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Se viene meno il paravento di Renzi

Politica

Conte, che ora cerca addirittura di fare il suo terzo governo, la sua grande occasione l’ha già persa. E’ successo quando non ha saputo interpretare il bisogno di unità del paese, quando si è trovato di fronte, contemporaneamente la crisi sanitaria e la crisi economica.

Renzi annuncia lo scioglimento della riserva e la lista dei ministri del suo governo il 21 febbraio 2014 / Presidenza della Repubblica, Attribution, via Wikimedia Commons

C’è molto da piangere di questi tempi, ma il pencolante presidente del consiglio, Conte ha deciso di tenerci alto il morale tentando, con successo, di farci ridere. Una delle battute più belle gli è uscita, certo involontariamente, quando ha detto che nessun governo sarebbe stato più possibile con Renzi qualora avesse fatto dimettere le sue ministre. Ora, di Renzi a noi poco importa. Lo abbiamo martellato di critiche, senza animosità, nei tre anni di presidenza del consiglio, ed ora annotiamo, senza meraviglia, con quanta acrimonia lo combattono molti che un tempo gli fecero da zerbino. Ed il buon presidente del consiglio, in un mondo siffatto arrischia la previsione che Renzi non potrà più essere della partita per avere fatto dimettere le sue ministre? Se ne accorgerà strada facendo. Dovessero essere utili i suoi voti…eccome se lo cercheranno, Renzi. Dovessero poi essere indispensabili, lo cercheranno a piedi in capo al mondo.

Conte, che ora cerca addirittura di fare il suo terzo governo, la sua grande occasione l’ha già persa. E’ successo quando non ha saputo interpretare il bisogno di unità del paese, quando si è trovato di fronte, contemporaneamente la crisi sanitaria e la crisi economica. Avrebbe dovuto (quante volte lo abbiamo scritto invano!) offrire un patto alle opposizioni: governiamo assieme, o quanto meno in unità di intenti, questo periodo straordinario -avrebbe dovuto dire – ed io, alla fine della legislatura me ne andrò. Non per un vile baratto. Molto più semplicemente perché non potrei essere stato l’uomo di tutti per diventare poi, nuovamente, uomo di parte. Avrebbe avuto molta più forza per governare con i mezzi necessari, e con poteri eccezionali. Non ha saputo o voluto: forse per i disegni miopi dei 5 Stelle e del PD, partiti entrambi in crisi che lo hanno illuso con il miraggio di diventare il leader di una alleanza senza futuro (5 Stelle-PD). In realtà si illudevano loro, i due partiti in crisi, di potersi salvare, attaccandosi al carro di Conte. Conte, che non manca di astuzia, non ha colto l’attimo. Ed ha perso il banco. Avrebbe potuto essere, dopo De Gasperi e Moro, l’unico presidente del consiglio in carica per una intera legislatura, sia pure a capo di governi diversi. Uscirsene  con l’aureola del santo e diventare la grande riserva di una Repubblica che di risorse al di sopra delle parti ha sempre bisogno. Purtroppo ha dimostrato di non averne la caratura. Peccato per lui e peccato, ancora di più, per tutti noi.

Peraltro il paravento di Renzi, presunta causa unica delle fibrillazioni di un governo perfettamente funzionante, è stato spazzato via proprio dal maggiore interessato, Conte. “In questi giorni – aveva detto in una pausa della girandola di incontri tesi a scongiurare la crisi -sto preparando una lista di priorità che valgano a indirizzare e a rafforzare l’azione del governo sino alla fine della legislatura. Un programma da poter discutere e condividere con tutte le forze di maggioranza”. La solita tiritera di sempre, ovvero una serie di promesse per rinviare sine die la resa dei conti che le dimissioni delle due ministre renziane ha letteralmente sbattuto in faccia al presidente del consiglio. Difficile, ora, prevedere cosa accadrà perché la politica ha troppe variabili, ideali e personali, per manifestarsi in maniera lineare. Ma se è vero che la situazione è troppo difficile per consentire nuove alezioni, difficilmente sarà un nuovo governo Conte a poterle evitare. Fa parte delle finzioni della politica, in questi primi momenti della crisi, stracciarsi le vesti per avere fatto cadere questo governo. Ma fa parte della politica anche fare finta di farlo.

Nicola Cariglia


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