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La Cina e la violenza familiare ai tempi del Covid

Ambiente & Salute

Editoriale

Avv. Giovanna Barca

Le Avvocate Italiane

La pandemia Covid 19 ha travolto tutto e tutti, e continua a sconvolgere l’equilibrio psicofisico di donne e uomini di qualsiasi parte del continente.

Tutte le misure restrittive disposte dal Governo italiano hanno introdotto un regime che ha fortemente condizionato le libertà personali dei cittadini e delle cittadine, imponendo, per lunghi periodi, anche, un obbligo di permanenza domiciliare.

Ma questa permanenza forzata è diventata un fattore di rischio, e secondo alcuni, anche “un motore propulsivo della violenza”.

In Italia, infatti, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, c’è stato un forte incremento dei casi di violenza domestica durante l’emergenza covid.

Nonostante innumerevoli campagne di sensibilizzazione, come quella del 1522, e nonostante i numerosi appelli anche da parte del nostro Dipartimento delle Pari Opportunità per richiedere il finanziamento di interventi urgenti   ed il sostegno alle misure adottate dalle case rifugio e dei centri antiviolenza durante l’emergenza sanitaria, gli episodi di violenza di genere sono aumentati a dismisura, raggiungendo livelli sconfortanti.

Secondo recenti dati Istat, il numero delle chiamate valide sia telefoniche sia via chat, nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020, è notevolmente cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+71,7%), passando da 13.424 a 23.071. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è triplicata passando da 829 a 3.347 messaggi.

 Tra i motivi che inducono a contattare il numero verde raddoppiano le chiamate per la “richiesta di aiuto da parte delle vittime di violenza” e le “segnalazioni per casi di violenza” che insieme rappresentano il 45,8% delle chiamate valide (in totale 10.577). Nel periodo considerato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, esse sono cresciute del 107%. Crescono anche le chiamate per avere informazioni sui Centri Anti Violenza (+65,7%).

Il numero verde, durante il periodo di lockdown, ha fornito informazioni e consulenze anche ad utenti che erano portatori di necessità diverse da quelle della violenza e dello stalking (3.493 chiamate pari al 15,1% delle chiamate valide); in queste occasioni, le operatrici hanno offerto supporto indicando altri numeri utili agli utenti a testimonianza della funzione di “vicinanza” che questo servizio ha erogato in un particolare momento di crisi.

La violenza di genere, “pandemia invisibile”, così come definita nella recente rapporto delle Nazioni Unite, non può essere assolutamente sottovalutata, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria.

Soprattutto, in questo difficile momento, non può essere dimenticata la Convenzione di Istanbul del 2011, che deve avere una maggiore applicazione da parte degli Stati membri, che devono sforzarsi ad adottare tutti gli strumenti a disposizione per combattere questa violazione dei diritti umani, quale la violenza di genere, e garantire, con ogni mezzo, la protezione della vita della vittima di violenza di genere.

Non a caso nella sentenza CEDU Talpis contro Italia, sentenza del 2 marzo 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti, nonché del divieto di discriminazione in quanto le autorità italiane non sono intervenute per proteggere una donna e i suoi figli vittime di violenza domestica perpetrata da parte del marito, avallando di fatto tali condotte violente (protrattesi fino al tentato omicidio della ricorrente e all’omicidio di un suo figlio): in particolare, viene contestato allo Stato italiano la mancata adozione degli obblighi positivi scaturenti dagli art. 2 e 3 della Convenzione.

Nel caso de quo, infatti, la Corte di Strasburgo ha osservato come, nel caso di specie, dopo la denuncia, la vittima sia stata privata dell’immediata protezione che la situazione di vulnerabilità richiedeva: l’interessata è stata sentita solo dopo sette mesi dalla presentazione della denuncia la vittima; al contempo, nessuna misura di protezione è stata disposta a suo favore. Agli occhi del giudice europeo, le autorità nazionali, non agendo rapidamente dopo la denuncia, hanno privato la stessa di ogni efficacia, creando un contesto d’impunità favorevole alla ripetizione da parte del marito di atti di violenza nei confronti della moglie e della sua famiglia, culminati poi con l’omicidio del figlio e il tentato omicidio della ricorrente.

