fbpx

La dimensione mitica. Il mito di Teseo

Arte, Cultura & Società

“Il mito di Teseo

Già nella cultura della Grecia arcaica il mito rivestiva una importante funzione, dava spiegazione di particolari fenomeni o aspetti della natura, esplorandone le peculiarità, ed esprimeva la volontà di conoscere e spiegare il mondo con un linguaggio che certo si differenzierà da quello prettamente filosofico – non ancora giunto a maturazione – mescolando nella visione pensiero e immaginazione.                        

Dopo un periodo di tradizione orale, molti miti trovarono una formulazione assai ricca e accurata nelle opere di Omero – Iliade e Odissea – e nella Teogonia e ne Le Opere e i giorni di Esiodo, una formulazione che la storia e la prassi letteraria resero, in seguito, canonica. Da tali opere presero spunto poi i tanti rifacimenti  e le numerose rivisitazioni che si perpetuano fino ai nostri giorni.

 Il motivo di un così vivo e sempre attuale interesse, risiede probabilmente nel fatto che essi incarnano universali verità nelle loro primigenie formulazioni, venendo a rappresentare l’archetipo di uno sviluppo successivo, filogenetica acquisizione in una sorta di dna dell’anima, distillazione di un sentire il mondo nelle sue originarie radici.

Il mito racchiude, infatti, una sapienza antica e una visione germinale del mondo. Adombra significati storici, religiosi, morali, visita le segrete profondità dell’animo nel tentativo di spiegazione dei suoi fenomeni, antropomorfizza l’essenza di vizi, virtù, passioni, facendone divinità

fondatrici, sacralizza quanto pertiene alla sfera umana: leggi, ordine, giustizia, gerarchie, guerra e pace divengono istituti del divino. La presenza numinosa si estende a tutta la realtà nei suoi aspetti multiformi per l’enigma che da essa affiora. Ed è stupefacente come una tale pregnanza di senso si condensi e trovi suggello nella veste leggiadra di una favola, sacra icona di un ancestrale passato che profonde radici ha piantato nella nostra anima.     

 Il mito di Teseo, cui farò riferimento, è esemplare sotto molti riguardi. Ed esso, perciò, basterà a rappresentare anche gli altri nelle loro caratteristiche essenziali.

Tale mito, che narra l’uccisione di un mostro – il Minotauro – da parte dell’eroe ateniese Teseo, per la liberazione di vittime sacrificali offerte ad esso in qualità di tributo dovuto dagli ateniesi, è innanzi tutto una sintesi immaginifica del processo attraverso cui gli ateniesi sbaragliarono la talassocrazia cretese, liberandosi di un lungo vassallaggio che gli permise di far proprio, in seguito, il controllo dell’Egeo e poi di tutto il Mediterraneo. Ma esso sta anche ad attestare – come talora avviene nei miti “eroici”- la sacralizzazione del potere monarchico, come era appunto nell’uso della Grecia arcaica, ancora ispirata alle forme ierocratiche degli imperi sumerici e mesopotamici.

Inoltre, la sconfitta del Minotauro, il cui nome riecheggia, per l’identica radice, quello del Minosse, fa pensare che, nella personificazione del Minotauro, si volesse proprio indicare il sovrano cretese, e che l’idea di un tributo umano destinato a riti antropofagi fosse tutt’altro che peregrina. Infatti, la figura del sovrano cretese – il Minosse – doveva, con probabilità, essere associata a quella del toro, visto il grande culto di cui questo era fatto oggetto nell’isola. Nella figura del sovrano si incarnavano, verosimilmente, aspetti della forza e della possanza taurina, e il cannibalismo era forse parte di un rituale in cui il Minosse stesso veniva celebrato attraverso il simbolismo del toro.     

In epoca cristiana, e soprattutto nel pensiero teologico medievale, il mito di Teseo venne a rappresentare  la sottomissione dell’istinto – parte “bassa” delle facoltà umane e fonte di colpa e di peccato (Minotauro) – alla ragione, incarnata nell’eroe vittorioso. Tale interpretazione emerge con forza nei versi danteschi della Commedia – improntati all’Etica Nicomachea e alla teologia tomista- dove il peccato di coloro che perseguirono nelle loro scelte la bestialità dell’istinto, ignorando la ragione, e che operarono accecati dalla loro ferinità, trova espressione nelle molteplici figure di peccatori e nella corposa rappresentazione delle pene – commisurate, per contrappasso, alla specifica colpa – cui viene a contrapporsi  l’agire misurato e sereno di quanti scelgono come guida la ragione – tra questi, in primo luogo, Virgilio, guida di Dante nelle due prime cantiche della Commedia.   

