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Brexit: tutte le bugie di Boris Johnson (e dei suoi ministri) sull’accordo commerciale con l’Ue

Estero

 

Il premier britannico Boris Johnson non è stato del tutto onesto con i suoi concittadini   –   Diritti d’autore  Euronews

Dopo avere assunto la carica di primo ministro Johnson aveva garantito che il Regno Unito avrebbe lasciato l’Ue alla fine di ottobre 2019, “senza se e senza ma”. Ma in seguito è stato costretto a chiedere più tempo per negoziare a Bruxelles e la Brexit si è concretizzata nel gennaio 2020.

Durante la campagna elettorale del 2019 il premier disse di avere un accordo commerciale con l’Ue “pronto a partire”. L’aspra bagarre nei negoziati per tutto il 2020 ha dimostrato che l’accordo conquistato con fatica era tutt’altro che definito, anche se i suoi sostenitori insistono sul fatto che il premier si riferisse non all’accordo commerciale sui rapporti post-Brexit, ma a quello di recesso che ha sancito il divorzio tra Londra e Bruxelles.

Più di recente Johnson e i suoi ministri hanno continuato a fare affermazioni discutibili sulla Brexit, in particolare in relazione all’accordo commerciale Ue-Regno Unito e sulle relazioni future siglato alla vigilia di Natale. Ne abbiamo raccolte nove.

1. Barriere non tariffarie al commercio
“Non ci saranno barriere non tariffarie al commercio” – Boris Johnson.

Questa affermazione, palesemente non veritiera, è stata fatta dal premier durante la conferenza stampa del 24 dicembre, il giorno in cui è stato annunciato l’accordo commerciale post-Brexit con l’Ue. Il testo della sua dichiarazione è sul sito del governo. Il primo ministro ha anche affermato che l’accordo “permetterà semmai alle nostre aziende e ai nostri esportatori di fare ancora più affari con i nostri amici europei”.

Quando gli è stato chiesto di entrare nei dettagli, Johnson ha citato la maggiore autonomia del Regno Unito per aiutare le proprie imprese, “pur non avendo barriere al commercio con l’Ue”. In realtà l’uscita volontaria del Regno Unito dal mercato unico e dall’unione doganale dell’Ue porta comporta una serie di barriere non tariffarie al commercio tra la Gran Bretagna e il continente. Il sito web del governo britannico descrive in dettaglio i numerosi cambiamenti per gli esportatori e gli importatori.

Alle frontiere tra Gran Bretagna e Unione europea ci saranno dichiarazioni doganali da compilare, norme di origine da sottoporre a controlli, ulteriori verifiche normative, controlli sanitari e altro ancora. Una settimana dopo l’errata affermazione di Johnson, il governo ha aggiornato la sua pagina sui requisiti commerciali dell’Ue: il documento è lungo più di 300 pagine.

Ci sono ulteriori barriere al commercio del Regno Unito con l’Ue: i cittadini del Regno Unito avranno bisogno di permessi per lavorare nei paesi del blocco europeo, mentre le loro qualifiche professionali potrebbero non essere automaticamente riconosciute a livello transfrontaliero.

2. Confine dell’Irlanda del Nord

“Non c’è un confine nel mare d’Irlanda” – Brandon Lewis, Segretario di Stato del Regno Unito per l’Irlanda del Nord.

Il ministro pro-Brexit ed ex presidente del Partito Conservatore lo ha scritto su Twitter il giorno di Capodanno, quando sono cominciati i controlli di frontiera sulle merci in transito tra Gran Bretagna e Irlanda del Nord.

Le procedure prevedono nuove verifiche e documenti aggiuntivi da compilare. La maggior parte delle merci che entrano in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna necessitano di una dichiarazione doganale, inoltre sono stati istituiti nuovi posti di controllo alle frontiere.

Queste misure sono il risultato dell’accordo di divorzio dell’Ue. Al fine di mantenere una frontiera aperta tra l’Irlanda del Nord (parte del Regno Unito) e la Repubblica d’Irlanda (membro dell’Ue) l’intesa prevede che Belfast resti allineata alle regole del mercato unico dell’Ue e la obbliga a seguire il codice doganale dell’Ue.

Il conseguente effetto sul commercio tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord – la questione del Mare d’Irlanda – è altrettanto sensibile dal punto di vista politico. Nell’autunno del 2019 Boris Johnson aveva erroneamente affermato che non ci sarebbero stati controlli doganali o normativi tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna in entrambe le direzioni, contrariamente a quanto previsto dall’accordo di divorzio che aveva appena concluso con l’Ue.

Nel maggio 2020 il governo britannico ha accettato che ci sarebbero state dichiarazioni doganali e controlli normativi sulle merci che si spostavano dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord.

3. Programma Erasmus+

“Non c’è alcuna minaccia per il programma Erasmus, continueremo a partecipare” – Boris Johnson.