In Italia, come nel resto del Mondo, la situazione è precipitata durante i mesi di lockdown: un numero indefinito di donne si è vista costretta a condividere spazi con il proprio aguzzino 24 ore su 24, aumentando in loro il senso di impotenza e di isolamento, soffocando la loro dignità.

In Cina, le donne hanno vissuto lo stesso dramma durante il covid?

Anche in Cina, nel periodo di piena emergenza covid, vi è stata una impennata delle denunce per violenza domestica e richieste di divorzio.

Nella provincia centrale di Hubei, vicino a dove è iniziata la pandemia a Wuhan, si sono registrate 162 segnalazioni di violenza di genere in febbraio, tre volte di più rispetto alle 47 segnalate nello stesso mese del 2019. Feng Yuan, co-fondatrice di Equality, un’organizzazione non governativa di Pechino che si occupa di violenza di genere, dice che c’è stato un aumento delle richieste di aiuto alla sua organizzazione.

Secondo quanto riportato dal magazine online basato a Shanghai, “Sixth Tone”, l′11 febbraio scorso, Xiao Li, un operatore del “118” cinese, ha ricevuto una telefonata angosciante da un dodicenne che chiedeva aiuto. Il bambino stava vagando per le strade deserte della loro città natale, nella provincia centrale di Henan, con sua madre e sua sorella di 7 anni. Il padre aveva abusato fisicamente della madre e poi li aveva cacciati fuori di casa in un momento in cui molte città, compresa la loro, erano in stato di isolamento per contenere la diffusione di COVID-19. E un ex ufficiale di polizia in pensione, Wan Fei, che ora gestisce un’associazione no-profit a Jingmen, nello Hubei, ha dichiarato al portale che il numero degli abusi tra le mura di casa è quasi raddoppiato dall’inizio della quarantena. Nel solo mese di febbraio la stazione di polizia nella contea di Jianli, sotto cui ricade Jingmen, ha ricevuto 162 segnalazioni di violenze domestiche, il triplo dei 47 casi denunciati nello stesso mese del 2019. E già a gennaio il numero dei casi denunciati era più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “L’epidemia ha avuto un impatto enorme sulla violenza domestica”, ha spiegato il funzionario, “secondo le nostre statistiche, il 90% delle cause di violenza in casa sono legate all’epidemia di COVID-19”.

Hanno giocato un ruolo centrale la paura e l’ansia causate dalla reclusione prolungata, così come la scarsa disponibilità delle forze di polizia troppo impegnate nella gestione della crisi sanitaria e di ordine pubblico per occuparsi di affari di famiglia.

Ma, oltre a questo aspetto decisamente drammatico, che porta spesso a galla storie inquietanti di degrado domestico e che non si può certo liquidare con leggerezza, la “convivenza da quarantena domiciliare forzata” ha fatto emergere anche un altro aspetto: troppi mariti e mogli cinesi, costretti dal coronavirus a convivere fianco a fianco 24 ore al giorno, hanno deciso di non essere fatti “l’uno per l’altra”. Ed è stato boom di divorzi “da coronavirus” in Cina.

Secondo il giornale governativo Global Times, infatti, dal 1° marzo scorso, quando gli uffici di registrazione dei matrimoni di Xi’an hanno adottato un sistema di appuntamenti, il servizio-divorzi ha totalizzato il massimo delle richieste giornaliere. Il motivo è evidente: “A causa dell’epidemia, molte coppie sono state costrette a restare a casa insieme per oltre un mese, il che ha fatto riemergere gli attriti latenti,” ha dichiarato al giornale un funzionario del distretto di Beilin, aggiungendo, però, che l’aumento esponenziale delle richieste di divorzio è da imputarsi anche alla chiusura prolungata degli uffici imposta dalle draconiane misure di contenimento dell’epidemia volute dal governo di Pechino.

Per la verità il trend dei divorzi in Cina era già in grande aumento negli ultimi tempi, e lo stress da quarantena non ha fatto che acuire ulteriormente il fenomeno.

Un fenomeno, quello dell’aumento dei divorzi nel Regno del Dragone che molti, in realtà, vedono come un fatto positivo, specialmente le nascenti associazioni femministe e le organizzazioni per i diritti delle donne.

