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Figlicidio colpevole, diffuso, sociale: ai giovani

Cronaca

di Stefano D’Andrea 

 

Fonte: Stefano D’Andrea

Il consumatore non sa cosa significhino l’infanzia, l’adolescenza ma anche la giovinezza, per la crescita e la formazione di un uomo.

Non lo sa perché è un consumatore, non un uomo.
Se fosse un uomo, non sarebbe un consumatore.
E’ un consumatore perché ha rifiutato di essere un uomo, perché ha cessato di esserlo o perché non ha nemmeno scoperto che aveva la possibilità di esserlo.
Ciò che il consumatore consuma, l’uomo sfida.
Soltanto il fatto che il genere umano ha prodotto questo essere orribile, mostruoso, miserabile, può spiegare come tante brave madri e tanti bravi padri accettino, per i propri figli, e anzi auspichino, un regime giuridico che, non soltanto è insensato in sé, ma che comunque comporta il sacrificio dei bambini, dei ragazzi e dei giovani.
Non c’è egoismo nei genitori, come in un primo momento si potrebbe credere. 
C’è la spontanea e istintiva attesa che i figli diventino consumatori e dunque la paterna e materna volontà che i figli preservino la loro nuda vita – che poi non la rischino è un altro problema, che dipende dalla informazione distorta e terroristica. 
Il figlicidio colpevole diffuso, sistemico, sociale, era pensabile soltanto nell’epoca del consumatore.
Quanti giovani, ragazzi e bambini avranno il coraggio di rompere l’armonia familiare e di offendere, fino alla rottura dei rapporti, i propri genitori?
Perché si tratta di offenderli, sia pur non dicendo ad essi “siete due squallidi egoisti”, bensì “siete due squallidi, anche se amorevoli, consumatori”.

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