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“Divagazioni sulla realtà virtuale”

Arte, Cultura & Società

(Scritto e riflessioni risalenti a qualche anno dall’uscita del film “Matrix”, del 1999)

Per realtà virtuale intendiamo oggi una realtà simulata attraverso l’uso del computer. Allo stato attuale, non ci sono ancora esempi fruibili di realtà virtuali a tutti gli effetti, essendo il settore soggetto a costante sperimentazione e innovazione. Gli ambienti virtuali fin qui realizzati sono, in genere, costituiti da esperienze visive, associate spesso a quelle sonore.

La tecnologia, in questo settore, non appare ancora sufficientemente sviluppata e non si è ancora raggiunto un realismo di immagine tale da non accorgersi della differenza tra le due realtà, quella effettiva e quella virtuale. Ma è chiaro che lo scopo cui è indirizzata la ricerca è quello del raggiungimento di un livello di rappresentazione tanto perfetto che la realtà effettiva potrebbe ben essere sostituita da quella virtuale.

 Naturalmente ciò risulta fattibile se pensiamo a un sistema interattivo che abbia il suo polo ricettivo nella capacità sensoriale e nei processi mentali dell’uomo. I sensi sono, infatti, gli aditi attraverso cui la realtà che immaginiamo fuori di noi entra in connessione con noi divenendo la “nostra” unica, singolare, realtà. La nostra individualità consiste, prima d’ogni altra cosa, nella configurazione che la realtà prende in noi, secondo le coordinate del nostro essere, vale a dire, secondo le capacità di elaborazione dei dati sensoriali che si combinano con la nostra sfera mentale ed emotiva.

Fino ad oggi, come si è detto, si hanno solo casi in cui l’uomo è consapevole della simulazione, come avviene nell’addestramento di piloti e di astronauti e, in medicina, dei chirurghi. Lo scarto tra la realtà effettiva e la realtà virtuale è determinato dal fatto che il nostro apparato sensoriale non vi è interamente e pienamente coinvolto, ma lo sono solamente uno o due sensi.

Matrix, un film di un paio di anni fa, diretto e sceneggiato dai fratelli Wachowski, è stato uno dei primi ad affrontare il problema. Al di là dello scenografico e dello spettacolare, volti a catturare l’interesse di un vasto pubblico, ha saputo offrire, infatti, originali spunti di riflessione partendo proprio dagli esordi informatici della nostra era e, in base ad essi, ha prospettato un possibile e allucinante futuro dell’umanità.

Potrebbe ben essere il solito film di violenza e azione se non ci affacciasse a quella finestra che suscita antiche domande e muove l’immaginazione e il pensiero. Del resto, la paura di essere sopraffatto dalle macchine non è nuova nell’uomo, e lo sviluppo dell’informatica e la creazione di intelligenze artificiali l’ha resa ancor più reale. Nel film sono infatti le macchine, dotate di intelligenza artificiale, a prendere il controllo del mondo e dell’uomo attraverso un programma informatico chiamato, appunto, Matrix; programma assai sofisticato che simula per l’uomo una realtà assai diversa rispetto a quella effettiva nella quale egli si trova asservito. 

 La visione di questo film rilancia quesiti di questo genere: la realtà nella quale viviamo è realmente esistente? È realmente così come ci appare?

 Sin dall’antichità i grandi filosofi hanno percepito l’insolubile dilemma: la realtà ha una forma già data o siamo noi – il nostro spirito e il nostro pensiero – a dar forma alla realtà? Se la realtà avvertita dai nostri sensi fosse una sorta di proiezione della mente divina, se ciò che chiamiamo “materia” fosse invece lo stesso spirito di Dio, il suo stesso Verbo tradotto e reso, in qualche modo, comprensibile alla piccolezza umana? Allora la realtà nella quale ci sentiamo immersi, nella quale sentiamo di vivere sarebbe già una realtà virtuale, priva di consistenza, e ciò che percepiamo come materia non sarebbe che un sogno della mente divina. La percezione di una realtà tangibile e concreta sarebbe un’illusione dei nostri sensi e delle nostre strutture cerebrali, e la Verità rimarrebbe  al di là di essa, non disvelata.

Così il futuro potrebbe riservarci la sorpresa di una doppia gabbia che ci allontani dalla Verità, come per Platone avviene per l’arte, che è che una sbiadita copia di una imprecisa imitazione della realtà vera, iperurania (trascendente) e perfetta.

Quando lo sviluppo della tecnologia sarà arrivato a un punto tale per cui la simulazione potrà coinvolgere tutti i nostri sensi ed essere convincente quanto l’altra realtà – quella nella quale ci sentiamo immersi – allora ad essa potrebbe essere sostituita quella virtuale che ci apparirebbe altrettanto convincente di quella che riteniamo vera.

A questo punto, la visione abissale del nostro essere, la consapevolezza di noi stessi, la nostra stessa identità sarebbe occultata da una maschera, soffocata da una realtà fittizia, diversa da quella consegnataci nell’atto del nostro venire al mondo, senza contare che già la nostra nascita potrebbe averci immerso in un mondo solo virtuale.

Un tale pensiero e una tale prospettiva sembrano allontanarci dalle nostre radici, snaturare la primitiva nostra identità legata alla nostra origine, spalancando intorno a noi un universo vuoto. Questa eventualità aprirebbe nuovi dilemmi e porrebbe definitivamente in crisi il già compromesso concetto di oggettività, della quale non si potrebbe più parlare; metterebbe a repentaglio i criteri e il valore della scienza e di tutto il sapere umano, azzerando il nostro passato, ovvero manipolandolo  secondo interessi e fini particolari.

L’uomo potrebbe avere, dunque, una nuova nascita in una realtà virtuale la quale potrebbe essere condivisa da altri – come avviene nel film menzionato – o essere solo nostra. Possibilità infinite si aprono su questo vuoto nel quale bene o male, paradiso o inferno, potrebbero regnare. In un futuro forse non troppo lontano, una nuova realtà potrebbe essere costruita a misura dei nostri bisogni e dei nostri desideri: potrebbe alleviare le nostre sofferenze, ridarci l’amore che abbiamo perduto; il figlio      morto tragicamente potrebbe tornare a rivivere per noi; e ogni bisogno, ogni interesse potrebbe essere soddisfatto evitando il perenne doloroso scontro tra la dura realtà e le nostre più pressanti esigenze ed aspettative.

     Ma altrettanto concreta sarebbe l’eventualità di essere manovrati dall’alto, senza averne coscienza, da un potere forte che possa disporre di noi a suo esclusivo vantaggio. E non necessariamente nelle forme che il film rappresenta: in mille altri modi, infatti, la nostra volontà e la nostra libertà potrebbero essere coartate. L’esempio del film apre una possibilità straordinaria e assolutamente nuova che inaugura e comprende già in sé lo sviluppo di ogni altra possibilità. E forse, in questo senso, il programma informatico che dà vita a una realtà nuova – quella virtuale –  viene chiamato Matrix, perché ci apre a una nuova vita, in un universo nuovo, ancora vuoto, ma che l’uomo – come fosse lo stesso Dio- potrà riempire, sempre nel bene o nel male, delle sue creazioni e fantasie. E sarebbe un nuovo atto di superbia o una conquista che ci approssimi a una realtà sovrastante e divina.

Rossella cerniglia

 

 

 

 

 


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