In Cina, infatti, c’è un detto popolare molto conosciuto, che tradotto fa più o meno così: “se sposi un cane, vivi con un cane; se sposi un gallo, vivi con un gallo”. Come dire: il matrimonio visto come destino immutabile, che non si può cambiare, ma solo accettare.

Le donne in Cina videro riconosciuto il loro diritto a divorziare nel 1950, quando il Partito comunista cinese introdusse la nuova legge sul matrimonio. Durante l’era di Mao però, solo una piccola percentuale di donne ha esercitato questo diritto, e quasi sempre per ragioni politiche: divorziare da un marito “controrivoluzionario”, per esempio, era considerato giusto e onorevole. Ancora oggi, di fronte all’aumento esponenziale dei divorzi, il governo cinese, ossessionato dal mantenimento della stabilità sociale, continua a vedere nel grande aumento dei divorzi una forza destabilizzante per la società, e ha messo in atto misure volte a scoraggiarlo o addirittura impedirlo.

Nel 2018 i tribunali locali hanno introdotto misure che potemmo definire “disincentivanti”, come un periodo obbligatorio di riflessione, la mediazione gratuita e persino un quiz per dissuadere le coppie dal divorziare. Non sorprende che oltre la metà dei casi di divorzio presentati siano stati respinti dai tribunali.

Il Covid ha riproposto, in Cina, in maniera più decisa, il dibattito sulla condizione della donna e riaperto la ferita della mancanza di una vera e propria legge contro la violenza domestica e la inadeguatezza di quella attuale.

La morte tragica, poi, della star dei social media cinesi, Lamu ha scatenato le polemiche anche in ambito internazionale da parte di numerosi movimenti femministi.

 Dopo due settimane di agonia, la ragazza trentenne è morta lasciando soli i suoi due bambini di 3 e 12 anni. A mettere fine alla sua vita, l’ex marito, Tang, piombato nella sua casa della provincia cinese di Sichuan con un coltello e con una tanica di benzina con cui l’ha cosparsa per poi darle fuoco. In quel momento Lamu era impegnata sui social a fare una diretta: lo schermo è diventato nero ma agli utenti non sono state risparmiate le sue urla strazianti.

 A chiamare i soccorsi sembra siano stati proprio i suoi followers, testimoni inermi di fronte a cotanta violenza: oggi, l’ex marito è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario, ma non è una consolazione, perché la morte di Lamu si poteva evitare. Lamu aveva già denunciato da tempo Tang ma nessuno ha fatto niente per evitare la tragedia annunciata.

In Cina, la violenza domestica (fisica e psicologica) è diventata un crimine solo nel 2016 ed è ancora sottovalutata nei paesi rurali, ma come spesso accade (questo ovunque) la difficoltà maggiore sta nell’individuare e portare allo scoperto i casi di violenza all’interno delle famiglie, che difficilmente escono dalle mura domestiche.

I principali principi della legge contro la violenza di genere sono esplicati nell’art. 1: “to prevent and stop domestic violence; protect the equal rights of family members; preserve equal, harmonious, civilized familial relationships; promote family harmony and social stability”.

Una legge sicuramente ancora contraddittoria e dalla matrice patriarcale, che pare debba essere modificata nel 2021: in Cina, il principio dell’armonia familiare e della stabilità sociale deriva dal confucianesimo, che diffonde i valori patriarcali della sottomissione femminile. La violenza contro i membri della famiglia femminile è normalizzata e persino incoraggiata, come mostrato in detti come “un pestaggio mostra intimità e un rimprovero mostra amore“. Indottrinate, con idee di subordinazione femminile e che essere picchiate dai loro altri significativi è normale, le donne raramente si oppongono ai loro partner anche se subiscono abusi.

La violenza contro una donna da parte del marito rientra nella sfera privata, è una questione privata della sua famiglia, non viene vissuta come un problema sociale: se una donna denunciasse il marito lo disobbedirebbe e susciterebbe il disprezzo della comunità: proprio come il detto popolare, “i panni sporchi si lavano in famiglia”!

Nella legge del 2016, sono stati infatti messi in atto dispositivi di protezione (simili in parte agli ordini restrittivi dell’ordinamento italiano) e un sistema di allerta che impone quindi un rapido intervento.

