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Lesbo, l’infinita tragedia sulla pelle dei più vulnerabili

Oltre Tevere

Le promesse mancate dell’Europa. Sulle ceneri di Moria è nato il campo tendato di Kara Tepe, che doveva sorgere secondo standard europei. Ma la realtà, ancora una volta, smentisce le intenzioni dichiarate. “Medici senza frontiere” lancia l’allarme sulla salute mentale dei piccoli rifugiati

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Bambini che manifestano tendenze suicide, ragazzi e adulti malati che, anziché essere soccorsi, continuano a vivere in condizioni disumane. L’ultima denuncia che arriva da Lesbo è terribile, ma, come le altre, resta inascoltata, nonostante si alzi dall’interno dell’Unione europea. Medici Senza Frontiere la lancia dal campo per profughi di Kara Tepe, nato dopo il grave incendio che nel settembre scorso ha distrutto quello di Moria. Un campo sorto in fretta, più vicino alla città, creato con un accordo tra il governo greco e l’Unione europea, con una capacità di 10 mila posti e che per ora ospita circa 7.800 rifugiati, ma che, ancora una volta, racconta di promesse mancate.

L’incubo dei campi a Lesbo

A spiegare la situazione è Alessandra Saibene, coordinatore di Msf a Lesbo: “La differenza con Moria è che questo campo è stato costruito cercando di mantenere, da parte delle autorità, degli standard diversi, più dignitosi per la popolazione. E’ chiaro che stiamo parlando sempre di comparare due incubi simili”. Il 40 per cento degli ospiti del campo, racconta la Saibene, è composto da bambini che “continuano a vivere nelle tende” e che, nonostante tutti gli sforzi, vivono ancora moltissimi disagi. È pieno inverno, il campo negli ultimi giorni è stato sferzato dalle piogge e le temperature di notte crollano. A raccontare il dramma di chi vive nel campo era stato, nei giorni scorsi, anche monsignor Hermann Glettler, vescovo di Innsbruck, in Austria, che, rivolgendosi ai Paesi dell’Ue, aveva spiegato come, ad oggi, non si tratti di “un dibattito sull’asilo, ma della necessità di dare un’accoglienza umanitaria immediata a persone bisognose”. 

Il Covid impedisce le cure essenziali ai rifugiati

 Negli ultimi giorni, prosegue il racconto della coordinatrice di Msf, sull’isola si è  registrato un nuovo picco di casi di Covid-19, seppur non all’interno del campo. Tuttavia, questo ha segnato in generale per la popolazione dell’isola, un aumento delle restrizioni e del coprifuoco, così come l’impossibilità, per chi è nel campo, di poter uscire per usufruire dei servizi posti all’eterno. “Stiamo parlando di pazienti con severi problemi di salute mentale – spiega Alessandra Saibene – il Covid è un impedimento enorme e, con le nuove restrizioni, stiamo osservando che non vengono garantite neanche le cure essenziali per i pazienti”.

L’Europa smetta di giocare con queste persone

Le politiche di contenimento europee e nazionali certamente non facilitano la vita di queste persone, e “continuano a mettere a dura prova i diritti di cui queste persone dovrebbero godere e soprattutto la loro dignità”. Medici senza frontiere continua a confrontarsi quotidianamente anche con la gravità delle condizioni di salute mentale, che continuano a essere molto serie per la popolazione del campo. “I bambini – è il racconto – soffrono moltissimo le conseguenze di questo tipo di approccio hotspot, quindi quello dei campi di contenimento, e abbiamo bambini con problemi molto, molto seri. Solo l’anno scorso abbiamo registrato circa 50 casi di bambini con ideazione suicidaria: vuol dire che alcuni fanno dei tentativi di suicidio, mentre altri hanno dei pensieri relativi a questo”. Si tratta del destino di migliaia di persone che, spiegava ancora monsignor Glettler, “non possono essere un giocattolo della politica europea della deterrenza, ma che dopo l’esito positivo delle procedure di asilo, devono essere distribuite equamente in Europa”.

 


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