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Missione impossibile al buio

Politica

Tutti la sognano rapida, rischia invece di essere lunghetta. Si parla della crisi, naturalmente, quella apertasi formalmente ieri mattina, con le dimissioni del premier, e che entrerà nel vivo oggi pomeriggio, con l’avvio delle consultazioni al Quirinale. Il primo segnale, ancor prima che sia pronunciata la primissima parola, arriverà proprio dall’agenda dei colloqui sul Colle. Ci sarà un gruppo di responsabili, centristi o comunque lo si voglia chiamare? Non si tratta di un particolare. La formazione di un gruppo, soprattutto con qualche pur esigua new entry, significherebbe che il progetto di Conte sta camminando, che la possibilità di una maggioranza nella quale i renziani non siano determinanti ma “aggiuntivi’” è qualcosa in più di una chimera, che la caccia grossa nella quale sono impegnati da 10 giorni governo e maggioranza non è già fallita. La vigilia non autorizza troppo ottimismo. Per tutto il giorno, ieri, i responsabili in questione hanno cercato di dar vita al gruppo in tempo utile per prendere parte alle consultazioni ma inutilmente. Nessuno ha bussato a quelle porte dall’esterno della maggioranza: il gruppo figurerebbe quindi un po’ come i proverbiali carri armati di Mussolini, sempre gli stessi, solo spostati per sembrare tanti. Ma anche l’adunata di quella decina è ostacolata dai veti incrociati: «Io ci sto ma se c’è quell’altro o quell’altra no».

In questo caso il particolare illustra il quadro complessivo. I nodi che Conte dovrà sciogliere sono gli stessi con cui sono alle prese i responsabili del Senato, ma in dimensioni ingigantite: i numeri e i veti. Le crisi politiche sono sempre complesse e questa più del solito. Alla base ci sono elementi semplici: i numeri o ci sono o non ci sono, l’omogeneizzazione di forze politiche diverse o è realizzabile o non lo è. I numeri non ci sono: questo dicono con solare evidenza le peripezie del Senato, non solo quelle di ieri ma le tante degli ultimi dieci giorni. L’Udc conferma l’internità al centrodestra, da Fi, nonostante le speranze rinnovate ogni giorno non si stacca nessuno. Ma soprattutto non rispondono al richiamo i senatori renziani, fonte più importante degli altri. Nessuno si illude di mettere insieme un pattuglione grosso abbastanza da controbilanciare i 17 senatori di Renzi.

Per “smagrire” la truppa di Iv, rendendola così non più decisiva, “aggiuntiva”, priva di potere contrattuale, questa è l’unica chance, salvo improbabili miracoli. Ma se Renzi è riuscito a evitare l’emorragia nel momento più critico, quello del voto di fiducia, non è facile che venga abbandonato da 5-6 senatori ora che i fatti gli danno ragione.

Senza un rovesciamento del quadro, significa che Conte dovrà trattare con un Renzi non indebolito. L’ex premier non farà l’errore di porre veti sulla conferma dell’avvocato del popolo.

In compenso cercherà vie più oblique per complicargli la vita e farlo uscire dalla trattativa più che azzoppato.

Prezzo salato ma con il rientro dei renziani la maggioranza comunque ci sarebbe, rinsaldata dai pur scarsi nuovi acquisti.

Non è detto che le cose stiano davvero così però. Il patto tra Di Maio e Di Battista che ha siglato la momentanea pace tra i 5S è fondato proprio sul no al ritorno di Renzi. Se Di Maio fosse costretto a ripensarci, le ostilità riprenderebbero subito, con volume di fuoco moltiplicato. Poi c’è il caso Fi.

L’appello alla salvezza nazionale che Conte dovrebbe accingersi a fare ha qualcosa di ridicolo. Tagliati fuori a priori Lega e FdI, primo e terzo partito nei sondaggi, perché sovranisti.

Accolto Renzi, ma solo se in postazione ancillare. Porte aperte ai forzisti ma non a Fi, il cui arrivo invece di rafforzare polverizzerebbe il progetto. I 5S esploderebbero ma anche per LeU, o almeno per la componente Sinistra italiana, il problema sarebbe enorme.

Il rischio è limitato. Berlusconi in questo momento è sparatissimo a favore di elezioni anticipate nelle quali gli sono stati promessi 40 seggi sicuri e dalle quali, se arriveranno in tempo utile, si aspetta la presidenza della Repubblica. Ma non è facile che i senatori forzisti accorrano in ordine sparso per salvare chi ritiene il loro partito di provenienza indegno di salvare il Paese.

Nel complesso, almeno per ora, l’operazione di Conte appare non meno sgangherata e confusa di quella, fallimentare, tentata la settimana scorsa con la fiducia. Su cosa succederà se la crisi non si sbloccherà nel giro di pochi giorni, sulla tenuta del Pd, il cui segretario vuole davvero le elezioni ma in posizione di minoranza, su quella dei 5S, che al di fuori dello stato maggiore hanno sempre meno voglia di morire per Conte, sulla disponibilità (improbabile) del Presidente a sciogliere le Camere senza battere prima altre strade, come l’unità nazionale o un governo tecnico, oggi non è possibile dire nulla. La crisi è nata al buio e al buio prosegue.

Evelyn Zappimbulso 


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