In Cina, la violenza domestica non è un reato, ma un’infrazione civile, cioè una violazione del contratto tra il governo e gli individui. Le pene per i colpevoli sono molto basse: se l’aggressore viola l’ordine restrittivo, può essere multato fino a 1000 RMB (circa 132€) e condannato a una pena detentiva di massimo 15 giorni. Questo obbliga però la vittima a fornire prove, a farsi assistere da un avvocato, a subire un processo e a combattere per i propri diritti.

È assurdo pensare che in Cina lo stupro coniugale sia ancora legale: la Cina fa infatti parte di quei 10 paesi che ancora non ha formulato una legge per quanto riguarda questa particolare tipologia di violenza.

 I funzionari governativi spesso non sono così preparati sull’applicazione della Legge contro la Violenza Domestica e, quando redigono una denuncia scritta, il più delle volte scrivono qualcosa che allude solo in maniera molto generale all’atto di violenza vero e proprio.

In questi casi, a volte convincono anche le donne a non sporgere denuncia, consigliando loro di risolvere il problema privatamente con il proprio partner.

Ad aggravare il tutto, c’è da dire che la Legge sul Matrimonio del 2001 si occupa del problema della violenza domestica nel capitolo 5, composto da 7 articoli.

In particolare, l’Art. 43 afferma che “Laddove una persona commetta violenza domestica o maltrattamenti nei confronti di un membro della propria famiglia, il Comitato di quartiere, il Comitato di villaggio o l’unità di lavoro a cui appartengono i coniugi devono convincere la persona a cessare le violenze tramite un intervento di mediazione”.

Si predilige, in maniera ambigua e falsa, lo strumento della mediazione per evitare le denunce nei confronti dell’aggressore.

In Cina, purtroppo, assistiamo ancora ad un forte retaggio della mancata educazione al rispetto della figura femminile e di una corretta educazione sentimentale: c’è ancora tanto da lottare per le donne e non bisogna tacere più sulle continue violazioni dei loro diritti.

 Come si ascolta nella canzone della pop star Tan Weiwei, diventata il nuovo grido di battaglia delle femministe cinesi che combattono la violenza di genere, denunciare non è solo un atto di coraggio, ma di responsabilità (“ not brave, but just a responsability”)!

E noi ci uniamo a questo grido con energia e vigore!

Avv. Giovanna Barca

Le Avvocate Italiane

La pandemia Covid 19 ha travolto tutto e tutti, e continua a sconvolgere l’equilibrio psicofisico di donne e uomini di qualsiasi parte del continente.

Tutte le misure restrittive disposte dal Governo italiano hanno introdotto un regime che ha fortemente condizionato le libertà personali dei cittadini e delle cittadine, imponendo, per lunghi periodi, anche, un obbligo di permanenza domiciliare.

Ma questa permanenza forzata è diventata un fattore di rischio, e secondo alcuni, anche “un motore propulsivo della violenza”.

In Italia, infatti, secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, c’è stato un forte incremento dei casi di violenza domestica durante l’emergenza covid.

Nonostante innumerevoli campagne di sensibilizzazione, come quella del 1522, e nonostante i numerosi appelli anche da parte del nostro Dipartimento delle Pari Opportunità per richiedere il finanziamento di interventi urgenti   ed il sostegno alle misure adottate dalle case rifugio e dei centri antiviolenza durante l’emergenza sanitaria, gli episodi di violenza di genere sono aumentati a dismisura, raggiungendo livelli sconfortanti.

Secondo recenti dati Istat, il numero delle chiamate valide sia telefoniche sia via chat, nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020, è notevolmente cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+71,7%), passando da 13.424 a 23.071. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è triplicata passando da 829 a 3.347 messaggi.

 Tra i motivi che inducono a contattare il numero verde raddoppiano le chiamate per la “richiesta di aiuto da parte delle vittime di violenza” e le “segnalazioni per casi di violenza” che insieme rappresentano il 45,8% delle chiamate valide (in totale 10.577). Nel periodo considerato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, esse sono cresciute del 107%. Crescono anche le chiamate per avere informazioni sui Centri Anti Violenza (+65,7%).

Il numero verde, durante il periodo di lockdown, ha fornito informazioni e consulenze anche ad utenti che erano portatori di necessità diverse da quelle della violenza e dello stalking (3.493 chiamate pari al 15,1% delle chiamate valide); in queste occasioni, le operatrici hanno offerto supporto indicando altri numeri utili agli utenti a testimonianza della funzione di “vicinanza” che questo servizio ha erogato in un particolare momento di crisi.