Il primo ministro ha fatto questa categorica affermazione alla Camera dei Comuni nel gennaio 2020: “Gli studenti britannici continueranno a godere dei benefici degli scambi con i nostri amici e partner europei, così come potranno continuare a venire in questo Paese”.

Ma già subito dopo l’intesa sui rapporti post-Brexit raggiunta alla vigilia di Natale era stato confermato che il Regno Unito avrebbe lasciato il programma di scambio studentesco Erasmus+.

Il governo britannico ha descritto il costo come “troppo alto”, e prevede di istituire un nuovo programma di scambio con le università di tutto il mondo, non solo in Europa. Il suo programma sostitutivo – chiamato Turing, in omaggio al celebre matematico – dovrebbe essere lanciato nel settembre 2021.

4. Diritti di pesca

“Tra cinque anni e mezzo non ci sarà più alcun limite teorico, oltre a quelli posti dalla scienza, sulla quantità di pesce che potremo pescare nelle nostre acque” – Boris Johnson.

Anche questo commento del primo ministro è arrivato durante la conferenza stampa del 24 dicembre. “Grazie a questo accordo, saremo in grado di catturare e mangiare quantità piuttosto prodigiose di pesce”.

I cinue anni e mezzo corrispondono al periodo di transizione concordato sulla pesca, durante il quale l’accesso dell’Ue alle acque britanniche sarà ridotto di un quarto e le quote britanniche saranno aumentate.

A quel punto si svolgeranno negoziazioni annuali. Il Regno Unito potrà anche affermare di avere il controllo delle sue acque, ma secondo i termini dell’accordo Bruxelles avrà il potere di adottare misure di ritorsione se l’accesso alle acque britanniche venisse ridotto ulteriormente. E il Regno Unito, che vende la maggior parte del suo pesce nell’Ue, probabilmente continuerà ad avere bisogno del mercato europeo.

5. Servizi finanziari

“Soprattutto significa certezza per le imprese: dai servizi finanziari a…” – Boris Johnson.

Un’altra frase pronunciata nella ormai celebre conferenza stampa alla vigilia di Natale. Jonhson ha dichiarato che in base all’accordo ci sarebbe stata equivalenza tra le aziende britanniche che forniscono servizi finanziari e quelle europee.

I servizi finanziari però non sono mai stati inclusi nelle discussioni e non sono coperti dall’accordo: la questione sarà trattata a parte. È difficile quindi capire come l’accordo commerciale possa essere considerato una “certezza” per le imprese che operano nel settore.

Le imprese di servizi finanziari del Regno Unito hanno perso i “diritti di passaporto” che consentivano loro di vendere nell’Ue senza bisogno di ulteriori autorizzazioni. Dal primo gennaio dovranno invece rispettare i requisiti dei singoli Stati, o sperare in decisioni di “equivalenza”, in base alle quali l’Ue concederà unilateralmente l’approvazione al Regno Unito e alle sue società di servizi finanziari.

“L’accordo non include alcun elemento relativo ai quadri di equivalenza per i servizi finanziari”, ha confermato la Commissione europea, aggiungendo che Bruxelles chiederà chiarimenti sui piani del Regno Unito, in particolare sulle divergenze, e “prenderà in considerazione l’equivalenza quando saranno nell’interesse dell’Ue”.

I colloqui dovrebbero iniziare all’inizio del 2021. Si tratta di un settore di vitale importanza per il Regno Unito, dato che quasi la metà delle esportazioni del settore sono destinate all’Ue. Theresa May, predecessore di Johnson, ha espresso il suo disappunto per il mancato raggiungimento di un accordo sui servizi finanziari.

“Abbiamo un accordo commerciale che va a beneficio dell’Ue, ma non un accordo sui servizi che sarebbe andato a beneficio del Regno Unito”, ha detto l’ex primo ministro.

6. Cooperazione in materia di sicurezza

“Per quanto riguarda la cooperazione in materia di sicurezza e di polizia, sono assolutamente fiducioso che questo sia un accordo che protegge la nostra capacità di catturare i criminali e di condividere l’intelligence in tutto il continente europeo come abbiamo fatto per molti anni” – Boris Johnson.

“Significa che entrambe le parti hanno strumenti efficaci per affrontare i crimini gravi e il terrorismo, proteggere il pubblico e consegnare i criminali alla giustizia. Ma coglieremo anche questa storica opportunità per rendere il Regno Unito più sicuro attraverso controlli di frontiera più rigorosi e più equi” – Priti Patel, Ministro degli Interni del Regno Unito.

L’accordo sui rapporti post-Brexit non consente al Regno Unito di continuare a condividere le informazioni di intelligence nello stesso modo in cui faceva quando era parte del blocco europeo. Il Regno Unito rimarrà in alcuni programmi di scambio di sicurezza dell’Ue, ma non farà più parte del mandato d’arresto europeo o di Europol.

