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“Casa sul mare” di Montale, anatomia di un’emozione che s’infinita

Arte, Cultura & Società

di Stefania Romito

Il viaggio finisce qui, nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido. Il poeta è giunto, attraverso il suo viaggio della vita, a un punto significativo. Le normali difficoltà finiscono per impedire ogni manifestazione vitale. Costretta ad agire e a reagire alle soddisfazioni concrete e necessarie dell’esistenza, la sua anima (in cui sono presenti le aspirazioni più profonde) non riesce più nemmeno a dare un grido. È sommersa dalla quotidianità.

I giri di ruota della pompa. Un giro: un salir d’acqua che rimbomba. Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. Il movimento della pompa è quello monotono del tempo. Un tempo inteso cronologicamente, scandito da un meccanismo privo di durata. Quella durata che Bergson assegnava ai momenti significativi dell’esistenza. Questi sono momenti privi di durata che si ripetono sempre uguali.

Il mare che viene e che va, l’onda che spinge poi si ritrae, sembra tentare la spiaggia, pare dirle “vieni con me”, sembra illuderla della possibilità di un’altra esistenza. Il viaggio finisce a questa spiaggia, che tentano gli assidui e lenti flussi.  La marina è immobile, è solo tramata di conche, di segni leggeri del vento. È chiusa da un’atmosfera cupa. Il paesaggio è oscuro. Non c’è serenità. 

Tu chiedi se così tutto vanisce, in questa poca nebbia di memorie.

Un “Tu” imprecisato, non ha un volto preciso. Anche il poeta è il solito individuo che fatica a muoversi in questa nebbia di memorie. In questa esistenza che appare poco apprezzabile e confusa. “Tu” chiede che tutto si risolva in questo mondo amaramente delineato e in questa ora che torpe e nel sospiro del frangente si compie ogni destino. Non c’è salvezza per nessuno, se tutto sembra compiersi nel giro di ruota della pompa.

Il poeta sa che la vita non è soltanto questa ripetizione. Per la sua ascoltatrice si avvicina il momento in cui potrà passare al di là dal tempo. In questo tempo ripetitivo, monotono potrà addirittura “infinitarsi“. Vorrei dirti che no, che ti s’appressa l’ora che passerai di là dal tempo; forse solo chi vuole s’infinita, e questo tu potrai, chissà, non io. 

Per i più la vita si risolve in questo giro sempre uguale della pompa, ma forse bisogna “infinitarsi”, forse si potrà accedere a questa ulteriore dimensione. A qualcuno è offerta la possibilità di sovvertire ogni disegno, di passare il varco, la maglia rotta nella rete, il passaggio ad un’altra orbita. Il riuscire a superare la muraglia, trovarsi nella vita vera.

È  una sorta di dichiarazione filosofica da parte del poeta, una sua personale concezione dell’esistenza. Per i più non c’è salvezza, la speranza è labile, affinché “Tu” possa cogliere questa possibilità, ti dono anche l’avara mia speranza. Il poeta offre la rinuncia alla propria speranza affinché si compia la speranza dell’altro: “l’avara speranza”. Offre questa possibilità perché il crudele destino possa assolvere almeno la sua interlocutrice. Il cammino finisce a queste prode che rode la marea col moto alterno. Ritorna l’insistenza sulla ripetizione delle cose in cui si annullano le speranze del cuore. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno, perché forse è già lontano, perché forse il suo sacrificio l’ha aiutata a saltare al di là della muraglia. A uscire dalla rete e a proiettarsi in un’altra dimensione, di infinito, di eterno.

s.romito@corrierepl.it

redazione@corrierenazionale.net


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