La violenza di genere, “pandemia invisibile”, così come definita nella recente rapporto delle Nazioni Unite, non può essere assolutamente sottovalutata, soprattutto in questo periodo di emergenza sanitaria.

Soprattutto, in questo difficile momento, non può essere dimenticata la Convenzione di Istanbul del 2011, che deve avere una maggiore applicazione da parte degli Stati membri, che devono sforzarsi ad adottare tutti gli strumenti a disposizione per combattere questa violazione dei diritti umani, quale la violenza di genere, e garantire, con ogni mezzo, la protezione della vita della vittima di violenza di genere.

Non a caso nella sentenza CEDU Talpis contro Italia, sentenza del 2 marzo 2017, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti, nonché del divieto di discriminazione in quanto le autorità italiane non sono intervenute per proteggere una donna e i suoi figli vittime di violenza domestica perpetrata da parte del marito, avallando di fatto tali condotte violente (protrattesi fino al tentato omicidio della ricorrente e all’omicidio di un suo figlio): in particolare, viene contestato allo Stato italiano la mancata adozione degli obblighi positivi scaturenti dagli art. 2 e 3 della Convenzione.

Nel caso de quo, infatti, la Corte di Strasburgo ha osservato come, nel caso di specie, dopo la denuncia, la vittima sia stata privata dell’immediata protezione che la situazione di vulnerabilità richiedeva: l’interessata è stata sentita solo dopo sette mesi dalla presentazione della denuncia la vittima; al contempo, nessuna misura di protezione è stata disposta a suo favore. Agli occhi del giudice europeo, le autorità nazionali, non agendo rapidamente dopo la denuncia, hanno privato la stessa di ogni efficacia, creando un contesto d’impunità favorevole alla ripetizione da parte del marito di atti di violenza nei confronti della moglie e della sua famiglia, culminati poi con l’omicidio del figlio e il tentato omicidio della ricorrente.

In Italia, come nel resto del Mondo, la situazione è precipitata durante i mesi di lockdown: un numero indefinito di donne si è vista costretta a condividere spazi con il proprio aguzzino 24 ore su 24, aumentando in loro il senso di impotenza e di isolamento, soffocando la loro dignità.

In Cina, le donne hanno vissuto lo stesso dramma durante il covid?

Anche in Cina, nel periodo di piena emergenza covid, vi è stata una impennata delle denunce per violenza domestica e richieste di divorzio.

Nella provincia centrale di Hubei, vicino a dove è iniziata la pandemia a Wuhan, si sono registrate 162 segnalazioni di violenza di genere in febbraio, tre volte di più rispetto alle 47 segnalate nello stesso mese del 2019. Feng Yuan, co-fondatrice di Equality, un’organizzazione non governativa di Pechino che si occupa di violenza di genere, dice che c’è stato un aumento delle richieste di aiuto alla sua organizzazione.

Secondo quanto riportato dal magazine online basato a Shanghai, “Sixth Tone”, l′11 febbraio scorso, Xiao Li, un operatore del “118” cinese, ha ricevuto una telefonata angosciante da un dodicenne che chiedeva aiuto. Il bambino stava vagando per le strade deserte della loro città natale, nella provincia centrale di Henan, con sua madre e sua sorella di 7 anni. Il padre aveva abusato fisicamente della madre e poi li aveva cacciati fuori di casa in un momento in cui molte città, compresa la loro, erano in stato di isolamento per contenere la diffusione di COVID-19. E un ex ufficiale di polizia in pensione, Wan Fei, che ora gestisce un’associazione no-profit a Jingmen, nello Hubei, ha dichiarato al portale che il numero degli abusi tra le mura di casa è quasi raddoppiato dall’inizio della quarantena. Nel solo mese di febbraio la stazione di polizia nella contea di Jianli, sotto cui ricade Jingmen, ha ricevuto 162 segnalazioni di violenze domestiche, il triplo dei 47 casi denunciati nello stesso mese del 2019. E già a gennaio il numero dei casi denunciati era più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. “L’epidemia ha avuto un impatto enorme sulla violenza domestica”, ha spiegato il funzionario, “secondo le nostre statistiche, il 90% delle cause di violenza in casa sono legate all’epidemia di COVID-19”.