Entrambe le parti hanno concordato di stabilire un nuovo quadro di sicurezza che, secondo la Commissione europea, prevede “una forte cooperazione tra le autorità di polizia e giudiziarie nazionali, compresi ambiziosi accordi di estradizione, e il rapido scambio di dati vitali”.

Per quanto riguarda i dati sul dna e le impronte digitali ci saranno scambi di informazioni, ma l’Ue afferma che il Regno Unito non avrà “alcun accesso diretto e in tempo reale”. Londra perderà anche l’accesso al Sistema d’informazione Schengen (SIS), che l’Ue descrive come “il sistema di condivisione delle informazioni più diffuso e più grande per la sicurezza e la gestione delle frontiere in Europa”.

7. Nuovi accordi commerciali sorprendenti
“Stiamo per aprire un nuovo capitolo della nostra storia nazionale, sigleremo accordi di libero scambio in tutto il mondo, che si aggiungono agli accordi con 63 paesi che abbiamo già raggiunto” – Boris Johnson.
“Abbiamo concordato accordi commerciali che coprono 62 paesi più l’Ue” – Liz Truss, Segretario al Commercio del Regno Unito.

Durante il periodo di transizione il Regno Unito è stato libero di negoziare nuovi accordi commerciali che, dopo l’uscita dall’Unione doganale dell’Ue, potranno entrare in vigore. Gli oltre 60 accordi commerciali a cui il governo fa riferimento non sono nuovi accordi con paesi con i quali in precedenza non esistevano accordi.

In realtà Johnson e Truss fanno riferimento agli accordi commerciali che l’Unione europea ha con questi paesi e che avrebbero cessato di essere applicati al Regno Unito dopo la fine del periodo di transizione: Londra è semplicemente riuscita a rinnovare questi accordi, in modo da continuare a commerciare con questi paesi alle stesse condizioni.

Tra gli accordi davvero nuovi c’è quello siglato lo scorso ottobre con Tokyo, che si differenzia dal precedente accordo Ue-Giappone. Emily Thornberry, portavoce dei laburisti in materia di commercio, ha sfidato Liz Truss alla Camera dei Comuni, affermando che le cifre del governo hanno dimostrato che il Regno Unito trarrà meno benefici dal nuovo accordo rispetto a quanti ne avrebbe ottenuti con il rinnovo dell’accordo con l’Ue.

“Non suggerisce grandi ambizioni per il Regno Unito in materia di politica commerciale – aveva dichiarato a Euronews David Henig, direttore del progetto di politica commerciale del Regno Unito – non c’è una grande visione che lascia supporre che faremo le cose in modo diverso rispetto all’Ue”.

8. Gli avvocati
“È positivo che gli avvocati possano esercitare in tutta l’Unione europea” – Boris Johnson.

Questo commento del primo ministro – sì, anche questo datato 24 dicembre – ha trovato eco nel riassunto del governo sull’accordo commerciale, in cui si legge di “disposizioni innovative in materia di servizi legali che vanno al di là di quanto l’Ue ha incluso in qualsiasi altro accordo di libero scambio fino ad oggi”.

Ma secondo lo studio legale internazionale Stephenson Harwood questo non è proprio il quadro completo. “La posizione di base – si legge in un blog – è che l’accordo permette solo agli avvocati qualificati del Regno Unito, all’interno del territorio dell’Ue, di fornire consulenza sul loro ‘diritto di giurisdizione nazionale e sul diritto pubblico internazionale, escludendo il diritto dell’Unione Europea’”.

9. Abbandondare il tavolo delle trattative

“Ci deve essere un accordo con i nostri amici europei entro il Consiglio europeo del 15 ottobre… Se non riusciremo a trovare un accordo per allora, allora non vedo come ci possa essere un accordo di libero scambio tra di noi. Dovremmo entrambi accettarlo e andare avanti” – Boris Johnson.

Questa dichiarazione del 7 settembre 2020 lasciava intedere che il governo britannico si sarebbe ritirato dai negoziati commerciali a meno che l’Ue non avesse “ripensato le sue attuali posizioni”.

“Dal nostro punto di vista, i negoziati commerciali sono finiti”, aveva dichiarato Downing Street dopo il vertice europeo di ottobre, che si era rivelato infruttuoso. “L’Ue ha di fatto messo fine a questi negoziati e varrà la pena di parlarci ancora solo se ci sarà un cambiamento fondamentale nella posizione dell’Ue”.

Meno di una settimana dopo, però, c’era stato un cambiamento di rotta. “Chiaramente, rimangono differenze significative tra le nostre posizioni sui temi più difficili, ma siamo pronti a parlarne con l’Ue, per vedere se è possibile avvicinarci”, aveva detto un portavoce del primo ministro.

Dalle nuove discussioni però non era emerso alcun “cambiamento fondamentale” nella posizione dell’Ue, anche se il negoziatore capo Michel Barnier aveva lasciato intendere come un accordo fosse a portata di mano se entrambe le parti si fossero piegate a dei compromessi.


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