scrittore cileno Luis Sepulveda in avanti, in un 2020 nel quale l’umanità perde anche altre icone per ragioni diverse dalla pandemia. Diego Armando Maradona su tutti, genio sovrumano del football (genio e sregolatezza, come quasi sempre quando si ha a che fare con i talenti assoluti), pianto a fine anno nella natia Argentina, a Napoli, patria adottiva, e da chiunque sia stato in grado di apprezzarne in giro per il mondo l’arte irrefrenabile. O ancora, in Italia, Paolo Rossi, Pablito, simbolo del trionfo azzurro ai mondiali dell’82, che con i suoi gol e il suo sorriso fece ballare per un’estate un’intera nazione reduce dai cupi anni di piombo. E senza dimenticare, fra i protagonisti del mondo di celluloide, l’addio al più celebre degli 007, l’highlander scozzese Sean Connery, James Bond cinematografico per antonomasia, uscito di scena a 90 anni. Quanto alla politica, a suggellare l’anno è senza dubbio la fine della presidenza di un solo mandato negli Usa, breve quanto tumultuosa, del magnate repubblicano Donald Trump. E la contestata elezione al suo posto del democratico Joe Biden, 78enne veterano dell’establishment a cui mezza America e tanta parte del mondo affidano adesso speranze di cambiamento – o solo di quiete – dopo una corsa alla Casa Bianca mai così divisiva per un Paese già scosso nei mesi precedenti dalle proteste del movimento anti razzista Black Lives Matter, sull’onda dell’uccisione dell’afroamericano George Floyd, ennesima vittima della polizia: con record storico di voti in cifra assoluta per il vincitore (affiancato per la prima volta da una vicepresidente donna e non bianca, Kamala Harris), ma anche per lo sconfitto.

Una svolta destinata a riverberarsi certo sul futuro dell’affannata superpotenza d’oltreoceano e del globo nel 2021: anno in cui “nulla sarà più come prima”, non si fa che ripetere fra paure e auspici, come in un mantra. Sempre che ad avverarsi non sia invece, una volta di più, l’amaro vaticinio del Gattopardo.


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