Hanno giocato un ruolo centrale la paura e l’ansia causate dalla reclusione prolungata, così come la scarsa disponibilità delle forze di polizia troppo impegnate nella gestione della crisi sanitaria e di ordine pubblico per occuparsi di affari di famiglia.

Ma, oltre a questo aspetto decisamente drammatico, che porta spesso a galla storie inquietanti di degrado domestico e che non si può certo liquidare con leggerezza, la “convivenza da quarantena domiciliare forzata” ha fatto emergere anche un altro aspetto: troppi mariti e mogli cinesi, costretti dal coronavirus a convivere fianco a fianco 24 ore al giorno, hanno deciso di non essere fatti “l’uno per l’altra”. Ed è stato boom di divorzi “da coronavirus” in Cina.

Secondo il giornale governativo Global Times, infatti, dal 1° marzo scorso, quando gli uffici di registrazione dei matrimoni di Xi’an hanno adottato un sistema di appuntamenti, il servizio-divorzi ha totalizzato il massimo delle richieste giornaliere. Il motivo è evidente: “A causa dell’epidemia, molte coppie sono state costrette a restare a casa insieme per oltre un mese, il che ha fatto riemergere gli attriti latenti,” ha dichiarato al giornale un funzionario del distretto di Beilin, aggiungendo, però, che l’aumento esponenziale delle richieste di divorzio è da imputarsi anche alla chiusura prolungata degli uffici imposta dalle draconiane misure di contenimento dell’epidemia volute dal governo di Pechino.

Per la verità il trend dei divorzi in Cina era già in grande aumento negli ultimi tempi, e lo stress da quarantena non ha fatto che acuire ulteriormente il fenomeno.

Un fenomeno, quello dell’aumento dei divorzi nel Regno del Dragone che molti, in realtà, vedono come un fatto positivo, specialmente le nascenti associazioni femministe e le organizzazioni per i diritti delle donne.

In Cina, infatti, c’è un detto popolare molto conosciuto, che tradotto fa più o meno così: “se sposi un cane, vivi con un cane; se sposi un gallo, vivi con un gallo”. Come dire: il matrimonio visto come destino immutabile, che non si può cambiare, ma solo accettare.

Le donne in Cina videro riconosciuto il loro diritto a divorziare nel 1950, quando il Partito comunista cinese introdusse la nuova legge sul matrimonio. Durante l’era di Mao però, solo una piccola percentuale di donne ha esercitato questo diritto, e quasi sempre per ragioni politiche: divorziare da un marito “controrivoluzionario”, per esempio, era considerato giusto e onorevole. Ancora oggi, di fronte all’aumento esponenziale dei divorzi, il governo cinese, ossessionato dal mantenimento della stabilità sociale, continua a vedere nel grande aumento dei divorzi una forza destabilizzante per la società, e ha messo in atto misure volte a scoraggiarlo o addirittura impedirlo.

Nel 2018 i tribunali locali hanno introdotto misure che potemmo definire “disincentivanti”, come un periodo obbligatorio di riflessione, la mediazione gratuita e persino un quiz per dissuadere le coppie dal divorziare. Non sorprende che oltre la metà dei casi di divorzio presentati siano stati respinti dai tribunali.

Il Covid ha riproposto, in Cina, in maniera più decisa, il dibattito sulla condizione della donna e riaperto la ferita della mancanza di una vera e propria legge contro la violenza domestica e la inadeguatezza di quella attuale.

La morte tragica, poi, della star dei social media cinesi, Lamu ha scatenato le polemiche anche in ambito internazionale da parte di numerosi movimenti femministi.

 Dopo due settimane di agonia, la ragazza trentenne è morta lasciando soli i suoi due bambini di 3 e 12 anni. A mettere fine alla sua vita, l’ex marito, Tang, piombato nella sua casa della provincia cinese di Sichuan con un coltello e con una tanica di benzina con cui l’ha cosparsa per poi darle fuoco. In quel momento Lamu era impegnata sui social a fare una diretta: lo schermo è diventato nero ma agli utenti non sono state risparmiate le sue urla strazianti.

