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Il terzo virus media

Cronaca

di Roby Guerra

Sono tre i virus che incombono su tutti gli italiani: quello sanitario, ancora pericoloso, quello politico burocratico, quello mediatico, di cui si parla anche ma troppo poco, altrettanto pericoloso sul piano psicosociale e persuasore neppure occulto, direbbe Packard: il famoso contagio psichico di memoria freudiana che alimenta certo indubbio terrorismo psicologico.

Qualche psicologo lo evidenzia. Qualche sociologo o massmediologo lo evidenziano ma la maggioranza…. Quasi tutti i media, tranne eccezioni, giornali, televisioni, anche le versioni web, sono lo specchio della crisi strutturale, non solo dovuta al virus, di una psicologia collettiva dominante regressiva se non di deriva, ancora di memoria freudiana o reichiana. Il punto più basso della storia dell’informazione, paragonabile ai regimi comunisti o nazisti o dittatoriali.

In un colpo solo il nostro tempo pandemico ha fuso assieme parecchie distopie di fantascienza: Huxley (Il Mondo Nuovo), Orwell e Zamjatin (1984, La Fattoria degli Animali, Noi), Orson Wells (Quarto Potere),  Samuel Butler (Erewhon) e autori anche recenti.

La tipologia giornalistica si è rivelata per quel che già oltre un secolo fa ai suoi relativi albori, dicevano acutamente Oscar Wilde e Karl Kraus; la verità è secondaria rispetto alla notizia o allo scoop, almeno prevalentemente, e tutto si è amplificato esponenzialmente con l’ascesa della cultura di massa, esploso poi negli ultimi decenni. Fino ai Social e alla Rete, sebbene l’infinita complessità dopo Internet, peggiorata esso stesso rispetto alle origini, fino ai primi anni duemila, garantisce ancora spazi di libera informazione in mezzo a un inferno di informazioni deliranti, pericolose e inutili. Che scriverebbe oggi il celebre Marshall McLuhan? Facile prevederlo, citato spesso a sproposito proprio dagli esperti mediatici o giornalisti.

Il problema strutturale del nostro tempo era già flagrante anche prima del virus, dopo enormemente amplificato come tutti i  picchi postvirus: la soluzione per forza relativa,  è in primis soggettiva, chi è capace, senza retoriche o utopie, di fare il giornalista, il politico e anche l’artista o lo scienziato almeno parzialmente da uomo libero, anche il cosiddetto uomo comune, almeno non è complice del declino neomedievale dell’odierna civiltà.

Le stagioni “progressiste” nella storia sono sempre state delle oasi storiche in un mondo vecchio o nuovo, costantemente poco troppo umano.

redazione@corrierenazionale.net


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