In tempi a noi più vicini, è stata la Psicologia a prendere spunto dai miti e a fornirne nuove affascinanti interpretazioni, in considerazione soprattutto del fatto che l’inconscio mantiene la stessa capacità di simbolizzazione che un tempo rese possibile la nascita del mito. Per quel che concerne  l’avventura di Teseo, a divenire centrale, in questo nuovo orizzonte interpretativo, è stata la simbologia del Labirinto che starebbe genericamente a rappresentare il percorso dell’uomo nella sua ricerca di verità, e pertanto la vita stessa piena di travagli e pericoli da superare. Più precisamente l’avventura del Labirinto avrebbe il significato di una morte- che avviene in noi stessi – e di una rigenerazione o rinascita. Qui, l’esperienza del Dante della Commedia, della sua discesa negli abissi del se stesso e del male – cioè in quella parte mostruosa, o secondo altra ottica peccaminosa, che è in ognuno di noi, e che noi rifiutiamo – si fa più viva e pregnante, in quanto la dimensione simbolica del Labirinto – il cui significato, oltre a una possibile derivazione dalla parola labrys – ascia bipenne e simbolo del potere sovrano, presente nel palazzo di Cnosso – è anche quello di caverna, grotta, e con ciò, ci conduce all’interno di un viaggio negli inferi, in quel mondo ctonio che vive all’interno di noi, e che dopo il superamento della prova – una vittoria su noi stessi e sul male che ci soggioga- ci permette finalmente di riemergere a nuova vita e di riaffermare noi stessi.        

Ma, a mio avviso, nel mito di Teseo si può anche – e forse soprattutto – ravvisare il senso di un altro più cruciale passaggio, di tipo epocale nella storia della civiltà, dove una linea di demarcazione viene a costituirsi nel momento in cui una visione primordiale della vita, legata al prevalere dell’animalità e al soddisfacimento di bisogni primari declina, e una coscienza nuova si inaugura, dovuta all’allargamento degli orizzonti umani, e non più soggetta ai vincoli esclusivi della materialità. Si tratta della conquista di uno scenario più ampio in cui facoltà nuove emergono e vengono a costituirsi, e con esse la consapevolezza del possesso di quello strumento che diverrà per eccellenza umano, cioè l’intelletto, quella capacità esclusiva di partorire realtà e  di creare mondi di pensiero in continuo divenire. Siamo agli albori di una nuova era, agli albori della riflessione, a un passo dal cammino di quel pensiero che si farà interprete del mondo e che sempre tenderà a compendiare la dispersività del molteplice reale nella globalità di una visione.                                                           

Archelingua

I miti, dunque, esprimono una condensazione di significati in immagini di rara forza e bellezza a testimoniare il momento aurorale in cui pensiero e canto, filosofia e poesia, vivevano un’unica vita. 

É stato Martin Heidegger a prospettare l’esistenza di una struttura archetipica, di un’archelingua, che costituirebbe la radice comune del Pensiero e del Canto, cioè di Filosofia e Poesia. Un sostrato nel quale pensiero e canto – come avviene nel mito- convivono e si intersecano tra loro inscindibilmente, insomma, una struttura portante della nostra esistenza dalla quale dipende la nostra interrelazione e interazione col mondo.

Nella postulazione heideggeriana, Pensiero e Canto, ovvero filosofia e poesia, si condensano in questa originaria matrice che è la Dichtung, e in essa coabitano, hanno rapporto dialogante, che si esplica nel linguaggio. Nella Dichtung i due elementi vivono non scissi, e solo a posteriori è possibile considerarli separatamente.    

Tale concetto è parte di quell’evoluzione del pensiero di Heidegger dopo Essere e Tempo, che è insieme svolta ontologica e tentativo di sostituzione di quel linguaggio con cui la metafisica, a partire da Platone, aveva impostato la questione dell’essere, la Seinfrage. Ed è nel saggio Holderlin e l’essenza della poesia, pubblicato nel 1937, che Heidegger formula una nuova concezione dell’essere connessa ad una precedente impostazione del problema della verità: la concezione dell’essere come evento cui si collega il ruolo ontologico del linguaggio. 

Per Heidegger, infatti, “ciò che prima di tutto è, è l’essere”. La parola evento, viene in tal modo a designare l’originaria reciproca appartenenza dell’uomo e dell’essere: l’uomo infatti non è senza l’essere e l’essere non di dà senza l’uomo. All’interno di tale originario evento sono possibili, poi, tutti gli altri accadimenti della storia umana che è, manifestazione dell’essere, storia attraverso cui l’essere, storicizzandosi, si manifesta.

 “Nella dimora dell’essere abita l’uomo- dice Heidegger –  e i pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è portare a compimento la manifestatività dell’essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono.”