 A chiamare i soccorsi sembra siano stati proprio i suoi followers, testimoni inermi di fronte a cotanta violenza: oggi, l’ex marito è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario, ma non è una consolazione, perché la morte di Lamu si poteva evitare. Lamu aveva già denunciato da tempo Tang ma nessuno ha fatto niente per evitare la tragedia annunciata.

In Cina, la violenza domestica (fisica e psicologica) è diventata un crimine solo nel 2016 ed è ancora sottovalutata nei paesi rurali, ma come spesso accade (questo ovunque) la difficoltà maggiore sta nell’individuare e portare allo scoperto i casi di violenza all’interno delle famiglie, che difficilmente escono dalle mura domestiche.

I principali principi della legge contro la violenza di genere sono esplicati nell’art. 1: “to prevent and stop domestic violence; protect the equal rights of family members; preserve equal, harmonious, civilized familial relationships; promote family harmony and social stability”.

Una legge sicuramente ancora contraddittoria e dalla matrice patriarcale, che pare debba essere modificata nel 2021: in Cina, il principio dell’armonia familiare e della stabilità sociale deriva dal confucianesimo, che diffonde i valori patriarcali della sottomissione femminile. La violenza contro i membri della famiglia femminile è normalizzata e persino incoraggiata, come mostrato in detti come “un pestaggio mostra intimità e un rimprovero mostra amore“. Indottrinate, con idee di subordinazione femminile e che essere picchiate dai loro altri significativi è normale, le donne raramente si oppongono ai loro partner anche se subiscono abusi.

La violenza contro una donna da parte del marito rientra nella sfera privata, è una questione privata della sua famiglia, non viene vissuta come un problema sociale: se una donna denunciasse il marito lo disobbedirebbe e susciterebbe il disprezzo della comunità: proprio come il detto popolare, “i panni sporchi si lavano in famiglia”!

Nella legge del 2016, sono stati infatti messi in atto dispositivi di protezione (simili in parte agli ordini restrittivi dell’ordinamento italiano) e un sistema di allerta che impone quindi un rapido intervento.

In Cina, la violenza domestica non è un reato, ma un’infrazione civile, cioè una violazione del contratto tra il governo e gli individui. Le pene per i colpevoli sono molto basse: se l’aggressore viola l’ordine restrittivo, può essere multato fino a 1000 RMB (circa 132€) e condannato a una pena detentiva di massimo 15 giorni. Questo obbliga però la vittima a fornire prove, a farsi assistere da un avvocato, a subire un processo e a combattere per i propri diritti.

È assurdo pensare che in Cina lo stupro coniugale sia ancora legale: la Cina fa infatti parte di quei 10 paesi che ancora non ha formulato una legge per quanto riguarda questa particolare tipologia di violenza.

 I funzionari governativi spesso non sono così preparati sull’applicazione della Legge contro la Violenza Domestica e, quando redigono una denuncia scritta, il più delle volte scrivono qualcosa che allude solo in maniera molto generale all’atto di violenza vero e proprio.

In questi casi, a volte convincono anche le donne a non sporgere denuncia, consigliando loro di risolvere il problema privatamente con il proprio partner.

Ad aggravare il tutto, c’è da dire che la Legge sul Matrimonio del 2001 si occupa del problema della violenza domestica nel capitolo 5, composto da 7 articoli.

In particolare, l’Art. 43 afferma che “Laddove una persona commetta violenza domestica o maltrattamenti nei confronti di un membro della propria famiglia, il Comitato di quartiere, il Comitato di villaggio o l’unità di lavoro a cui appartengono i coniugi devono convincere la persona a cessare le violenze tramite un intervento di mediazione”.

Si predilige, in maniera ambigua e falsa, lo strumento della mediazione per evitare le denunce nei confronti dell’aggressore.

In Cina, purtroppo, assistiamo ancora ad un forte retaggio della mancata educazione al rispetto della figura femminile e di una corretta educazione sentimentale: c’è ancora tanto da lottare per le donne e non bisogna tacere più sulle continue violazioni dei loro diritti.

 Come si ascolta nella canzone della pop star Tan Weiwei, diventata il nuovo grido di battaglia delle femministe cinesi che combattono la violenza di genere, denunciare non è solo un atto di coraggio, ma di responsabilità (“ not brave, but just a responsability”)!

E noi ci uniamo a questo grido con energia e vigore!

 

 

 

 


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