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Per «Aspera» ad Astra? Gloria e declino di una fabbrica piemontese

Cronaca

Prima di costruire le due utilitarie che motorizzarono gli italiani a quattro ruote, la Fiat Lingotto di Torino iniziò a mettere insieme frigoriferi e lavatrici tra le Topolino e le 1100. Era il 1938 quando l’industria automobilistica torinese acquisiva dalla Westinghouse la licenza per l’assemblaggio di frigoriferi, lanciandosi nell’industria dei “bianchi” comprendente anche le lavatrici. A quei tempi (primi anni ’50 del secolo scorso) erano prodotti di nicchia, poiché considerati di lusso e, come tali, di scarsa commercializzazione. Ma, subito dopo i primi momenti dedicati alla ricostruzione dell’indispensabile, con l’aiuto anche del piano Marshall, ecco che le massaie italiane scoprono la possibilità di mettere da parte ghiacciaie e tinozze per dotarsi dei nuovi elettrodomestici, mentre i loro mariti adocchiavano le utilitarie Fiat o quanto meno gli scooter rappresentati dalla “Vespa” e “Lambretta”. Che rivalità fra questi due marchi: le prime avevano un inserimento di marce (tre) sicuro e buona ripresa, le seconde (a tre o quattro marce) una tenuta di strada eccellente per effetto del motore posto in posizione più centrale.

Mentre tutto questo accadeva, in un fazzoletto di terra posto al confine tra i vigneti dell’astigiano e le colline torinesi, uomini e mezzi davano vita a uno stabilimento industriale che per decenni farà la fortuna della gente di queste contrade. Sarà la mitica “Aspera” di Riva di Chieri (To), gruppo Fiat.

Se ha ancora un senso parlare di benefattori, tra questi va a pieno titolo ricordato il Dott. Pietro Andriano, Cavaliere di Gran Croce, appassionatamente legato agli interessi ed ai problemi della sua gente. Consigliere dell’Amministrazione Provinciale di Asti dal 1960 al 1965 e Presidente della stessa dal 1965 al 1980. Medico veterinario più che apprezzato, fu colui che volle (fortissimamente volle) che la Fiat ubicasse tra la predetta Riva e Castelnuovo Don Bosco (At) il nuovo stabilimento, progettato per fabbricare i compressori dei frigoriferi della casa torinese. Compressori che saranno venduti ovunque.

In quei prosperi anni ’70, il realizzato progetto fu una ricchezza per queste zone che, aggiunsero alla vocazione agricola un “quid pluris” rappresentato da una grande industria. Non furono poche le persone che evitarono, così, di raggiungere dall’astigiano la lontana Torino, in orari impossibili, per lavorare in Fiat. E non furono pochi i piccoli possidenti i quali poterono aggiungere uno stipendio fisso al povero e incerto ricavato dalla terra. E ancora, a vanto del Cav. di G.R., non può negarsi che, fu tanta la gente che con valigia di cartone e occhi spaesati, tra le nebbie di Riva di Chieri (ce n’era tanta una volta), trovarono una sistemazione che li affrancò dalla povertà delle arse terre del sud Italia. Dal mansueto asinello, passarono all’auto che potevano cambiare ogni sei mesi con piccole trattenute dallo stipendio, questo sicuro al pari della previdenza e cassa malattia. E poi, vuoi mettere tornare, al paesello con l’automobile, superando la terrificante “Salerno-Reggio Calabria”?

In realtà un precedente fenomeno migratorio, si conobbe anche prima della nascita dell’industria metal meccanica rivese. Infatti, la confinante zona di Chieri era è stata per secoli un ricco e famoso polo manifatturiero legato alla tessitura e relativo indotto, in piena concorrenza con gli altri distretti industriali italiani, maggiormente concentrati nel centro nord del Paese.

Dopo gli anni d’oro, giunge il momento in cui la Fiat iniziò ad interessarsi sempre meno al “bianco” con la conseguenza di una serie di dismissioni che vedranno una cessione alla possente Whirpool ed alla sua controllata Embraco che a metà degli anni ’80 vantava 2500 lavoratori impiegati ed una produzione di 4 milioni e mezzo di compressori. Di seguito, quando l’Embraco progettò di spostare buona parte della produzione in Slovacchia, non curante degli aiuti economici ricevuti dall’Italia, ecco che prende forma il trasferimento del ramo d’azienda alla Ventures  Srl. Questa avrebbe dovuto diversificare la produzione (non più compressori ma robot) assicurando lavoro e reddito agli ultimi sopravvissuti di quella che fu una grande azienda, vale a dire più o meno 500 lavoratori in cassa integrazione. Ciò in teoria: in pratica, invece giunsero la magistratura, la Guardia di Finanza, le perquisizioni e i sequestri. In realtà la Ventures fallì prima di iniziare in loco l’attività, portando sulle spalle il peso di un’accusa di bancarotta fraudolenta. Nell’opificio svuotato dei beni ripiombò la disperazione delle famiglie senza lavoro.

Questo è il passato, ma il presente? E il futuro?

Un progetto ci sarebbe: tornare a produrre compressori attraverso una nuova società (una newco, per chi predilige stoltamente l’inglese, come se noi non avessimo i termini giusti), posta in essere dalla fusione tra l’ Ex-Embraco e la ACC-Wanbao (entrambi in crisi): nome Italcomp; obiettivo, salvare 700 posti di lavoro in totale. Il tutto con l’intervento economico di soldi pubblici e privati.

Tutto bene, quindi? No!

I conti non si fanno senza l’oste, specie se quest’ultimo è rappresentato dall’Europa che tutto sorveglia, approva o dinega. In questo caso, sono gli “aiuti di stato” al centro dell’attenzione della Grande madre. Cosicché, in atto, si attende  un riscontro dall’Unione Europea sulla fattibilità del progetto. Nel peggiore dei casi, Alessandra Todde, sottosegretaria allo Sviluppo Economico, assicura: “…stiamo lavorando per mettere al sicuro il progetto Italcomp con strade alternative”.

Intanto, un altro anno è già passato sui vuoti stanzoni della cara e vecchia Aspera. C’è da chiedersi: dalle stelle alle stalle o “per «aspera» ad astra”?

Giuseppe Rinaldi

 

 


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