Nel pensiero originario, cioè nel mito, i due poli della dell’archelingua heideggeriana vi si riscontrano – come abbiamo detto – intimamente connessi, e in essi si realizza quell’aprimento dell’essere che tuttavia non appare mai in una luce costante. Il suo disvelarsi è, infatti, analogo a una istantanea illuminazione che subito torna a nascondere ciò che ha mostrato, perché il mostrarsi della verità, quello che gli antichi  greci chiamavano aletheia, si dà in un continuo nascondersi e rivelarsi che non ha fine. Per quel che concerne più propriamente la poesia, essa permette l’aprimento    dell’ente “in ciò che esso è, e nel come è”; e nell’opera (d’arte) è in opera l’evento (Geschehen) della verità. In essa, la verità dell’essere opera attraverso il linguaggio per il suo disvelamento.

In altre parole, in questa lingua originaria, archetipica – la Dichtung – la filosofia viene a coincidere con la poesia poiché entrambe, attraverso la parola, hanno il compito di svelare il senso dell’essere, la sua verità. Ma tale svelamento, secondo Heidegger, non dipende dalla volontà dell’uomo. Non è, infatti l’uomo a parlare, ma il linguaggio stesso -e per suo tramite l’essere- che parla attraverso l’uomo.            

Tuttavia, nel suo stare a fondamento di pensiero e canto – filosofia e poesia – che si esplicano nel linguaggio, la Dichtung li trascende entrambi, poiché essi non potranno mai ricomprenderla e riaffermarla interamente. Essa rimane – come già detto – nel pensiero/canto e nel linguaggio che li esprime, in un Nascondimento che mostra o in un Mostrarsi che nasconde.

 In questo nucleo insondabile si esplica l’essenza del linguaggio e della realtà che esso esprime, che in sé chiude il mistero dell’esistenza intera. La quale si dà nell’ombra di questo Nascondimento che accenna a se stesso senza mai interamente rivelarsi.    

 In tal modo, si palesa, altresì, l’inesorabilità del trascendente  – ma non nel senso di quel che Heidegger aveva combattuto, di quel metafisico che apre allo sviluppo incontrastato della  téchne, bensì come distanza e diversità dall’ente, e per la sua natura ontologica e non ontica.  In questi termini esso si mostra come connaturato alle modalità di essere dell’esistenza e riconfigura il problema dell’Origine dove l’aporia insormontabile è costituita dal fatto che qualunque tentativo facciamo per raggiungerla vede l’Origine arretrare nel suo Nascondimento e porsi Oltre, sempre al di là dell’orizzonte umano e terreno.

Ma le grandi interrogazioni degli scienziati, al giorno d’oggi, mi pare vertano proprio su questo punto fondamentale, il primo e il solo punto indagato nelle lontanissime origini del pensiero stesso. Ed è questa  una riprova  dell’impronta finalistica – o forse anche escatologica – rinvenibile nell’universo, come se una sua logica interna, un pensiero immanente ad esso ci indirizzasse all’Oltre, in un processo di Immanenza/Trascendenza che rimane a fondamento dell’Universo stesso.   

Infatti, sia che la ricerca parta da un’indagine su di esso – sull’origine e fondamento della realtà – sia che parta dalle cose stesse, dall’essere o dall’ente, essa conduce sempre ad additare un Oltre, che si colloca, inesorabilmente, al di là delle coordinate esistenziali e terrene, come se  il  fondamento dell’esistenza di fatto, e delle facoltà interpretative con le quali ci orientiamo in seno ad essa, fosse quella soglia dalla quale l’Essere-nascosto accenna a se stesso senza mai interamente rivelarsi.                                                                                                                                

 Ci appare, a questo punto, inevitabile il parallelismo tra il principio di Immanenza/Trascendenza

– ovverosia tra la Realtà e il suo Oltre – e quello tra il linguaggio umano e l’Archelingua heideggeriana (Dichtung).  Nel pensiero di Heidegger, infatti, quest’ultima appare come sostrato immanente sia al  Pensiero che della Poesia, ma, d’altro canto, vivendo essi nella sua luce senza mai  identificarsi con essa (che rimane inattingibile e nascosta), sembrerebbe additarne la  sua stessa trascendenza. In altre parole, tale parallelismo verrebbe a porsi tra la realtà conoscibile/ e l’Oltre, e il linguaggio dell’uomo, cioè il pensiero-canto/ e  la Dichtung heideggeriana.

 Il rapporto Immanenza/Trascendenza, sarebbe pertanto il rapporto che lega parallelamente e dialetticamente l’Esistenza all’elemento che la trascende. Al quale appare intimamente connesso il ruolo del linguaggio (pensiero-canto)/Archelingua (Dichtung), che di tale rapporto costituisce lo specchio.

Rossella Cerniglia

 

                                                                      

 

 

 

 

 

 

                                                                                                               

                                                                                                                          

 

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE